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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-3-28

28/3/2001

Chi destabilizza veramente l’euro

 Stupefacente. Su organi di stampa che si dichiarano non schierati, italiani ed europei, si mette in dubbio la sostenibilità del piano di defiscalizzazione Berlusconi-Tremonti senza per altro analizzarlo e, in più, senza dire niente sul modo fallimentare con cui la sinistra abbia gestito, ed intenda continuare a farlo, l’economia italiana. Trovo perfino ridicola l’ipotesi – sempre più borbottata - che il programma liberalizzante possa mettere a rischio la stabilità dell’euro quando questo ha perso più del 20% del suo valore di cambio dall’inizio e resta costantemente depresso per crisi di fiducia ormai endemica. Capisco l’interesse della sinistra a contrastare uno dei punti più forti della campagna elettorale della controparte. E la sua richiesta di aiuto ai consanguinei al governo in Francia e Germania affinché siano testimoni “europei” del futuro “rischio Berlusconi”. Ma non comprendo come chi si dica non schierato si allinei di fatto a tali fesserie. Sarà il caso di limitarle e offro una piattaforma di argomentazione per costoro.

 Tremonti ha chiarito che il piano di defiscalizzazione è ispirato al principio di prudenza e a confini di applicazione che non metteranno a rischio la stabilità del bilancio pubblico. Il progetto prevede una sequenza di riduzioni di tasse che stimolino più crescita del Pil e, grazie a questo, il mantenimento del gettito pur a minori carichi fiscali. E’ ovvio che la taratura precisa della manovra, a  partire dal secondo semestre  dipenderà dal ciclo economico corrente. Se quello globale ed europeo resterà regressivo e stagnante come ora, allora la dose di prudenza sarà maggiore in quanto le condizioni economiche non favoriscono il tiraggio della nostra economia interna. Se vi sarà ripresa si potrà osare di più, ma tenendo costantemente sotto controllo l’azione, pronti a correggerla in base alle circostanze. Non capisco dove si possa vedere una volontà di mettere a rischio la stabilità. E ritengo strano che in molte analisi dubitative non venga citata ed analizzata questa impostazione molto prudenziale e responsabile. 

 Sulla questione della stabilità dell’euro mi scappano, chiedo scusa, parole pesanti. I veri incoscienti destabilizzatori sono stati quei governi di sinistra europei che, incapaci di fare riforme stimolative della crescita interna, hanno preferito svalutare l’euro per compensarla con più esportazioni. Spero ricordiate che Schroeder fino a qualche mese fa era felice di questo effetto dell’euro debole. Poi qualcuno gli ha spiegato che era una strategia disastrosa e se ne è stato zitto: più inflazione importata, fuga dei capitali, ecc. E questo cancelliere sarebbe parte di quell’Europa che dovrebbe giudicarci? Andiamo. Il giudizio alle sinistre francese e tedesca che dominano le politiche dell’eurozona lo hanno dato gli europei: dal 1999 in poi hanno sempre di più esportato capitali verso il dollaro. In particolare, imprenditori francesi, tedeschi ed italiani hanno comprato – e continuano a farlo nonostante la crisi corrente – aziende statunitensi, per fuggire all’inefficienza oppressiva dell’ambiente economico europeo. Hanno quei governi così clamorosamente bocciati la legittimità per dare lezioni di “stabilità dell’euro” ai liberal-popolari della Casa della libertà? Possono i media che vi hanno promesso, acriticamente e frettolosamente, che l’euro sarà un’età dell’oro veicolare processi e giudizi da una posizione di superiorità tecnica indiscutibile? Non scherziamo.

 Non è mia abitudine difendere un’idea solo mostrando quanto sia sgangherata quella opposta. Specifichiamo senza timore i punti più critici del piano Berlusconi-Tremonti. Il primo riguarda il tasso di vitalità dell’economia italiana. Se questo è elevato, allora la reazione alla stimolazione fiscale e, in generale, all’ottimismo sarà forte e produrrà un effetto crescita immediato. Se lo è di meno, i tempi tra la defiscalizzazione e il recupero di maggior gettito si allungherebbero, complicando il progetto. Tutte le analisi disponibili mostrano che possiamo sperare concretamente in un altissimo potenziale di crescita veloce, anche anticiclica. Questo grazie alla flessibilità del nostro sistema di piccola industria diffusa. Come detto sopra, velocità ed entità del balzo potranno variare in base alle condizioni di ciclo corrente, ma ci sarà. Il secondo punto critico riguarda la durata e solidità della crescita dopo la prima fiammata. Anche in questo caso le probabilità sono molto favorevoli. Defiscalizzazione, liberalizzazioni stimolative ed il rilancio della spesa pubblica per le nuove infrastrutture costituiranno un volano prolungato di crescita ed un incentivo costante per l’economia. Nessun tecnico serio può sostenere che una tale azione sia infattibile o inefficace alla luce dei dati noti. Se qualcuno può dimostrare che l’Italia ha perso vitalità economica al punto di non poter reagire attivamente a stimolazioni di breve, medio e lungo, come nei piani, per favore lo venga a dire subito. Possibilmente con qualche dato serio in mano. Ma se non li ha, eviti di dire che la cosa è infattibile per pregiudizio e citi con correttezza le speranze probabilistiche di questo scenario.

 In conclusione, non pretendo che la sinistra si metta sulla strada del confronto onesto, basato sui dati di fatto e sulle probabilità a questi ancorate, anche perché non le converrebbe. Ma chiedo a quella parte di opinione pubblica che si esprime su media sedicenti neutrali e “tecnici” di smetterla con le inesattezze borbottate sul rischio Berlusconi, almeno nella materia detta. Che, appunto, è tecnica e come tale dovrebbe essere trattata. Se no viene il sospetto che dichiararsi neutrali, tecnici, non schierati sia solo un altro travestimento per la demonizzazione della Casa delle libertà.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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