L'obiettivo dell'azione Nato contro la Jugoslavia non é stato definito all'inizio, ma é evoluto in relazione allo sviluppo dei fatti. Fino ai negoziati di Rambouillet la dissuasione militare (attivata nell'autunno del 1998) aveva lo scopo di congelare la violenza nel Kossovo riducendo in parallelo sia le pretese secessioniste dell'Uck sia la sovranità di Belgrado sull'area. Milosevic non era bersaglio, ma parte negoziale invitata ad accettare un compromesso. Nemmeno durante il primo mese di guerra Milosevic fu definito bersaglio diretto in quanto la pressione militare era finalizzata ad imporgli la resa, ma non necessariamente all'abbattimento del suo regime. Da qualche giorno in ambiente Nato - e dintorni diplomatici- si sta valutando se sia il caso o meno di compiere un terzo passo mirando direttamente alla caduta di Milosevic. Questo articolo é dedicato a chiarire i motivi del perché questo passo ulteriore sarebbe una scelta razionale sul piano (geo)economico.

Prima, tuttavia, va detto che la punizione di Milosevic é comunque necessaria per dissuadere altri a praticare nel futuro la medesima strada del nazionalismo violento. Solo questo aspetto strettamente politico sarebbe un motivo sufficiente per andare fino in fondo. Molti professionisti delle relazioni internazionali temono che questa eventuale determinazione occidentale possa provocare un irrigidimento per disperazione nel regime di Belgrado e quindi far durare di più l'azione bellica, i suoi costi e rischi. Preoccupazione comprensibile. Ma va considerato che l'azione Nato si sta compiendo in condizioni di superiorità assoluta, senza alcuna possibilità per Milosevic di poter creare problemi militari rilevanti (la capacità serba é sovrastimata nei commenti giornalistici) o divisioni sostanziali nell'Alleanza. Il solo motivo giustificato di prudenza riguarda la posizione della Russia. Richiederebbe un articolo a parte, ma la sua conclusione sarebbe che chiunque prevalga nella lotta di potere ora in corso a Mosca ha un interesse vitale ad essere cooptato come attore primario nel futuro assetto balcanico, non certo a salvare la sedia di Milosevic. Quindi, scusate la brutalità, non c'é ragione per essere titubanti nel perseguire pienamente lo scopo dissuasivo detto.

A questa base politica vanno aggiunti buoni motivi economici. Lo sviluppo dell'area sarebbe pregiudicato se alla conclusione delle ostilità Milosevic restasse in qualche modo al potere. I capitali di ricostruzione non affluirebbero - per timore di ulteriori instabilità- in Serbia. Il suo persistere come fonte di pericolo diventerebbe una scusa per far durare il sistema di emergenza in Bosnia. I leader locali, siano essi serbi o musulmani o croati, utilizzano lo stato di tensione come scusa per mantenere il monopolio politico e di gestione delle risorse assistenzial. Ciò, oltre all'oggettiva poca attrattività per gli investimenti, ritarda l'instaurarsi di condizioni favorevoli allo sviluppo. Una Serbia finalmente pacificata e innocua significherebbe poter rendere normale anche la Bosnia. Chiusi i bubboni bosniaco e serbo, tutta l'area balcanica - congelata da almeno un decennio- si riaprirebbe al mercato attraendo capitali e traffici di entità tale da generare una crescita robusta e veloce in Slovenia, Croazia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Kossovo stesso, Albania, Macedonia, Grecia e parte della Turchia. In sintesi, l'eliminazione "certa" della spinta nazionalista serba reinserirebbe nel mercato internazionale circa un centinaio di milioni di consumatori ora congelati. Va colta questa correlazione tra caduta di Milosevic e risviluppo veloce di tutti i Balcani (dopo la bonifica dell'imponente sistema di criminalità organizzata - possibile solo entro un sistema di protettorato Nato sia diretto che indiretto- evoluto proprio grazie a dieci anni di instabilità e conflitti).

Poi va considerato che i Balcani - se opportunamente capitalizzati e stabilizzati sul piano finanziario- hanno un potenziale di crescita enorme e rapida in quanto lì c'é da ricostruire o costruire ex-novo proprio tutto. Vuol dire, semplificando, che ci sono da fare strade, case, aeroporti e acquedotti ovvero i sistemi basici. Ciò comporta una domanda di tipo ed andamento peculiari. Grandi investimenti a sviluppo rapidissimo per cinque-sei anni, tipo i fenomeni di boom già visti nei paesi emergenti asiatici nella prima metà degli anni 90. Questo picco di domanda - cento milioni di nuovi, o comunque più dotati, consumatori- avrebbe la possibilità di aggiungere nel prossimo quinquennio circa l'1,5% medio annuo al Pil dell'Eurozona, fornitrice geoeconomica naturale dell'offerta per la nuova domanda. Chi valuta oggi i costi della guerra in corso deve prendere in considerazione anche questo aspetto dello scenario. Se vengono realizzate le condizioni di stabilità politica e capitalizzazione dell'area, questi non saranno "costi", ma "investimento" a grande remunerazione sia per noi sia per i balcanici. La condizione essenziale per realizzare questo esito positivo é, appunto, rimuovere Milosevic.

