Si nota nel mercato finanziario globale una nuova incertezza. Cerchiamo di capirne i motivi.

E' girata nei giorni scorsi la voce che la Fed potrebbe rialzare i tassi del dollaro. Ciò ha contribuito non poco, in concomitanza con altri fattori, ad innescare uno strisciante ribasso nella Borsa americana ed in quelle mondiali da questa pesantemente influenzata. Ma perché mai la Fed dovrebbe pensare ad un'azione del genere nel breve-medio periodo? Non vi é alcun motivo pressante. Anche se la crescita dell'economia interna statunitense é superiore alle previsioni e la piena occupazione rischia di far aumentare il costo del lavoro - riducendo gli utili e la competitività delle aziende- l'inflazione, in realtà, continua ad essere molto bassa. Se non c'é surriscaldamento dei prezzi cade uno dei motivi principali per raffreddare l'economia alzando il costo del denaro. E, qualora anche ci fosse questo problema, il risolverlo con una manovra sui tassi metterebbe in crisi, appunto, la Borsa americana, sgonfiandola troppo repentinamente. Poiché tale azione rischierebbe di ridurre di colpo i consumi in quel mercato interno vi sarebbe un'alta probabilità di recessione. Che la Fed generi esplicitamente una crisi economica, tra l'altro con riverberi mondiali visto che l'america sta facendo da locomotiva a tutto il pianeta, é francamente difficile crederlo. Quindi non dovrebbe essere questa leggenda metropolitana una causa dell'inquietudine del mercato finanziario, caso mai una conseguenza. Di cosa?

In effetti sta cambiando, dopo anni di attese rialzistiche, l'umore del mercato in relazione agli andamenti delle Borse. Quella americana sembra aver raggiunto un limite oltre il quale non si può andare, per lo meno in termini di rialzo aggregato dell'indice Dow Jones. Inoltre la liquidità ha già raggiunto un massimo ed é improbabile che la Fed, anche se non alzerà i tassi, li riduca ulteriormente. Ciò vuol dire che senza una nuova pompa di liquidità, senza l'ottimismo rialzista elettrizzante del passato - pur migliorando le prospettive di profitto delle imprese verso la fine dell'anno- appare improbabile che ci possa essere una grande crescita azionaria aggregata nel prossimo futuro. E senza questo sostegno ottimistico la Borsa potrebbe perfino avere dei momenti ribassisti, non necessariamente prolungati, ma importanti. Infatti molti gestori professionali del risparmio stanno prendendo posizioni prudenti, alcuni privilegiando più la presa di profitto derivante dalla crescita passata che non il reinvestimento in nuovi rialzi. Questo raffreddamento temporaneo delle attese borsistiche di oltre Atlantico ha un'impatto anche nel sistema europeo che, sia per debolezza dell'euro sia dell'economia reale, non ha forza per compensare il minore ottimismo americano. In realtà lo scenario borsistico di medio termine, sia americano che europeo, é molto migliore di quello che appare anche prevedendo momenti di caduta. Il mercato annusa questo fatto. Ma non riesce a connetterlo con la situazione immediata. E qui c'é sicuramente una fonte di nervosismo.

L'altra, connessa, dipende anche dall'incertezza dei rapporti tra dollaro ed euro. Borsa e dollaro vanno, in sostanza, di pari passo. Va giù la prima, lo fa anche il secondo. E viceversa. Il deficit commerciale statunitense (cioé più importazioni che esportazioni) potrebbe andare olre i duecento miliardi di dollari. Che é una cifra insostenibile anche per l'enorme economia americana. Per riequilibrare la situazione ci vorrebbe un dollaro più debole in modo da ridurre la competitività valutaria delle importazioni ed aumentare quella delle esportazioni americane. Ma il dollaro debole farebbe andar giù per parecchio tempo la Borsa, innescando un effetto domino recessivo. Gli americani hanno interesse che il dollaro resti alto in modo da continuare ad attrarre investimenti finanziari che compensino il deficit sul piano delle merci. Ma se la Borsa cade per motivi suoi anche il dollaro, appunto, ne risentirebbe. Alcuni istituti prevedono che entro un anno il dollaro possa scendere sull'euro dall'attuale rapporto di 1,13 (euro debolissimo) a quello di 1,30. Ma se la crescita americana continuerà sarà difficile convincere il mercato a mollare questa moneta anche a fronte della stagnazione di quella europea. Inoltre gli europei hanno interesse che l'euro resti basso sul dollaro proprio per pompare le esportazioni della loro asfittica economia. Ma tale interesse non corrisponde all'ambiguità della Bce che lascia intendere una possibile riduzione dei tassi di interesse dell'euro, ma anche il contrario. In sintesi, non si vede una direzione chiara.

