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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-4-11

11/4/2001

La sinistra tradisce i deboli che promette di tutelare

 La sinistra fonda la propria identità sulla missione di tutela dei deboli. I suoi messaggi elettorali si rivolgono a questi cercando di convincerli che solo il mantenimento di un rigidissimo sistema di protezionismo sociale potrà salvarli dal demonio liberalizzante che ne ucciderà redditi e speranze.  Va detto a chi si sente debole, teme di diventarlo o è impegnato sinceramente in azioni di solidarietà che la realtà è ben diversa, esattamente l’opposto. Vediamola, ancorandoci rigorosamente alle analisi scientifiche disponibili in materia.

  I dati comparativi mostrano che nei paesi dove è in vigore lo Stato sociale “pesante”, cioè con molti elementi di socialismo, sta avvenendo una spaccatura tra ricchi e poveri, il numero dei secondi crescente. Pur a diversi gradi di intensità, tale polarizzazione è vistosa in Francia, Germania, Italia, nazioni guidate da sinistre irriformate. E molto minore nei paesi governati da sinistre centriste, riformate, che hanno alleggerito o comunque reso flessibili le garanzie sociali e dato più spazio al libero mercato (per esempio l’Olanda). Dove il Welfare State è stato alleggerito ancora di più attraverso liberalizzazioni estese e strutturali negli ultimi venti anni (Regno Unito, Stati Uniti, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda e, pur di meno, Canada) si osserva una tendenza contraria: più crescita economica che si diffonde a tutta la popolazione, aumentando il numero dei “forti” e portando verso un minimo quello dei “deboli”. Fenomeno recentemente confermato dalla liberalizzazione in Spagna. Questi dati sono importanti per due motivi. Primo, mostrano una correlazione significativa tra grado di liberalizzazione di una società ed aumento della ricchezza diffusa e, di converso, una relazione stretta tra tasso di statalismo ed impoverimento sociale. Secondo, la sinistra socialdemocratica ed il sindacalismo radicale da sempre profetizzano che la spaccatura tra ricchi e poveri sia un destino ineluttabile delle società liberalizzate. I dati reali  mostrano, invece, che proprio l’eccesso di protezionismo sociale, deprimendo il meccanismo di creazione della ricchezza, si rivela essere una fabbrica di deboli.

 Sfido i leader sindacali italiani e quelli politici dell’Ulivo a dimostrare il contrario, particolarmente in relazione alla situazione nel nostro Paese. Qualche giorno fa l’Istat ha confermato la crescente spaccatura tra ricchi e poveri più poveri in atto nel nostro paese: 2milioni e duecentomila famiglie, il 10% circa del totale, nel 1999 avevano redditi che non riuscivano a coprire i bisogni essenziali. Numero che costituisce un notevole aumento dei soggetti in situazione di debolezza sociale dal 1996 in poi. Nel 2000 i dati preliminari fanno ipotizzare che tale tendenza sia peggiorata. E’ cresciuto anche il numero delle famiglie che si dichiarano in condizioni economiche migliori. Ma molte di queste, analizzando altri dati più dettagliati, tendono a risparmiare di meno. In parte ciò è dovuto ad un fenomeno culturale dove la propensione al consumo prevale su quella al risparmio. Ma una parte considerevole dipende dal fatto che la classe media deve impegnare il denaro che una volta risparmiava per poter acquistare i beni necessari perché i redditi non sono cresciuti quanto l’inflazione reale (che appare superiore a quella statistica). In sintesi: molti benestanti lo sono di meno; moltissimi di quelli che stavano nella fascia meno abbiente della classe media sono caduti o stanno sfiorando quella della povertà; il numero dei poverissimi è aumentato di circa un milione dalla metà degli anni ’90. Stimo che circa il 30% della popolazione italiana abbia peggiorato la propria situazione in pochi anni. Questo è il bilancio di cinque anni di Stato sociale irriformato governato dall’Ulivo.

 Ma è persino più pesante se inseriamo nella quantità di popolazione indebolita altre persone che le statistiche ordinarie non registrano. Per esempio, i figli di famiglie sottocapitalizzate che non hanno ricevuto dalla scuola statale un’educazione sufficiente e si affacciano senza competenze sul mercato del lavoro. Le centinaia di migliaia di famiglie in cui c’è un malato di mente che non può essere affidato alla cura di un luogo specializzato, perché una legge ha abolito i manicomi sostituendoli con centri ambulatoriali, e per questo diviene un fattore impoverente di costo e di riduzione estrema della qualità della vita dei suoi cari. Un dato poco noto, ma tra quelli con più potere illustrativo di sintesi, riguarda il grado di mobilità ascendente nella società italiana, cioè quanti figli conquistano una posizione sociale ed economica migliore di quella dei padri: è tra i più bassi nell’area delle società evolute. Questo vuol dire che se nasci povero il sistema dello statalismo assistenziale esteso ti mantiene tale. Mentre nelle società più liberalizzate l’indice di mobilità ascendente mostra sostanziosi miglioramenti generazionali.

 Questi dati sono prove incontestabili che servono ad imputare l’Ulivo ed il sindacalismo che ne è complice di impoverimento di buona parte della popolazione italiana. Individuano il difetto genetico del metodo sociale della sinistra (irriformata): un tipo di tutela dei deboli che li lascia tali impedendo che si trasformino in forti. Non credo che chi sia caduto nella debolezza abbia voglia e tempo di leggere tali scenari. Ma almeno arrivi loro il messaggio di fondo: la sinistra, a cui molti di questi avevano dato fiducia, li ha traditi.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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