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Prima, tuttavia, va detto che la punizione di Milosevic é comunque necessaria per dissuadere altri a praticare nel futuro la medesima strada del nazionalismo violento. Solo questo aspetto strettamente politico sarebbe un motivo sufficiente per andare fino in fondo. Molti professionisti delle relazioni internazionali temono che questa eventuale determinazione occidentale possa provocare un irrigidimento per disperazione nel regime di Belgrado e quindi far durare di più l'azione bellica, i suoi costi e rischi. Preoccupazione comprensibile. Ma va considerato che l'azione Nato si sta compiendo in condizioni di superiorità assoluta, senza alcuna possibilità per Milosevic di poter creare problemi militari rilevanti (la capacità serba é sovrastimata nei commenti giornalistici) o divisioni sostanziali nell'Alleanza. Il solo motivo giustificato di prudenza riguarda la posizione della Russia. Richiederebbe un articolo a parte, ma la sua conclusione sarebbe che chiunque prevalga nella lotta di potere ora in corso a Mosca ha un interesse vitale ad essere cooptato come attore primario nel futuro assetto balcanico, non certo a salvare la sedia di Milosevic. Quindi, scusate la brutalità, non c'é ragione per essere titubanti nel perseguire pienamente lo scopo dissuasivo detto.

A questa base politica vanno aggiunti buoni motivi economici. Lo sviluppo dell'area sarebbe pregiudicato se alla conclusione delle ostilità Milosevic restasse in qualche modo al potere. I capitali di ricostruzione non affluirebbero - per timore di ulteriori instabilità- in Serbia. Il suo persistere come fonte di pericolo diventerebbe una scusa per far durare il sistema di emergenza in Bosnia. I leader locali, siano essi serbi o musulmani o croati, utilizzano lo stato di tensione come scusa per mantenere il monopolio politico e di gestione delle risorse assistenzial. Ciò, oltre all'oggettiva poca attrattività per gli investimenti, ritarda l'instaurarsi di condizioni favorevoli allo sviluppo. Una Serbia finalmente pacificata e innocua significherebbe poter rendere normale anche la Bosnia. Chiusi i bubboni bosniaco e serbo, tutta l'area balcanica - congelata da almeno un decennio- si riaprirebbe al mercato attraendo capitali e traffici di entità tale da generare una crescita robusta e veloce in Slovenia, Croazia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Kossovo stesso, Albania, Macedonia, Grecia e parte della Turchia. In sintesi, l'eliminazione "certa" della spinta nazionalista serba reinserirebbe nel mercato internazionale circa un centinaio di milioni di consumatori ora congelati. Va colta questa correlazione tra caduta di Milosevic e risviluppo veloce di tutti i Balcani (dopo la bonifica dell'imponente sistema di criminalità organizzata - possibile solo entro un sistema di protettorato Nato sia diretto che indiretto- evoluto proprio grazie a dieci anni di instabilità e conflitti).

Poi va considerato che i Balcani - se opportunamente capitalizzati e stabilizzati sul piano finanziario- hanno un potenziale di crescita enorme e rapida in quanto lì c'é da ricostruire o costruire ex-novo proprio tutto. Vuol dire, semplificando, che ci sono da fare strade, case, aeroporti e acquedotti ovvero i sistemi basici. Ciò comporta una domanda di tipo ed andamento peculiari. Grandi investimenti a sviluppo rapidissimo per cinque-sei anni, tipo i fenomeni di boom già visti nei paesi emergenti asiatici nella prima metà degli anni 90. Questo picco di domanda - cento milioni di nuovi, o comunque più dotati, consumatori- avrebbe la possibilità di aggiungere nel prossimo quinquennio circa l'1,5% medio annuo al Pil dell'Eurozona, fornitrice geoeconomica naturale dell'offerta per la nuova domanda. Chi valuta oggi i costi della guerra in corso deve prendere in considerazione anche questo aspetto dello scenario. Se vengono realizzate le condizioni di stabilità politica e capitalizzazione dell'area, questi non saranno "costi", ma "investimento" a grande remunerazione sia per noi sia per i balcanici. La condizione essenziale per realizzare questo esito positivo é, appunto, rimuovere Milosevic.