Mi scuso per aver solo rappresentato questa complessità senza cercare di semplificarla. Ma proprio questo è il dato che volevo comunicarvi. Il mercato non vede chiaramente dove e come possa fare i soldi nella misura e, soprattutto, relativa facilità con cui li ha guadagnati nei sette anni passati. Non la complessità della situazione, tra l'altro non nuova, ma proprio il brusco risveglio in una realtà meno generosa e più selettiva mi sembra il vero motivo dell'inquietudine.

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E' girata nei giorni scorsi la voce che la Fed potrebbe rialzare i tassi del dollaro. Ciò ha contribuito non poco, in concomitanza con altri fattori, ad innescare uno strisciante ribasso nella Borsa americana ed in quelle mondiali da questa pesantemente influenzata. Ma perché mai la Fed dovrebbe pensare ad un'azione del genere nel breve-medio periodo? Non vi é alcun motivo pressante. Anche se la crescita dell'economia interna statunitense é superiore alle previsioni e la piena occupazione rischia di far aumentare il costo del lavoro - riducendo gli utili e la competitività delle aziende- l'inflazione, in realtà, continua ad essere molto bassa. Se non c'é surriscaldamento dei prezzi cade uno dei motivi principali per raffreddare l'economia alzando il costo del denaro. E, qualora anche ci fosse questo problema, il risolverlo con una manovra sui tassi metterebbe in crisi, appunto, la Borsa americana, sgonfiandola troppo repentinamente. Poiché tale azione rischierebbe di ridurre di colpo i consumi in quel mercato interno vi sarebbe un'alta probabilità di recessione. Che la Fed generi esplicitamente una crisi economica, tra l'altro con riverberi mondiali visto che l'america sta facendo da locomotiva a tutto il pianeta, é francamente difficile crederlo. Quindi non dovrebbe essere questa leggenda metropolitana una causa dell'inquietudine del mercato finanziario, caso mai una conseguenza. Di cosa?

In effetti sta cambiando, dopo anni di attese rialzistiche, l'umore del mercato in relazione agli andamenti delle Borse. Quella americana sembra aver raggiunto un limite oltre il quale non si può andare, per lo meno in termini di rialzo aggregato dell'indice Dow Jones. Inoltre la liquidità ha già raggiunto un massimo ed é improbabile che la Fed, anche se non alzerà i tassi, li riduca ulteriormente. Ciò vuol dire che senza una nuova pompa di liquidità, senza l'ottimismo rialzista elettrizzante del passato - pur migliorando le prospettive di profitto delle imprese verso la fine dell'anno- appare improbabile che ci possa essere una grande crescita azionaria aggregata nel prossimo futuro. E senza questo sostegno ottimistico la Borsa potrebbe perfino avere dei momenti ribassisti, non necessariamente prolungati, ma importanti. Infatti molti gestori professionali del risparmio stanno prendendo posizioni prudenti, alcuni privilegiando più la presa di profitto derivante dalla crescita passata che non il reinvestimento in nuovi rialzi. Questo raffreddamento temporaneo delle attese borsistiche di oltre Atlantico ha un'impatto anche nel sistema europeo che, sia per debolezza dell'euro sia dell'economia reale, non ha forza per compensare il minore ottimismo americano. In realtà lo scenario borsistico di medio termine, sia americano che europeo, é molto migliore di quello che appare anche prevedendo momenti di caduta. Il mercato annusa questo fatto. Ma non riesce a connetterlo con la situazione immediata. E qui c'é sicuramente una fonte di nervosismo.

