La mobilitazione contro il regime di Milosevic va vista come opportunità per stabilizzare definitivamente tutti i Balcani. Un obiettivo così ambizioso non era prevedibile fino a poche settimane fa in quanto avrebbe richiesto una concentrazione enorme di risorse militari, politiche ed economiche. Ma l'evidenza del genocidio perpetrato dal regime serbo-nazionalista ha di fatto costretto l'Alleanza a passare da un impegno di scala limitata ad uno totale (pur formalmente ancora non dichiarato) mobilizzando proprio queste risorse. Nel caso del Kosovo, diversamente da quello bosniaco, le televisioni sono riuscite a documentare la tragedia. La conseguenza é che l'obiettivo dell'azione militare non può più essere limitato (cioé finire con qualche compromesso) ma deve estendersi fino all'abbattimento del regime nazionalista serbo. L'obiettivo più ampio richiede di fatto il controllo diretto di tutti i Balcani e dintorni da parte della Nato. Passare da questo requisito di conduzione dell'azione militare allo stendere un "protettorato" su tutta l'area é un passo breve e pressoché automatico.

Già l'Albania, in quanto retrovia, è diventata in pochi giorni un protettorato Nato. La Bosnia lo é già. La Macedonia, pur riluttante, non può evitarlo. Non si può stringere la morsa contra la Serbia se le confinanti Romania e Bulgaria non vengono inquadrate dentro il sistema di pressione alleato. Verranno anche loro allineate. Per dare stabilità a questa cornice di soffocamento della Serbia non basta solo il "bastone", ma ci vuole la "carota". Finanziamenti, garanzie di sicurezza, soluzioni ai contenziosi di dettaglio nell'area. In sintesi, l'obiettivo bellico totale impone alla Nato già nella fase bellica la necessità di ridisegnare la geopolitica e la geoeconomia del complesso dei Balcani. La difficoltà di questa azione spaventa - giustamente - i governi occidentali. Certamente preferirebbero una via d'uscita limitata che congelasse il teatro senza richiedere un impegno totale e diretto. Che potrebbe anche fallire, in particolare se la Russia si inalberasse oltre misura. Ma, d'altra parte, non possono tirarsi indietro in quanto ciò equivarrebbe ad una sconfitta. Dentro la Nato, indipendentemente dall'immagine di unità e determinazione, c'é una grande indecisione e differenziazione politica proprio per questo dilemma. Come finirà? Da una parte i fatti tirano per i capelli i governi riluttanti verso l'impegno totale. Dall'altra il linguaggio politico dei governi Nato, come si é visto nel recente vertice dei suoi ministri degli esteri, rimane ancorato all'immagine di un intervento limitato. Cioé bombardamenti fino a quando Milosevic non ritirerà le truppe dal Kosovo e accetterà le truppe Nato (sotto bandiera Onu) a garanzia dei kosovari albanesi e loro rientro. Ma tale linguaggio é limitato solo a parole. Di fatto si andrà a creare un protettorato Nato sul Kosovo. Che imporrà un più ferreo controllo Nato su Albania, Macedonia e Bulgaria per non creare ulteriori destabilizzazioni. Inoltre questo evento porrà il problema di dare alla Serbia una via d'uscita. Perso il Kosovo - e probabillmente il Montenegro- il sistema politico serbo dovrà ottenere qualcosa in cambio, oltre ad aiuti per la ricostruzione e alla fine dell'isolamento, per essere incentivato a liberarsi di Milosevic. E dovrà essere la promessa di riunificazione futura con la Repubblica serba di Bosnia. Solo la Nato può gestire questa eventuale garanzia ed allo stesso tempo tenere sotto controllo la riconfigurazione dello Stato bosniaco. In sintesi, é difficile pensare che l'intervento limitato al Kosovo possa restare veramente "limitato". Implica, appunto, un ridisegno e protettorato di tutti i Balcani.

Il problema non é tanto quello di dire apertamente questi fatti adesso - i governi non lo possono fare fino a che non si é raggiunto un qualche accordo con la Russia- quanto l'avere chiara tale idea sul piano geopolitico per predisporne la parte più importante che manca. I punto é che la concentrazione di enormi risorse politiche e militari da parte della Nato offre un insperato strumento agli europei per chiudere il bubbone balcanico ed aprire questo territorio, e suoi dintorni, ad uno sviluppo economico e civile che da dieci anni gli é negato e che tutti pensano resterà impedito nei prossimi decenni. Con danno per gli stessi europei occidentali (immigrati, perdita di opportunità di mercato, costi militari, ecc.). E il punto di svolta sarebbe quello di far venire "voglia di Europa" agli staterelli balcanici, dando loro una rotaia condizionale da seguire per ricevere gli investimenti utili a far parte nel futuro della UE, passo dopo passo. Tale novità darebbe un senso storico positivo alla guerra in corso ed una conseguenza stabilizzante al protettorato Nato di fatto in costruzione. Sarebbe inoltre il miglior omaggio alla memoria di circa 25mila kosovari trucidati (dal marzo 1998 ad oggi) non solo da Milosevic, ma anche dall'assenza di Europa.