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Prima, tuttavia, va detto che la punizione di Milosevic é comunque necessaria per dissuadere altri a praticare nel futuro la medesima strada del nazionalismo violento. Solo questo aspetto strettamente politico sarebbe un motivo sufficiente per andare fino in fondo. Molti professionisti delle relazioni internazionali temono che questa eventuale determinazione occidentale possa provocare un irrigidimento per disperazione nel regime di Belgrado e quindi far durare di più l'azione bellica, i suoi costi e rischi. Preoccupazione comprensibile. Ma va considerato che l'azione Nato si sta compiendo in condizioni di superiorità assoluta, senza alcuna possibilità per Milosevic di poter creare problemi militari rilevanti (la capacità serba é sovrastimata nei commenti giornalistici) o divisioni sostanziali nell'Alleanza. Il solo motivo giustificato di prudenza riguarda la posizione della Russia. Richiederebbe un articolo a parte, ma la sua conclusione sarebbe che chiunque prevalga nella lotta di potere ora in corso a Mosca ha un interesse vitale ad essere cooptato come attore primario nel futuro assetto balcanico, non certo a salvare la sedia di Milosevic. Quindi, scusate la brutalità, non c'é ragione per essere titubanti nel perseguire pienamente lo scopo dissuasivo detto.

A questa base politica vanno aggiunti buoni motivi economici. Lo sviluppo dell'area sarebbe pregiudicato se alla conclusione delle ostilità Milosevic restasse in qualche modo al potere. I capitali di ricostruzione non affluirebbero - per timore di ulteriori instabilità- in Serbia. Il suo persistere come fonte di pericolo diventerebbe una scusa per far durare il sistema di emergenza in Bosnia. I leader locali, siano essi serbi o musulmani o croati, utilizzano lo stato di tensione come scusa per mantenere il monopolio politico e di gestione delle risorse assistenzial. Ciò, oltre all'oggettiva poca attrattività per gli investimenti, ritarda l'instaurarsi di condizioni favorevoli allo sviluppo. Una Serbia finalmente pacificata e innocua significherebbe poter rendere normale anche la Bosnia. Chiusi i bubboni bosniaco e serbo, tutta l'area balcanica - congelata da almeno un decennio- si riaprirebbe al mercato attraendo capitali e traffici di entità tale da generare una crescita robusta e veloce in Slovenia, Croazia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Kossovo stesso, Albania, Macedonia, Grecia e parte della Turchia. In sintesi, l'eliminazione "certa" della spinta nazionalista serba reinserirebbe nel mercato internazionale circa un centinaio di milioni di consumatori ora congelati. Va colta questa correlazione tra caduta di Milosevic e risviluppo veloce di tutti i Balcani (dopo la bonifica dell'imponente sistema di criminalità organizzata - possibile solo entro un sistema di protettorato Nato sia diretto che indiretto- evoluto proprio grazie a dieci anni di instabilità e conflitti).

Poi va considerato che i Balcani - se opportunamente capitalizzati e stabilizzati sul piano finanziario- hanno un potenziale di crescita enorme e rapida in quanto lì c'é da ricostruire o costruire ex-novo proprio tutto. Vuol dire, semplificando, che ci sono da fare strade, case, aeroporti e acquedotti ovvero i sistemi basici. Ciò comporta una domanda di tipo ed andamento peculiari. Grandi investimenti a sviluppo rapidissimo per cinque-sei anni, tipo i fenomeni di boom già visti nei paesi emergenti asiatici nella prima metà degli anni 90. Questo picco di domanda - cento milioni di nuovi, o comunque più dotati, consumatori- avrebbe la possibilità di aggiungere nel prossimo quinquennio circa l'1,5% medio annuo al Pil dell'Eurozona, fornitrice geoeconomica naturale dell'offerta per la nuova domanda. Chi valuta oggi i costi della guerra in corso deve prendere in considerazione anche questo aspetto dello scenario. Se vengono realizzate le condizioni di stabilità politica e capitalizzazione dell'area, questi non saranno "costi", ma "investimento" a grande remunerazione sia per noi sia per i balcanici. La condizione essenziale per realizzare questo esito positivo é, appunto, rimuovere Milosevic.

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il Giornale

1999-4-29

29/4/1999

Le ragioni geoeconomiche per rimuovere Milosevic

L'obiettivo dell'azione Nato contro la Jugoslavia non é stato definito all'inizio, ma é evoluto in relazione allo sviluppo dei fatti. Fino ai negoziati di Rambouillet la dissuasione militare (attivata nell'autunno del 1998) aveva lo scopo di congelare la violenza nel Kossovo riducendo in parallelo sia le pretese secessioniste dell'Uck sia la sovranità di Belgrado sull'area. Milosevic non era bersaglio, ma parte negoziale invitata ad accettare un compromesso. Nemmeno durante il primo mese di guerra Milosevic fu definito bersaglio diretto in quanto la pressione militare era finalizzata ad imporgli la resa, ma non necessariamente all'abbattimento del suo regime. Da qualche giorno in ambiente Nato - e dintorni diplomatici- si sta valutando se sia il caso o meno di compiere un terzo passo mirando direttamente alla caduta di Milosevic. Questo articolo é dedicato a chiarire i motivi del perché questo passo ulteriore sarebbe una scelta razionale sul piano (geo)economico.