L'altra, connessa, dipende anche dall'incertezza dei rapporti tra dollaro ed euro. Borsa e dollaro vanno, in sostanza, di pari passo. Va giù la prima, lo fa anche il secondo. E viceversa. Il deficit commerciale statunitense (cioé più importazioni che esportazioni) potrebbe andare olre i duecento miliardi di dollari. Che é una cifra insostenibile anche per l'enorme economia americana. Per riequilibrare la situazione ci vorrebbe un dollaro più debole in modo da ridurre la competitività valutaria delle importazioni ed aumentare quella delle esportazioni americane. Ma il dollaro debole farebbe andar giù per parecchio tempo la Borsa, innescando un effetto domino recessivo. Gli americani hanno interesse che il dollaro resti alto in modo da continuare ad attrarre investimenti finanziari che compensino il deficit sul piano delle merci. Ma se la Borsa cade per motivi suoi anche il dollaro, appunto, ne risentirebbe. Alcuni istituti prevedono che entro un anno il dollaro possa scendere sull'euro dall'attuale rapporto di 1,13 (euro debolissimo) a quello di 1,30. Ma se la crescita americana continuerà sarà difficile convincere il mercato a mollare questa moneta anche a fronte della stagnazione di quella europea. Inoltre gli europei hanno interesse che l'euro resti basso sul dollaro proprio per pompare le esportazioni della loro asfittica economia. Ma tale interesse non corrisponde all'ambiguità della Bce che lascia intendere una possibile riduzione dei tassi di interesse dell'euro, ma anche il contrario. In sintesi, non si vede una direzione chiara.

Mi scuso per aver solo rappresentato questa complessità senza cercare di semplificarla. Ma proprio questo è il dato che volevo comunicarvi. Il mercato non vede chiaramente dove e come possa fare i soldi nella misura e, soprattutto, relativa facilità con cui li ha guadagnati nei sette anni passati. Non la complessità della situazione, tra l'altro non nuova, ma proprio il brusco risveglio in una realtà meno generosa e più selettiva mi sembra il vero motivo dell'inquietudine.

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E' girata nei giorni scorsi la voce che la Fed potrebbe rialzare i tassi del dollaro. Ciò ha contribuito non poco, in concomitanza con altri fattori, ad innescare uno strisciante ribasso nella Borsa americana ed in quelle mondiali da questa pesantemente influenzata. Ma perché mai la Fed dovrebbe pensare ad un'azione del genere nel breve-medio periodo? Non vi é alcun motivo pressante. Anche se la crescita dell'economia interna statunitense é superiore alle previsioni e la piena occupazione rischia di far aumentare il costo del lavoro - riducendo gli utili e la competitività delle aziende- l'inflazione, in realtà, continua ad essere molto bassa. Se non c'é surriscaldamento dei prezzi cade uno dei motivi principali per raffreddare l'economia alzando il costo del denaro. E, qualora anche ci fosse questo problema, il risolverlo con una manovra sui tassi metterebbe in crisi, appunto, la Borsa americana, sgonfiandola troppo repentinamente. Poiché tale azione rischierebbe di ridurre di colpo i consumi in quel mercato interno vi sarebbe un'alta probabilità di recessione. Che la Fed generi esplicitamente una crisi economica, tra l'altro con riverberi mondiali visto che l'america sta facendo da locomotiva a tutto il pianeta, é francamente difficile crederlo. Quindi non dovrebbe essere questa leggenda metropolitana una causa dell'inquietudine del mercato finanziario, caso mai una conseguenza. Di cosa?