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Già l'Albania, in quanto retrovia, è diventata in pochi giorni un protettorato Nato. La Bosnia lo é già. La Macedonia, pur riluttante, non può evitarlo. Non si può stringere la morsa contra la Serbia se le confinanti Romania e Bulgaria non vengono inquadrate dentro il sistema di pressione alleato. Verranno anche loro allineate. Per dare stabilità a questa cornice di soffocamento della Serbia non basta solo il "bastone", ma ci vuole la "carota". Finanziamenti, garanzie di sicurezza, soluzioni ai contenziosi di dettaglio nell'area. In sintesi, l'obiettivo bellico totale impone alla Nato già nella fase bellica la necessità di ridisegnare la geopolitica e la geoeconomia del complesso dei Balcani. La difficoltà di questa azione spaventa - giustamente - i governi occidentali. Certamente preferirebbero una via d'uscita limitata che congelasse il teatro senza richiedere un impegno totale e diretto. Che potrebbe anche fallire, in particolare se la Russia si inalberasse oltre misura. Ma, d'altra parte, non possono tirarsi indietro in quanto ciò equivarrebbe ad una sconfitta. Dentro la Nato, indipendentemente dall'immagine di unità e determinazione, c'é una grande indecisione e differenziazione politica proprio per questo dilemma. Come finirà? Da una parte i fatti tirano per i capelli i governi riluttanti verso l'impegno totale. Dall'altra il linguaggio politico dei governi Nato, come si é visto nel recente vertice dei suoi ministri degli esteri, rimane ancorato all'immagine di un intervento limitato. Cioé bombardamenti fino a quando Milosevic non ritirerà le truppe dal Kosovo e accetterà le truppe Nato (sotto bandiera Onu) a garanzia dei kosovari albanesi e loro rientro. Ma tale linguaggio é limitato solo a parole. Di fatto si andrà a creare un protettorato Nato sul Kosovo. Che imporrà un più ferreo controllo Nato su Albania, Macedonia e Bulgaria per non creare ulteriori destabilizzazioni. Inoltre questo evento porrà il problema di dare alla Serbia una via d'uscita. Perso il Kosovo - e probabillmente il Montenegro- il sistema politico serbo dovrà ottenere qualcosa in cambio, oltre ad aiuti per la ricostruzione e alla fine dell'isolamento, per essere incentivato a liberarsi di Milosevic. E dovrà essere la promessa di riunificazione futura con la Repubblica serba di Bosnia. Solo la Nato può gestire questa eventuale garanzia ed allo stesso tempo tenere sotto controllo la riconfigurazione dello Stato bosniaco. In sintesi, é difficile pensare che l'intervento limitato al Kosovo possa restare veramente "limitato". Implica, appunto, un ridisegno e protettorato di tutti i Balcani.

Il problema non é tanto quello di dire apertamente questi fatti adesso - i governi non lo possono fare fino a che non si é raggiunto un qualche accordo con la Russia- quanto l'avere chiara tale idea sul piano geopolitico per predisporne la parte più importante che manca. I punto é che la concentrazione di enormi risorse politiche e militari da parte della Nato offre un insperato strumento agli europei per chiudere il bubbone balcanico ed aprire questo territorio, e suoi dintorni, ad uno sviluppo economico e civile che da dieci anni gli é negato e che tutti pensano resterà impedito nei prossimi decenni. Con danno per gli stessi europei occidentali (immigrati, perdita di opportunità di mercato, costi militari, ecc.). E il punto di svolta sarebbe quello di far venire "voglia di Europa" agli staterelli balcanici, dando loro una rotaia condizionale da seguire per ricevere gli investimenti utili a far parte nel futuro della UE, passo dopo passo. Tale novità darebbe un senso storico positivo alla guerra in corso ed una conseguenza stabilizzante al protettorato Nato di fatto in costruzione. Sarebbe inoltre il miglior omaggio alla memoria di circa 25mila kosovari trucidati (dal marzo 1998 ad oggi) non solo da Milosevic, ma anche dall'assenza di Europa.