Prima, tuttavia, va detto che la punizione di Milosevic é comunque necessaria per dissuadere altri a praticare nel futuro la medesima strada del nazionalismo violento. Solo questo aspetto strettamente politico sarebbe un motivo sufficiente per andare fino in fondo. Molti professionisti delle relazioni internazionali temono che questa eventuale determinazione occidentale possa provocare un irrigidimento per disperazione nel regime di Belgrado e quindi far durare di più l'azione bellica, i suoi costi e rischi. Preoccupazione comprensibile. Ma va considerato che l'azione Nato si sta compiendo in condizioni di superiorità assoluta, senza alcuna possibilità per Milosevic di poter creare problemi militari rilevanti (la capacità serba é sovrastimata nei commenti giornalistici) o divisioni sostanziali nell'Alleanza. Il solo motivo giustificato di prudenza riguarda la posizione della Russia. Richiederebbe un articolo a parte, ma la sua conclusione sarebbe che chiunque prevalga nella lotta di potere ora in corso a Mosca ha un interesse vitale ad essere cooptato come attore primario nel futuro assetto balcanico, non certo a salvare la sedia di Milosevic. Quindi, scusate la brutalità, non c'é ragione per essere titubanti nel perseguire pienamente lo scopo dissuasivo detto.

A questa base politica vanno aggiunti buoni motivi economici. Lo sviluppo dell'area sarebbe pregiudicato se alla conclusione delle ostilità Milosevic restasse in qualche modo al potere. I capitali di ricostruzione non affluirebbero - per timore di ulteriori instabilità- in Serbia. Il suo persistere come fonte di pericolo diventerebbe una scusa per far durare il sistema di emergenza in Bosnia. I leader locali, siano essi serbi o musulmani o croati, utilizzano lo stato di tensione come scusa per mantenere il monopolio politico e di gestione delle risorse assistenzial. Ciò, oltre all'oggettiva poca attrattività per gli investimenti, ritarda l'instaurarsi di condizioni favorevoli allo sviluppo. Una Serbia finalmente pacificata e innocua significherebbe poter rendere normale anche la Bosnia. Chiusi i bubboni bosniaco e serbo, tutta l'area balcanica - congelata da almeno un decennio- si riaprirebbe al mercato attraendo capitali e traffici di entità tale da generare una crescita robusta e veloce in Slovenia, Croazia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Kossovo stesso, Albania, Macedonia, Grecia e parte della Turchia. In sintesi, l'eliminazione "certa" della spinta nazionalista serba reinserirebbe nel mercato internazionale circa un centinaio di milioni di consumatori ora congelati. Va colta questa correlazione tra caduta di Milosevic e risviluppo veloce di tutti i Balcani (dopo la bonifica dell'imponente sistema di criminalità organizzata - possibile solo entro un sistema di protettorato Nato sia diretto che indiretto- evoluto proprio grazie a dieci anni di instabilità e conflitti).

Poi va considerato che i Balcani - se opportunamente capitalizzati e stabilizzati sul piano finanziario- hanno un potenziale di crescita enorme e rapida in quanto lì c'é da ricostruire o costruire ex-novo proprio tutto. Vuol dire, semplificando, che ci sono da fare strade, case, aeroporti e acquedotti ovvero i sistemi basici. Ciò comporta una domanda di tipo ed andamento peculiari. Grandi investimenti a sviluppo rapidissimo per cinque-sei anni, tipo i fenomeni di boom già visti nei paesi emergenti asiatici nella prima metà degli anni 90. Questo picco di domanda - cento milioni di nuovi, o comunque più dotati, consumatori- avrebbe la possibilità di aggiungere nel prossimo quinquennio circa l'1,5% medio annuo al Pil dell'Eurozona, fornitrice geoeconomica naturale dell'offerta per la nuova domanda. Chi valuta oggi i costi della guerra in corso deve prendere in considerazione anche questo aspetto dello scenario. Se vengono realizzate le condizioni di stabilità politica e capitalizzazione dell'area, questi non saranno "costi", ma "investimento" a grande remunerazione sia per noi sia per i balcanici. La condizione essenziale per realizzare questo esito positivo é, appunto, rimuovere Milosevic.

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