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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-5-9

9/5/2000

La liberazione degli operai dal giogo della sinistra

La cosiddetta “classe operaia” sta prendendo finalmente una nuova coscienza che la porta a liberarsi dalle vecchie idee della sinistra laburista: rappresentanza collettiva degli interessi, richiesta di garanzie indipendenti dagli andamenti del mercato. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo e, soprattutto, come la visione liberista possa sostenere questa trasformazione. 

I dati segnalano che un numero crescente di operai della media e grande industria (le più sindacalizzate) non si sente più tutelato e rappresentato né dai sindacati né dai partiti di sinistra. E ci sono ottimi motivi pratici. I sindacati – semplificando - offrono ormai da anni alle imprese il seguente scambio: bassi salari netti in cambio del mantenimento dei posti di lavoro. Così gli operai hanno avuto un doppio danno. Stipendi ai limiti della sopravvivenza (poco più di un milione come compenso d’ingresso e neanche due e mezzo a carriera matura) per ottenere, diversamente dalle promesse, l’insicurezza endemica del posto di lavoro in quanto solo il successo dell’impresa sul mercato lo può assicurare. Il risultato è che nell’ultimo decennio i lavoratori dell’industria ad elevata sindacalizzazione sono la categoria, a parte i disoccupati ed i portatori di pensione sociale, che più si impoverita ed ha peggiorato – per insicurezza oltre che per disagio materiale - la qualità  della propria vita. Con un aggravamento ulteriore dal 1996 in poi. Tale è stata la delusione che in molti, appunto, la coscienza si è risvegliata. Alcuni  invocano “più sinistra”. Ma altrettanti, più lucidi, si sono resi conto che a sinistra non c’è speranza e che la loro vita devono giocarsela in proprio. 

Tale mutamento culturale è già da tempo in atto tra gli addetti nelle piccole imprese, il 90% del sistema industriale italiano. La maggioranza non vuole sentire neanche parlare di sindacato, soprattutto i giovani. Molti, soprattutto nel Nordest, vanno in fabbrica per imparare il mestiere e poi diventare imprenditori a loro volta il più presto possibile. Altri preferiscono formare società o cooperative che vendono servizi o prodotti alle aziende. Con casi estremi di unità produttive formate da “operai” che sono in realtà aziende unipersonali con partita Iva essi stessi (per esempio nel triangolo della sedia in Friuli). Nella maggioranza dei casi i lavoratori preferiscono accordarsi individualmente con l’imprenditore per salari extra o per adattamenti informali dell’orario di lavoro che permettano loro di farne un secondo. In sintesi, ci sono segni evidenti dell’avvio di una benvenuta “rivoluzione individualista” in quella che una volta era considerata un’unica grande, compatta e militarizzata classe operaia.

Come può il pensiero politico ed economico  liberista aiutare ed amplificare questa rivoluzione al suo stadio iniziale? Vediamo, prima di tutto, gli interessi generali dell’economia italiana. Abbiamo bisogno di lavoratori più mobili, cioè che sappiano adattarsi all’evoluzione veloce del nuovo mercato supercompetitivo. La domanda di lavoro nel prossimo decennio riguarderà tecnici che sappiano operare macchine complesse e gestire processi robotizzati. Se li avremo, allora il nostro territorio potrà ospitare investimenti per un numero crescente di aziende di successo perché molto competitive. Quindi ci conviene spendere una maggiore quantità di denaro pubblico, riducendo gli impieghi dispersivi, per la formazione continua di lavoratori sempre più dotati. Trasformare l’Italia in un grande cantiere educativo, al punto da ottenere che un “operaio” di domani sappia tanto quanto un ingegnere di oggi. Il che diventerebbe una formidabile garanzia non-politica per il lavoratore perché gli permetterebbe di vendere una competenza sempre aggiornata al migliore offerente. Agirebbe come una sorta di imprenditore. E guadagnerebbe certamente di più. Ciò porterebbe ad un pericoloso aumento del costo del lavoro? No, perché la maggiore capacità di usare tecnologie avanzate nei processi industriali (dalle scarpe ai chip) rende possibile aumentare i salari senza incrementare i costi in quanto si accresce la produttività, cioè il valore commerciale di un’ora di lavoro. In sintesi, è tecnicamente possibile garantire di più e meglio i lavoratori investendo sulla loro educazione continua che non trattandoli aprioristicamente come “deboli” bisognosi di protezione. Questo è il punto chiave da offrire agli operai e che essi stessi dovrebbero imparare a chiedere alla politica, alleandosi con gli imprenditori piccoli e grandi che formano l’altra metà del popolo produttivo: non più false tutele, ma investimenti su ciascun individuo per renderlo più competitivo. Certo, in buona parte a carico della comunità. Che, però, verrà ripagata dieci volte da uno sviluppo complessivo più forte e diffuso dovuto alla maggiore mobilità e competenza della forza lavoro italiana. Questo è solo uno schizzo, ovviamente. Ma serve per segnalare ai colleghi ed amici liberisti che nel movimento operaio sta avvenendo una rivoluzione che non possiamo lasciare senza risposte e progetti. Uno di questi è quello di sostituire le vecchie e fallimentari garanzie di tutela sindacale con l’investimento educativo continuo su ogni lavoratore. Rendere forte il debole e non mantenerlo tale a vita per proprio vantaggio politico, caro Cofferati. 

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