Un punto generale, ma su cui é utile riflettere proprio in questi giorni, e che gli Stati Uniti sono impegnati in compiti superiori alle loro capacità. Uno dei più grandi errori analitici é il pensare che l'America sia una potenza economica e militare capace da sola sia di mettere ordine nel pianeta sia di esserne la locomotiva per la crescita mondiale. Un secondo errore é quello di ritenere che Washington voglia veramente essere il "potere singolo" mondiale. La realtà é ben diversa. Una delle massime preoccupazioni correnti delle èlite politiche statunitensi é proprio quella di non riuscire né a condividere con gli alleati gli oneri della sicurezza internazionale né a trovare almeno un'altra economia di raggio continentale che abbia le stesse caratteristiche di efficienza tecnica ed efficacia sociale che esistono nel mercato interno americano. Tali preoccupazioni sono molto fondate. E' praticamente impossibile che il sistema economico statunitense possa restare l'unico in crescita nel pianeta e che possa continuare a reggere le esportazioni di tutti gli altri senza collassare. Così come è impossibile che la forza diplomatica e militare statunitense da sola riesca a contenere il riarmo nucleare di Cina, India, Pakistan e altri che stanno per seguire, tenere sotto controllo i rischi di instabilità interna russa e relativo potenziale di contagio nell'area centro-asiatica, congelare i conflitti nel teatro medio-orientale e, allo stesso tempo, dare un'architettura di pacificazione all'Africa. Infatti sono sette anni che all'amministrazione Clinton non ne riesce una - che sia una- in politica internazionale. India e Pakistan sono diventate potenze nucleari a tutti gli effetti nonostante i disperati tentativi statunitensi di riportarle alla ragione. Lo sforzo diplomatico americano per chiudere il conflitto tra israeliani e palestinesi é fallito. La politica di "rinascimento africano" é naufragata nella sanguinosa guerra tra Eritrea ed Etiopia. Ultima, Milosevic non ha creduto alla minaccia dei bombardamenti e la Nato é stata costretta a combattere per difendere la propria crediblità. Questi sintomi di crisi non possono essere imputati solo ad una certa inconsistenza di Clinton. Il problema é che il letto é di fatto più grande della coperta.

D'altra parte gli americani non possono ritirarsi dagli impegni globali perché il loro benessere interno dipende strettamente dalla stabilità e crescita del sistema planetario. Se questi si ritirassero, nessun altro la assicurerebbe. Quindi l'America é condannata ad impegnarsi dovunque. Così come il presidente della Fed non può fare scelte monetarie solo riferite al mercato interno, ma deve anche tener conto della situazione mondiale data la centralità mondiale del dollaro. In sintesi, da una parte l'America é costretta ad essere potere globale. Dall'altra non ha forza sufficiente per farlo da sola. Qui il punto.

Che chiama direttamente in causa una svolta politica europea. E' comprensibile che finora gli europei abbiano dato priorità ai loro affari interni per costruire un ordine stabile e si siano impegnati pochissimo verso l'esterno. Ma la crisi di capacità americana detta sopra dipende proprio dal fatto che l'Europa non ha unito le proprie risorse di potenza a quelle americane nel momento in cui i compiti ordinativi nel pianeta richiedevano tale fusione. Forse troppo fiduciosi in se stessi, gli Stati Uniti non hanno posto con chiarezza questo problema (che Kissinger, per altro, aveva ben chiaro fin dal lontano 1973 quando diede vita al nucleo originario dell'attuale G7) e hanno tentato di fare lo stesso da soli. D'altra parte gli europei non hanno avuto la responsabilità di dire (e mostrare con i fatti) agli americani che sarebbero stati pronti a partecipare all'onere di co-produttori dell'ordine mondiale. Hanno certamente scelto di chiedere uno status alla pari, ma senza impegnare le risorse necessarie per esserlo veramente. Con la conseguenza di lasciare agli americani tutta la palla E così continua l'equivoco. Gli Stati Uniti tentano azioni che sempre meno hanno la forza per condurre. Gli europei restano assenti, ambedue sempre più critici nei confronti l'uno dell'altro, pur coesi sul piano formale. Questa situazione deve finire perché solo l'integrazione tra Europa ed America ha la scala sufficiente (e forse, perfino, non basta) per assicurare un ordine sia politico che economico ad un mondo che é di colpo diventato enormemente più grande e complicato.

Come? Prima di tutto gli americani devono rinunciare a parte della loro dottrina orgogliosa di essere il numero uno ed accettare una co-leadership con gli europei. Che, a loro volta, devono cominciare a pensare come proprietari della storia e non solo come affittuari di essa. L'Occidente deve avere due gambe e una testa, non una gamba e due teste.

