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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-5-18

18/5/2001

La priorità di colmare il gap conoscitivo dei ventenni

L’Ulivo lascia in eredità una situazione generale disastrosa. Tra i molti danni vorrei segnalarne uno che, per sua rilevanza strutturale, non può aspettare troppo per essere riparato: come possiamo far recuperare competenza a quella parte di popolazione giovanile dai 18 ai 28-30 anni che non la ha ricevuta da un sistema scolastico che nell’ultimo decennio, ed in particolare nel periodo di governo dell’Ulivo, ha raggiunto il massimo del suo degrado?

 Vediamo l’entità del problema. Nella primavera del 2000 l’Ocse ed il Cede (Centro europeo dell’educazione) rilevarono il seguente stato dell’educazione in Italia. Due milioni di analfabeti. Il 66% della popolazione tra i 16 ed i 65 anni risulta esposto al rischio dell’analfabetismo di ritorno. Uno studente su tre abbandona la scuola secondaria prima del diploma. Poche settimane fa il Cede ha presentato i risultati dei test su un campione (non rappresentativo, ma indicativo) di circa 2000 diciottenni.  Il 90% dei possessori della sola licenza media non è riuscito a compilare un modulo postale. Ma anche il 75% dei diplomati non ne è stato capace. Il 51% degli intervistati, diplomati e no, non ha saputo spiegare il significato della parola “remunerativo”, il 38% quello del termine “a domicilio”. Per inciso, gli intervistati con la sola licenza elementare sono stati pari al 22% al nord ed al 39% al centro-sud e ciò indica uno svantaggio differenziale del meridione entro un’inaccettabile arretratezza educativa generale del Paese. Altri dati - che sto analizzando per una ricerca sul rapporto tra qualità del capitale umano e potenziale di modernizzazione tecnologica dell’economia italiana delineano una vera e propria emergenza educativa. Per esempio, il 70% degli iscritti all’università non arriva alla laurea. Ma, appunto, il fatto più preoccupante è che la metà, forse più, della popolazione dai 18 ai 28-30 anni non appare sufficientemente competente per  svolgere un lavoro qualificato. Tale specifico gap ne annuncia, in prospettiva, uno di tipo economico e sociale di impatto generale pericolosissimo. Nel mondo si afferma sempre di più un tipo di economia trainata dalla conoscenza, dove i fattori chiave sono: grande flessibilità intellettuale, capacità di maneggiare concetti astratti (precorsi dalla competenza linguistica) e, quindi, tecnologie che cambiano continuamente. In Italia la futurizzazione economica, nonostante gli sforzi stimolativi che il nuovo governo ha annunciato farà  nel prossimo lustro, rischia di non decollare per incompetenza troppo diffusa proprio nel settore di popolazione che dovrebbe esserne protagonista. Evidentemente non possiamo permettercelo.

 Soluzioni. Evidentemente, si tratta di inserire questi giovani in un circuito di formazione straordinaria che compensi il loro gap cognitivo di base, a tre diversi livelli.

 Primo, qualificazione dei giovani già occupati. Le aziende potrebbero godere di uno sconto fiscale speciale in relazione alla quantità di dipendenti o collaboratori dai 18 ai 30 anni, che, entro il contratto di lavoro, vengono inviati per una data quantità di tempo a corsi di formazione sia specialistica sia generale (reimparare a leggere a scrivere, alfabetizzarsi nei linguaggi computer, cultura generale, l’Inglese). Le università e le scuole - di solito vuote alla sera – potrebbero mettere a disposizione gli spazi ed un gruppo selezionato di docenti, con salario aggiuntivo, velocemente istruiti sulla didattica efficace per questa  categoria speciale di discenti. Se ciò fosse troppo pesante per costi e/o infattibile sul piano organizzativo, un’alternativa, o integrazione, più leggera sarebbe quella di incentivare le aziende almeno ad investire più velocemente in nuove tecnologie che implicano nuova formazione del personale. E qui si potrebbe inserire uno spazio di educazione generale, da gestire pragmaticamente, ad hoc, in ogni luogo. La stimolazione per le tecnologie preannunciata da Tremonti potrebbe essere un’ottima base per questa soluzione.   

  Secondo, qualificazione dei giovani disoccupati. Questo è il segmento più difficile anche perché concentrato nel sud ed isole (50% di giovani in attesa di occupazione). Quelli che hanno la sola licenza elementare converrebbe mandarli ad una scuola secondaria  intensiva per adulti che in 2 anni copra il programma canonico, essenzializzato. Bisognerebbe, se insostenibili dalle famiglie, dare loro un salario condizionato al profitto ed alla frequenza. Un’altra parte, già diplomati oppure con prole, potrebbe essere oggetto di un’iniziativa speciale che li prepari ad un test di qualificazione dopo uno o due anni.

 Terzo, stimolazione cognitiva generale. Una rete della TV pubblica, nuova o parte di una esistente, potrebbe specializzarsi come luogo di divulgazione dei metodi di autoeducazione. Esempi: istruire inizialmente il pubblico sull’uso dell’educazione a distanza via Internet; organizzare competizioni nazionali per la scoperta di talenti e giochi di massimo impegno cerebrale come veicolo divertente ed attrattivo per trasferire saperi.

 Non pretendo che le idee

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