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Già l'Albania, in quanto retrovia, è diventata in pochi giorni un protettorato Nato. La Bosnia lo é già. La Macedonia, pur riluttante, non può evitarlo. Non si può stringere la morsa contra la Serbia se le confinanti Romania e Bulgaria non vengono inquadrate dentro il sistema di pressione alleato. Verranno anche loro allineate. Per dare stabilità a questa cornice di soffocamento della Serbia non basta solo il "bastone", ma ci vuole la "carota". Finanziamenti, garanzie di sicurezza, soluzioni ai contenziosi di dettaglio nell'area. In sintesi, l'obiettivo bellico totale impone alla Nato già nella fase bellica la necessità di ridisegnare la geopolitica e la geoeconomia del complesso dei Balcani. La difficoltà di questa azione spaventa - giustamente - i governi occidentali. Certamente preferirebbero una via d'uscita limitata che congelasse il teatro senza richiedere un impegno totale e diretto. Che potrebbe anche fallire, in particolare se la Russia si inalberasse oltre misura. Ma, d'altra parte, non possono tirarsi indietro in quanto ciò equivarrebbe ad una sconfitta. Dentro la Nato, indipendentemente dall'immagine di unità e determinazione, c'é una grande indecisione e differenziazione politica proprio per questo dilemma. Come finirà? Da una parte i fatti tirano per i capelli i governi riluttanti verso l'impegno totale. Dall'altra il linguaggio politico dei governi Nato, come si é visto nel recente vertice dei suoi ministri degli esteri, rimane ancorato all'immagine di un intervento limitato. Cioé bombardamenti fino a quando Milosevic non ritirerà le truppe dal Kosovo e accetterà le truppe Nato (sotto bandiera Onu) a garanzia dei kosovari albanesi e loro rientro. Ma tale linguaggio é limitato solo a parole. Di fatto si andrà a creare un protettorato Nato sul Kosovo. Che imporrà un più ferreo controllo Nato su Albania, Macedonia e Bulgaria per non creare ulteriori destabilizzazioni. Inoltre questo evento porrà il problema di dare alla Serbia una via d'uscita. Perso il Kosovo - e probabillmente il Montenegro- il sistema politico serbo dovrà ottenere qualcosa in cambio, oltre ad aiuti per la ricostruzione e alla fine dell'isolamento, per essere incentivato a liberarsi di Milosevic. E dovrà essere la promessa di riunificazione futura con la Repubblica serba di Bosnia. Solo la Nato può gestire questa eventuale garanzia ed allo stesso tempo tenere sotto controllo la riconfigurazione dello Stato bosniaco. In sintesi, é difficile pensare che l'intervento limitato al Kosovo possa restare veramente "limitato". Implica, appunto, un ridisegno e protettorato di tutti i Balcani.

Il problema non é tanto quello di dire apertamente questi fatti adesso - i governi non lo possono fare fino a che non si é raggiunto un qualche accordo con la Russia- quanto l'avere chiara tale idea sul piano geopolitico per predisporne la parte più importante che manca. I punto é che la concentrazione di enormi risorse politiche e militari da parte della Nato offre un insperato strumento agli europei per chiudere il bubbone balcanico ed aprire questo territorio, e suoi dintorni, ad uno sviluppo economico e civile che da dieci anni gli é negato e che tutti pensano resterà impedito nei prossimi decenni. Con danno per gli stessi europei occidentali (immigrati, perdita di opportunità di mercato, costi militari, ecc.). E il punto di svolta sarebbe quello di far venire "voglia di Europa" agli staterelli balcanici, dando loro una rotaia condizionale da seguire per ricevere gli investimenti utili a far parte nel futuro della UE, passo dopo passo. Tale novità darebbe un senso storico positivo alla guerra in corso ed una conseguenza stabilizzante al protettorato Nato di fatto in costruzione. Sarebbe inoltre il miglior omaggio alla memoria di circa 25mila kosovari trucidati (dal marzo 1998 ad oggi) non solo da Milosevic, ma anche dall'assenza di Europa.

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il Giornale

1999-4-12

12/4/1999

Nei Balcani il protettorato NATO ormai c'è

La mobilitazione contro il regime di Milosevic va vista come opportunità per stabilizzare definitivamente tutti i Balcani. Un obiettivo così ambizioso non era prevedibile fino a poche settimane fa in quanto avrebbe richiesto una concentrazione enorme di risorse militari, politiche ed economiche. Ma l'evidenza del genocidio perpetrato dal regime serbo-nazionalista ha di fatto costretto l'Alleanza a passare da un impegno di scala limitata ad uno totale (pur formalmente ancora non dichiarato) mobilizzando proprio queste risorse. Nel caso del Kosovo, diversamente da quello bosniaco, le televisioni sono riuscite a documentare la tragedia. La conseguenza é che l'obiettivo dell'azione militare non può più essere limitato (cioé finire con qualche compromesso) ma deve estendersi fino all'abbattimento del regime nazionalista serbo. L'obiettivo più ampio richiede di fatto il controllo diretto di tutti i Balcani e dintorni da parte della Nato. Passare da questo requisito di conduzione dell'azione militare allo stendere un "protettorato" su tutta l'area é un passo breve e pressoché automatico.