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D'altra parte gli americani non possono ritirarsi dagli impegni globali perché il loro benessere interno dipende strettamente dalla stabilità e crescita del sistema planetario. Se questi si ritirassero, nessun altro la assicurerebbe. Quindi l'America é condannata ad impegnarsi dovunque. Così come il presidente della Fed non può fare scelte monetarie solo riferite al mercato interno, ma deve anche tener conto della situazione mondiale data la centralità mondiale del dollaro. In sintesi, da una parte l'America é costretta ad essere potere globale. Dall'altra non ha forza sufficiente per farlo da sola. Qui il punto.

Che chiama direttamente in causa una svolta politica europea. E' comprensibile che finora gli europei abbiano dato priorità ai loro affari interni per costruire un ordine stabile e si siano impegnati pochissimo verso l'esterno. Ma la crisi di capacità americana detta sopra dipende proprio dal fatto che l'Europa non ha unito le proprie risorse di potenza a quelle americane nel momento in cui i compiti ordinativi nel pianeta richiedevano tale fusione. Forse troppo fiduciosi in se stessi, gli Stati Uniti non hanno posto con chiarezza questo problema (che Kissinger, per altro, aveva ben chiaro fin dal lontano 1973 quando diede vita al nucleo originario dell'attuale G7) e hanno tentato di fare lo stesso da soli. D'altra parte gli europei non hanno avuto la responsabilità di dire (e mostrare con i fatti) agli americani che sarebbero stati pronti a partecipare all'onere di co-produttori dell'ordine mondiale. Hanno certamente scelto di chiedere uno status alla pari, ma senza impegnare le risorse necessarie per esserlo veramente. Con la conseguenza di lasciare agli americani tutta la palla E così continua l'equivoco. Gli Stati Uniti tentano azioni che sempre meno hanno la forza per condurre. Gli europei restano assenti, ambedue sempre più critici nei confronti l'uno dell'altro, pur coesi sul piano formale. Questa situazione deve finire perché solo l'integrazione tra Europa ed America ha la scala sufficiente (e forse, perfino, non basta) per assicurare un ordine sia politico che economico ad un mondo che é di colpo diventato enormemente più grande e complicato.

Come? Prima di tutto gli americani devono rinunciare a parte della loro dottrina orgogliosa di essere il numero uno ed accettare una co-leadership con gli europei. Che, a loro volta, devono cominciare a pensare come proprietari della storia e non solo come affittuari di essa. L'Occidente deve avere due gambe e una testa, non una gamba e due teste.

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D'altra parte gli americani non possono ritirarsi dagli impegni globali perché il loro benessere interno dipende strettamente dalla stabilità e crescita del sistema planetario. Se questi si ritirassero, nessun altro la assicurerebbe. Quindi l'America é condannata ad impegnarsi dovunque. Così come il presidente della Fed non può fare scelte monetarie solo riferite al mercato interno, ma deve anche tener conto della situazione mondiale data la centralità mondiale del dollaro. In sintesi, da una parte l'America é costretta ad essere potere globale. Dall'altra non ha forza sufficiente per farlo da sola. Qui il punto.

Che chiama direttamente in causa una svolta politica europea. E' comprensibile che finora gli europei abbiano dato priorità ai loro affari interni per costruire un ordine stabile e si siano impegnati pochissimo verso l'esterno. Ma la crisi di capacità americana detta sopra dipende proprio dal fatto che l'Europa non ha unito le proprie risorse di potenza a quelle americane nel momento in cui i compiti ordinativi nel pianeta richiedevano tale fusione. Forse troppo fiduciosi in se stessi, gli Stati Uniti non hanno posto con chiarezza questo problema (che Kissinger, per altro, aveva ben chiaro fin dal lontano 1973 quando diede vita al nucleo originario dell'attuale G7) e hanno tentato di fare lo stesso da soli. D'altra parte gli europei non hanno avuto la responsabilità di dire (e mostrare con i fatti) agli americani che sarebbero stati pronti a partecipare all'onere di co-produttori dell'ordine mondiale. Hanno certamente scelto di chiedere uno status alla pari, ma senza impegnare le risorse necessarie per esserlo veramente. Con la conseguenza di lasciare agli americani tutta la palla E così continua l'equivoco. Gli Stati Uniti tentano azioni che sempre meno hanno la forza per condurre. Gli europei restano assenti, ambedue sempre più critici nei confronti l'uno dell'altro, pur coesi sul piano formale. Questa situazione deve finire perché solo l'integrazione tra Europa ed America ha la scala sufficiente (e forse, perfino, non basta) per assicurare un ordine sia politico che economico ad un mondo che é di colpo diventato enormemente più grande e complicato.

Come? Prima di tutto gli americani devono rinunciare a parte della loro dottrina orgogliosa di essere il numero uno ed accettare una co-leadership con gli europei. Che, a loro volta, devono cominciare a pensare come proprietari della storia e non solo come affittuari di essa. L'Occidente deve avere due gambe e una testa, non una gamba e due teste.