In effetti sta cambiando, dopo anni di attese rialzistiche, l'umore del mercato in relazione agli andamenti delle Borse. Quella americana sembra aver raggiunto un limite oltre il quale non si può andare, per lo meno in termini di rialzo aggregato dell'indice Dow Jones. Inoltre la liquidità ha già raggiunto un massimo ed é improbabile che la Fed, anche se non alzerà i tassi, li riduca ulteriormente. Ciò vuol dire che senza una nuova pompa di liquidità, senza l'ottimismo rialzista elettrizzante del passato - pur migliorando le prospettive di profitto delle imprese verso la fine dell'anno- appare improbabile che ci possa essere una grande crescita azionaria aggregata nel prossimo futuro. E senza questo sostegno ottimistico la Borsa potrebbe perfino avere dei momenti ribassisti, non necessariamente prolungati, ma importanti. Infatti molti gestori professionali del risparmio stanno prendendo posizioni prudenti, alcuni privilegiando più la presa di profitto derivante dalla crescita passata che non il reinvestimento in nuovi rialzi. Questo raffreddamento temporaneo delle attese borsistiche di oltre Atlantico ha un'impatto anche nel sistema europeo che, sia per debolezza dell'euro sia dell'economia reale, non ha forza per compensare il minore ottimismo americano. In realtà lo scenario borsistico di medio termine, sia americano che europeo, é molto migliore di quello che appare anche prevedendo momenti di caduta. Il mercato annusa questo fatto. Ma non riesce a connetterlo con la situazione immediata. E qui c'é sicuramente una fonte di nervosismo.

L'altra, connessa, dipende anche dall'incertezza dei rapporti tra dollaro ed euro. Borsa e dollaro vanno, in sostanza, di pari passo. Va giù la prima, lo fa anche il secondo. E viceversa. Il deficit commerciale statunitense (cioé più importazioni che esportazioni) potrebbe andare olre i duecento miliardi di dollari. Che é una cifra insostenibile anche per l'enorme economia americana. Per riequilibrare la situazione ci vorrebbe un dollaro più debole in modo da ridurre la competitività valutaria delle importazioni ed aumentare quella delle esportazioni americane. Ma il dollaro debole farebbe andar giù per parecchio tempo la Borsa, innescando un effetto domino recessivo. Gli americani hanno interesse che il dollaro resti alto in modo da continuare ad attrarre investimenti finanziari che compensino il deficit sul piano delle merci. Ma se la Borsa cade per motivi suoi anche il dollaro, appunto, ne risentirebbe. Alcuni istituti prevedono che entro un anno il dollaro possa scendere sull'euro dall'attuale rapporto di 1,13 (euro debolissimo) a quello di 1,30. Ma se la crescita americana continuerà sarà difficile convincere il mercato a mollare questa moneta anche a fronte della stagnazione di quella europea. Inoltre gli europei hanno interesse che l'euro resti basso sul dollaro proprio per pompare le esportazioni della loro asfittica economia. Ma tale interesse non corrisponde all'ambiguità della Bce che lascia intendere una possibile riduzione dei tassi di interesse dell'euro, ma anche il contrario. In sintesi, non si vede una direzione chiara.

Mi scuso per aver solo rappresentato questa complessità senza cercare di semplificarla. Ma proprio questo è il dato che volevo comunicarvi. Il mercato non vede chiaramente dove e come possa fare i soldi nella misura e, soprattutto, relativa facilità con cui li ha guadagnati nei sette anni passati. Non la complessità della situazione, tra l'altro non nuova, ma proprio il brusco risveglio in una realtà meno generosa e più selettiva mi sembra il vero motivo dell'inquietudine.

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Carlo A. Pelanda
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1999-2-10

10/2/1999

Il mercato é nervoso non tanto perché la situazione sia più complessa del solito, ma perché non vede il modo di fare con altrettanta facilità i guadagni che ha ottenuto nel passato

Si nota nel mercato finanziario globale una nuova incertezza. Cerchiamo di capirne i motivi.

E' girata nei giorni scorsi la voce che la Fed potrebbe rialzare i tassi del dollaro. Ciò ha contribuito non poco, in concomitanza con altri fattori, ad innescare uno strisciante ribasso nella Borsa americana ed in quelle mondiali da questa pesantemente influenzata. Ma perché mai la Fed dovrebbe pensare ad un'azione del genere nel breve-medio periodo? Non vi é alcun motivo pressante. Anche se la crescita dell'economia interna statunitense é superiore alle previsioni e la piena occupazione rischia di far aumentare il costo del lavoro - riducendo gli utili e la competitività delle aziende- l'inflazione, in realtà, continua ad essere molto bassa. Se non c'é surriscaldamento dei prezzi cade uno dei motivi principali per raffreddare l'economia alzando il costo del denaro. E, qualora anche ci fosse questo problema, il risolverlo con una manovra sui tassi metterebbe in crisi, appunto, la Borsa americana, sgonfiandola troppo repentinamente. Poiché tale azione rischierebbe di ridurre di colpo i consumi in quel mercato interno vi sarebbe un'alta probabilità di recessione. Che la Fed generi esplicitamente una crisi economica, tra l'altro con riverberi mondiali visto che l'america sta facendo da locomotiva a tutto il pianeta, é francamente difficile crederlo. Quindi non dovrebbe essere questa leggenda metropolitana una causa dell'inquietudine del mercato finanziario, caso mai una conseguenza. Di cosa?

