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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-3-18

18/3/2001

All’Italia serve una sinistra

 Le cronache riportano che D’Alema ed Amato, per loro stessa dichiarazione, stanno concentrando le attenzioni non sulla campagna elettorale corrente, data per persa, ma sulla creazione di un futuro nuovo partito socialdemocratico, con contenuti più moderni ispirati alla riforma centrista della sinistra anglofona. Tralasciamo le ironie e cerchiamo di prendere seriamente questa volontà riformista. La ritengo importante per tre  motivi.

Finalmente il movimento delle libertà potrebbe trovarsi di fronte, nel futuro, un avversario più raffinato. Considerate che tutte le demonizzazioni contro Berlusconi, che squalificano la politica italiana in generale, dipendono dal fatto che la sinistra si trova in uno svantaggio strutturale: non ha un’idea di economia tecnica che funzioni; difende uno Stato sociale che non è sostenibile nel suo formato corrente. In sintesi ha il vento della storia contro. Mentre il liberalismo economico e culturale sono in questo momento “la storia”, la realtà di riferimento. Per colmare tale svantaggio la sinistra ha due opzioni: rinnovarsi, rimettersi a pelo con la realtà e competere sul piano della modernità (come hanno fatto Blair e Clinton) oppure nascondere la propria inadeguatezza inventandosi un bersaglio su cui deviare l’attenzione dell’elettorato. Finora ha scelto la seconda alternativa perché, appunto, in essa sono prevalsi gli interessi ostili alla prima. Per lo stesso motivo, ad esempio, ha dovuto truccare i dati economici del Paese piuttosto che tentare di risanarlo sul serio. Anche un piccolo segnale, pur futuribile, che la sinistra voglia rinnovarsi, e quindi ridurre il fabbisogno di delegittimazione violenta dell’avversario e di cosmesi dei suoi fallimenti, va visto con favorevole attenzione.

Una sinistra che fosse controparte più avanzata per il movimento delle libertà, poi, sarebbe utile per gestire meglio la riforma competitiva dell’economia italiana. Il punto tecnico è il seguente. La sinistra offre un’illusione agli elettori: che sia possibile mantenere questo tipo di Stato sociale ed allo stesso tempo restare ricchi. In realtà non lo è. Ma se continuano a raccontare questa balla molta gente ci crederà, predisponendo un dissenso formidabile contro qualsiasi tentativo serio di cambiamento. Se, al contrario, avessimo come avversari un Blair o un Clinton (o un Gore) non ci sarebbe guerra totale sul modello di fondo per la riforma competitiva. La sinistra anglofona ha accettato pienamente il principio che la più ampia libertà del mercato sia il miglior motore per la ricchezza di massa. Questo non vuol dire che il confronto con la sinistra sarebbe facile. Ma riguarderebbe misure specifiche e non il concetto liberalizzante di fondo che motorizza il cambiamento. Per esempio, come successo in America, si discuterebbe su quanto e come ridurre le tasse e non  se sia il caso di abbassarle o meno, come capita da noi. In sintesi, una sinistra che parli chiaro ai propri (presunti) rappresentati e dica loro quali siano le reali condizioni per la ricchezza aumenterebbe la fattibilità generale della difficile transizione che l’Italia ha di fronte a se. Non è cosa da poco.

 Il terzo motivo riguarda un compito comune per liberisti e socialdemocratici. Ambedue hanno il problema di disegnare un sistema dove i requisiti di creazione della ricchezza siano bilanciati con quelli di diffusione sociale della stessa. Se non ci si riesce, la società diventa povera per difetto in relazione al primo requisito o divisa ed instabile per inefficacia del secondo. Non è un problema ideologico, ma pratico. Ed infatti è questo che ha pilotato la svolta liberalizzante delle sinistre, dove c’è stata, e quella sociale del liberismo, per esempio il repubblicanesimo socialmente consapevole di Bush. La soluzione, inoltre, non può essere fissa e valida per sempre, ma deve basarsi su politiche flessibili in relazione all’evoluzione della realtà, momento per momento. Mi sembra ovvio che per ottenere le formule migliori sarebbe utile una concorrenza convergente tra sinistra e liberisti dove ciascuno sia desideroso e capace di produrre continue innovazioni per gestire il problema del bilanciamento. La Casa delle Libertà (come per altro il Partido Popular in Spagna) si è già predisposta per questa missione, fondendo molto bene le sue componenti di popolarismo solidarista con quelle liberiste. E gareggia seriamente per offrire un modello di capitalismo di massa, una transizione liberalizzante dove nessuno soffra. Ma la qualità sarebbe esaltata ancor di più se la sinistra tentasse di formulare un programma migliore a cui bisognerebbe rispondere con un altro ancora più credibile. In sintesi, la concorrenza di visioni diverse per migliorare lo stesso prodotto è il meccanismo chiave per migliorare costantemente la qualità politica. Ma la sinistra italiana (in compagnia di quella tedesca e francese) resta in concorrenza divergente, rigida e poco creativa.

 Ecco perché è importante che da noi finalmente arrivi la svolta della sinistra. Come possiamo contribuire, da un punto di vista liberalpopolare?  Blair e Clinton vinsero la battaglia interna contro i socialconservatori perché i successi liberalizzanti della Tatcher e di Reagan avevano già sconfitto i secondi. Analogamente, vincendo le prossime elezioni, daremo un grande aiuto a D’Alema ed Amato. Ma siano altrettanto cortesi con noi: ritrovino la determinazione a competere, a mettersi in gioco ed escano dal comodo nascondiglio. Vorremmo gareggiare sul serio, non rutellare. 

(c) 2001 Carlo Pelanda
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