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1999-5-10

10/5/1999

E' il momento di pensare seriamente alle relazioni euroamericane

Un punto generale, ma su cui é utile riflettere proprio in questi giorni, e che gli Stati Uniti sono impegnati in compiti superiori alle loro capacità. Uno dei più grandi errori analitici é il pensare che l'America sia una potenza economica e militare capace da sola sia di mettere ordine nel pianeta sia di esserne la locomotiva per la crescita mondiale. Un secondo errore é quello di ritenere che Washington voglia veramente essere il "potere singolo" mondiale. La realtà é ben diversa. Una delle massime preoccupazioni correnti delle èlite politiche statunitensi é proprio quella di non riuscire né a condividere con gli alleati gli oneri della sicurezza internazionale né a trovare almeno un'altra economia di raggio continentale che abbia le stesse caratteristiche di efficienza tecnica ed efficacia sociale che esistono nel mercato interno americano. Tali preoccupazioni sono molto fondate. E' praticamente impossibile che il sistema economico statunitense possa restare l'unico in crescita nel pianeta e che possa continuare a reggere le esportazioni di tutti gli altri senza collassare. Così come è impossibile che la forza diplomatica e militare statunitense da sola riesca a contenere il riarmo nucleare di Cina, India, Pakistan e altri che stanno per seguire, tenere sotto controllo i rischi di instabilità interna russa e relativo potenziale di contagio nell'area centro-asiatica, congelare i conflitti nel teatro medio-orientale e, allo stesso tempo, dare un'architettura di pacificazione all'Africa. Infatti sono sette anni che all'amministrazione Clinton non ne riesce una - che sia una- in politica internazionale. India e Pakistan sono diventate potenze nucleari a tutti gli effetti nonostante i disperati tentativi statunitensi di riportarle alla ragione. Lo sforzo diplomatico americano per chiudere il conflitto tra israeliani e palestinesi é fallito. La politica di "rinascimento africano" é naufragata nella sanguinosa guerra tra Eritrea ed Etiopia. Ultima, Milosevic non ha creduto alla minaccia dei bombardamenti e la Nato é stata costretta a combattere per difendere la propria crediblità. Questi sintomi di crisi non possono essere imputati solo ad una certa inconsistenza di Clinton. Il problema é che il letto é di fatto più grande della coperta.

D'altra parte gli americani non possono ritirarsi dagli impegni globali perché il loro benessere interno dipende strettamente dalla stabilità e crescita del sistema planetario. Se questi si ritirassero, nessun altro la assicurerebbe. Quindi l'America é condannata ad impegnarsi dovunque. Così come il presidente della Fed non può fare scelte monetarie solo riferite al mercato interno, ma deve anche tener conto della situazione mondiale data la centralità mondiale del dollaro. In sintesi, da una parte l'America é costretta ad essere potere globale. Dall'altra non ha forza sufficiente per farlo da sola. Qui il punto.

Che chiama direttamente in causa una svolta politica europea. E' comprensibile che finora gli europei abbiano dato priorità ai loro affari interni per costruire un ordine stabile e si siano impegnati pochissimo verso l'esterno. Ma la crisi di capacità americana detta sopra dipende proprio dal fatto che l'Europa non ha unito le proprie risorse di potenza a quelle americane nel momento in cui i compiti ordinativi nel pianeta richiedevano tale fusione. Forse troppo fiduciosi in se stessi, gli Stati Uniti non hanno posto con chiarezza questo problema (che Kissinger, per altro, aveva ben chiaro fin dal lontano 1973 quando diede vita al nucleo originario dell'attuale G7) e hanno tentato di fare lo stesso da soli. D'altra parte gli europei non hanno avuto la responsabilità di dire (e mostrare con i fatti) agli americani che sarebbero stati pronti a partecipare all'onere di co-produttori dell'ordine mondiale. Hanno certamente scelto di chiedere uno status alla pari, ma senza impegnare le risorse necessarie per esserlo veramente. Con la conseguenza di lasciare agli americani tutta la palla E così continua l'equivoco. Gli Stati Uniti tentano azioni che sempre meno hanno la forza per condurre. Gli europei restano assenti, ambedue sempre più critici nei confronti l'uno dell'altro, pur coesi sul piano formale. Questa situazione deve finire perché solo l'integrazione tra Europa ed America ha la scala sufficiente (e forse, perfino, non basta) per assicurare un ordine sia politico che economico ad un mondo che é di colpo diventato enormemente più grande e complicato.

Come? Prima di tutto gli americani devono rinunciare a parte della loro dottrina orgogliosa di essere il numero uno ed accettare una co-leadership con gli europei. Che, a loro volta, devono cominciare a pensare come proprietari della storia e non solo come affittuari di essa. L'Occidente deve avere due gambe e una testa, non una gamba e due teste.

(c) 1999 Carlo Pelanda
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