In effetti sta cambiando, dopo anni di attese rialzistiche, l'umore del mercato in relazione agli andamenti delle Borse. Quella americana sembra aver raggiunto un limite oltre il quale non si può andare, per lo meno in termini di rialzo aggregato dell'indice Dow Jones. Inoltre la liquidità ha già raggiunto un massimo ed é improbabile che la Fed, anche se non alzerà i tassi, li riduca ulteriormente. Ciò vuol dire che senza una nuova pompa di liquidità, senza l'ottimismo rialzista elettrizzante del passato - pur migliorando le prospettive di profitto delle imprese verso la fine dell'anno- appare improbabile che ci possa essere una grande crescita azionaria aggregata nel prossimo futuro. E senza questo sostegno ottimistico la Borsa potrebbe perfino avere dei momenti ribassisti, non necessariamente prolungati, ma importanti. Infatti molti gestori professionali del risparmio stanno prendendo posizioni prudenti, alcuni privilegiando più la presa di profitto derivante dalla crescita passata che non il reinvestimento in nuovi rialzi. Questo raffreddamento temporaneo delle attese borsistiche di oltre Atlantico ha un'impatto anche nel sistema europeo che, sia per debolezza dell'euro sia dell'economia reale, non ha forza per compensare il minore ottimismo americano. In realtà lo scenario borsistico di medio termine, sia americano che europeo, é molto migliore di quello che appare anche prevedendo momenti di caduta. Il mercato annusa questo fatto. Ma non riesce a connetterlo con la situazione immediata. E qui c'é sicuramente una fonte di nervosismo.

L'altra, connessa, dipende anche dall'incertezza dei rapporti tra dollaro ed euro. Borsa e dollaro vanno, in sostanza, di pari passo. Va giù la prima, lo fa anche il secondo. E viceversa. Il deficit commerciale statunitense (cioé più importazioni che esportazioni) potrebbe andare olre i duecento miliardi di dollari. Che é una cifra insostenibile anche per l'enorme economia americana. Per riequilibrare la situazione ci vorrebbe un dollaro più debole in modo da ridurre la competitività valutaria delle importazioni ed aumentare quella delle esportazioni americane. Ma il dollaro debole farebbe andar giù per parecchio tempo la Borsa, innescando un effetto domino recessivo. Gli americani hanno interesse che il dollaro resti alto in modo da continuare ad attrarre investimenti finanziari che compensino il deficit sul piano delle merci. Ma se la Borsa cade per motivi suoi anche il dollaro, appunto, ne risentirebbe. Alcuni istituti prevedono che entro un anno il dollaro possa scendere sull'euro dall'attuale rapporto di 1,13 (euro debolissimo) a quello di 1,30. Ma se la crescita americana continuerà sarà difficile convincere il mercato a mollare questa moneta anche a fronte della stagnazione di quella europea. Inoltre gli europei hanno interesse che l'euro resti basso sul dollaro proprio per pompare le esportazioni della loro asfittica economia. Ma tale interesse non corrisponde all'ambiguità della Bce che lascia intendere una possibile riduzione dei tassi di interesse dell'euro, ma anche il contrario. In sintesi, non si vede una direzione chiara.

Mi scuso per aver solo rappresentato questa complessità senza cercare di semplificarla. Ma proprio questo è il dato che volevo comunicarvi. Il mercato non vede chiaramente dove e come possa fare i soldi nella misura e, soprattutto, relativa facilità con cui li ha guadagnati nei sette anni passati. Non la complessità della situazione, tra l'altro non nuova, ma proprio il brusco risveglio in una realtà meno generosa e più selettiva mi sembra il vero motivo dell'inquietudine.

(c) 1999 Carlo Pelanda
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