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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-6-2

2/6/2000

Dalla sinistra in regalo anche i record d’ignoranza

Qualche settimana fa la catastrofe educativa dell’Italia è stata fotografata dai seguenti dati rilevati dall’Ocse e da un’indagine campionaria (tremila casi) del Cede: due milioni di analfabeti;   il 66% della popolazione tra i 16 ed i 65 anni non è in grado di usare propriamente la scrittura (e l’informazione) o è a rischio di non saperlo fare per mancata manutenzione della competenza; il 70% degli iscritti all’Università non arriva alla laurea; un ragazzo su tre lascia la scuola secondaria prima  del diploma. Altre ricerche – e questo è il punto più preoccupante -  mostrano che negli ultimi quattro anni  di governo della sinistra la qualità dell’offerta di educazione è drammaticamente peggiorata invece di migliorare. Proprio nel periodo in cui  sta nascendo una nuova forma di economia che si basa, come mai nel passato, sulla capacità di utilizzare la conoscenza e l’informazione nei processi di mercato, l’Italia sta perdendo la capacità di fornirle alla sua popolazione. Ho tentato di proiettare – usando un modello che il mio gruppo di ricerca, “Globis”, utilizza per collegare i livelli di istruzione e quelli di sviluppo -   la tendenza peggiorativa e i dati sopra riportati in termini di competitività economica dell’Italia nei prossimi quindici anni. Il risultato mostra che solo il 25% circa della popolazione potrà partecipare in qualità di protagonista ad un’economia avanzata e goderne i benefici. Il resto, la grande maggioranza, non avrà l’educazione sufficiente per capire e dominare le novità e cadrà nel rischio endemico di esserne vittima. Per contrasto, lo stesso metodo applicato ai dati correnti negli Stati Uniti mostra che circa il 70% della popolazione americana avrà nel 2015 la competenza adeguata per partecipare pienamente alla nuova economia.  In sintesi, la catastrofe educativa italiana di oggi si tradurrà in un disastro economico di massa domani, se non cambia qualcosa in fretta. Il problema è veramente serio.

Cosa dobbiamo cambiare? Tutto, ma, realisticamente, in due fasi: (a) nella prima dobbiamo rabberciare il sistema educativo esistente per aumentarne la qualità; (b) poi, azione che richiede più tempo, dobbiamo preparare un più forte diritto alla studio, anzi talmente “forte” da modificare  l’intero modello di Stato.

  1. A) Le misure a breve per tamponare l’emergenza riguardano: l’estensione urgente del tasso di scolarizzazione dei giovani; la creazione di istituzioni e sistemi per la formazione professionale continua degli adulti; l’aumento della qualità dell’insegnamento. Esempi. Estendere l’obbligo scolastico a 18 anni con controllo in dettaglio degli abbandoni e loro recupero. Facilitazione finanziaria per accedere all’Università: ogni giovane ha diritto ad avere un prestito per mantenersi agli studi che poi verrà tornato nel corso della vita lavorativa. Tale finanziamento verrà (retro)garantito dallo Stato nei confronti delle banche o enti privati che lo erogheranno. Creare in ogni sede universitaria la “Terza missione”, cioè un servizio per la gestione dei corsi di formazione continua e l’apertura di “sportelli scientifici” per le imprese. Istituire un sistema di educazione a distanza, per via informatica, a cui ogni cittadino abbia accesso gratuito, specializzato per fornire le conoscenze utili a favorire l’autoapprendimento (metodi cognitivi). Raddoppio degli stipendi al personale insegnante (ora da fame e disincentivanti). Formazione di un sistema scolastico ed universitario in concorrenza con quello pubblico. Ai cittadini che pagano le tasse per l’educazione vengono dati dei “buoni istruzione” che possono essere spesi per acedere sia al sistema pubblico sia a quello privato. Questa lista, con gli annessi e connessi (dotazioni scolastiche), ha un costo aggiuntivo – stimo preliminarmente - di circa 35mila miliardi all’anno. Vanno recuperati non alzando le tasse, ma tagliando una parte equivalente di spesa pubblica meno prioritaria. Ne varrebbe la pena. Tali misure sarebbero in grado di tamponare l’emergenza e di estendere sostanzialmente l’istruzione media del paese nell’arco di circa un quinquennio.
  2. B) Ma sarebbe solo il primo passo. Il secondo dovrebbe portare entro il 2015 ogni cittadino ad un livello di istruzione paragonabile alla laurea di oggi. Tale obiettivo implica che un giovane, dalla nascita fino ai 22 anni, goda di un investimento (standard minimo) su di se pari a circa 600 milioni di lire attuali, fornito dalla comunità se privo totalmente o parzialmente di mezzi propri. Per finanziare un tale fortissimo diritto allo studio bisognerà modificare la struttura di allocazione delle risorse fiscali dello Stato. La spesa pubblica prenderà la forma di una “U” (si pensi ad un grafico). Tantissimo ai giovani, tanto ai vecchi e bisognosi, solo l’indispensabile agli adulti sani. Questa è la forma semplificata di un modello di Stato che si riforma per massimizzare gli investimenti sul capitale umano e sulla riserva di solidarietà per i veramente bisognosi. Oggi, invece, lo Stato sociale spende in forma di “U rovesciata”: niente o troppo poco per giovani, eccesso di garanzie alle persone adulte che non ne hanno bisogno perché nel fiore della loro vita (assistenzialismo diretto ed indiretto), una miseria vergognosa agli anziani. La prima ignoranza da ridurre è quella della sinistra politica e sindacale che così lo ha disegnato. Meno Marx e chador e più visione futura, caro ministro De Mauro.
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