Già l'Albania, in quanto retrovia, è diventata in pochi giorni un protettorato Nato. La Bosnia lo é già. La Macedonia, pur riluttante, non può evitarlo. Non si può stringere la morsa contra la Serbia se le confinanti Romania e Bulgaria non vengono inquadrate dentro il sistema di pressione alleato. Verranno anche loro allineate. Per dare stabilità a questa cornice di soffocamento della Serbia non basta solo il "bastone", ma ci vuole la "carota". Finanziamenti, garanzie di sicurezza, soluzioni ai contenziosi di dettaglio nell'area. In sintesi, l'obiettivo bellico totale impone alla Nato già nella fase bellica la necessità di ridisegnare la geopolitica e la geoeconomia del complesso dei Balcani. La difficoltà di questa azione spaventa - giustamente - i governi occidentali. Certamente preferirebbero una via d'uscita limitata che congelasse il teatro senza richiedere un impegno totale e diretto. Che potrebbe anche fallire, in particolare se la Russia si inalberasse oltre misura. Ma, d'altra parte, non possono tirarsi indietro in quanto ciò equivarrebbe ad una sconfitta. Dentro la Nato, indipendentemente dall'immagine di unità e determinazione, c'é una grande indecisione e differenziazione politica proprio per questo dilemma. Come finirà? Da una parte i fatti tirano per i capelli i governi riluttanti verso l'impegno totale. Dall'altra il linguaggio politico dei governi Nato, come si é visto nel recente vertice dei suoi ministri degli esteri, rimane ancorato all'immagine di un intervento limitato. Cioé bombardamenti fino a quando Milosevic non ritirerà le truppe dal Kosovo e accetterà le truppe Nato (sotto bandiera Onu) a garanzia dei kosovari albanesi e loro rientro. Ma tale linguaggio é limitato solo a parole. Di fatto si andrà a creare un protettorato Nato sul Kosovo. Che imporrà un più ferreo controllo Nato su Albania, Macedonia e Bulgaria per non creare ulteriori destabilizzazioni. Inoltre questo evento porrà il problema di dare alla Serbia una via d'uscita. Perso il Kosovo - e probabillmente il Montenegro- il sistema politico serbo dovrà ottenere qualcosa in cambio, oltre ad aiuti per la ricostruzione e alla fine dell'isolamento, per essere incentivato a liberarsi di Milosevic. E dovrà essere la promessa di riunificazione futura con la Repubblica serba di Bosnia. Solo la Nato può gestire questa eventuale garanzia ed allo stesso tempo tenere sotto controllo la riconfigurazione dello Stato bosniaco. In sintesi, é difficile pensare che l'intervento limitato al Kosovo possa restare veramente "limitato". Implica, appunto, un ridisegno e protettorato di tutti i Balcani.

Il problema non é tanto quello di dire apertamente questi fatti adesso - i governi non lo possono fare fino a che non si é raggiunto un qualche accordo con la Russia- quanto l'avere chiara tale idea sul piano geopolitico per predisporne la parte più importante che manca. I punto é che la concentrazione di enormi risorse politiche e militari da parte della Nato offre un insperato strumento agli europei per chiudere il bubbone balcanico ed aprire questo territorio, e suoi dintorni, ad uno sviluppo economico e civile che da dieci anni gli é negato e che tutti pensano resterà impedito nei prossimi decenni. Con danno per gli stessi europei occidentali (immigrati, perdita di opportunità di mercato, costi militari, ecc.). E il punto di svolta sarebbe quello di far venire "voglia di Europa" agli staterelli balcanici, dando loro una rotaia condizionale da seguire per ricevere gli investimenti utili a far parte nel futuro della UE, passo dopo passo. Tale novità darebbe un senso storico positivo alla guerra in corso ed una conseguenza stabilizzante al protettorato Nato di fatto in costruzione. Sarebbe inoltre il miglior omaggio alla memoria di circa 25mila kosovari trucidati (dal marzo 1998 ad oggi) non solo da Milosevic, ma anche dall'assenza di Europa.

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