Viva la vita. Ma perché una persona di 60 anni, o perfino di 70, dovrebbe non lavorare? Guardateli i sessantenni: in maggioranza giovanotti e giovanotte, solo una minoranza inabile per problemi di salute. Ma in Italia ed Europa lo Stato impone ai sessantenni la morte civile sia, direttamente, obbligandoli ad andare in pensione sia, indirettamente, definendo a questa età il limite di senso comune della vita lavorativa. Ma questo limite non ha più senso. La vita media nei paesi sviluppati tende a passare quota 80 e a dirigersi velocemente verso i 90. Pochi decenni fa le figure statistiche erano diverse. Oggi la capacità vitale degli anziani é enormemente aumentata grazie alla medicina (dove funziona), all'aumento della ricchezza ed istruzione e dei sostegni tecnologici che riducono l'erosione del vivere. Quello che non ha senso è aspettarsi la morte di uno a 9O anni e, contemporaneamente, sancire che a 60, un po' più o un po' meno, non abbia più capacità lavorative. Se aumenta la vita media é plausibile che si estenda anche quella lavorativa. E se é così, l'attuale sistema e cultura del pensionamento sta, appunto, decretando la morte civile di tante persone che, invece, sono vivissime. Uno potrebbe dire che i pensionati, lungi dal morire civilmente, sono avvantaggiati in quanto liberi dalla fatica del lavoro possono fare giardinaggio e viaggi. Be', é ora che guardiamo la realtà

Nella nostra cultura il lavoro, l'identità professionale, é fatto centrale della vita. Il sentire che si ha un valore di mercato, che qualcuno ti da dei soldi in cambio di una qualcosa che tu puoi e sai dare, é - parliamoci senza fronzoli- la maggior parte del senso della vita. Qualche giorno fa ho partecipato alla cena per il pensionamento di un amico, operaio specializzato. Brindisi, orologio con dedica per tanti anni di vita professionale. Faceva finta di essere allegro, prometteva acquisti di tonnellate di Viagra, sbatteva in faccia a chi restava nel tran tran della fabbrica le sue più colorate prospettive caraibiche. Ma poi mi ha preso da parte e detto con lacrime trattenute a stento dall'orgoglio virile che era disperato. Non gliene importava niente di viaggiare in pallosissime comitive senescenti o di farsi l'orto. Si sentiva uomo completo e ripettato nel suo ruolo di esperto di macchine digitali per la gestione dei processi produttivi. E voleva continuarlo, sicuro di potersi aggiornarsi continuamente come aveva fatto negli ultimi venti anni. Ma presentarsi per un nuovo lavoro, o trasformare in consulenza quello vecchio, quando si é considerati "anziani" non é per niente facile. Pesa lo stereotipo diffuso che l'anziano é ormai roba da buttare. Che la sua mente non é più flessibile, che può avere malattie e costare troppo, ed altro del genere. Inoltre i sindacati direbbero -come é capitato a questo- che bisogna lasciare spazio ad un giovane. Sessantenne caro: "fora dai ball" - si é sentito dire - "altro che consulenze".

Ragioniamo. E' ovvio che se uno é veramente anziano, debilitato, é giusto che entri in una categoria speciale. Ci toccherà a tutti e pace. Ma quando uno é veramente un anziano di questo tipo? Dipende dal lavoro che fa e dallo stato di salute. E' cosa complicata a dettagliare. Ma, in generale, possiamo essere certi che a 70 anni, mediamente, una persona può essere ancora perfettamente attiva. Perché sono così certo? Avrete certamente letto la notizia che negli Stati Uniti stanno preparando la bozza per la riforma del sistema pensionistico. I suoi numeri essenziali sono: pensionamento a 70 anni, a 62 l'età minima per ritirarsi , dal 2029 la seconda passerà a 67. Impressionante. Mi sono informato se quel limite sia stato deciso per la priorità di rendere sostenibile il sistema pensionistico nel futuro senza badare troppo alle possibilità lavorative reali degli anziani. La risposta é stata che la riforma é urgente perché c'é in effetti un problema di sostenibilità. Ma mi é stato anche mostrato che i nuovi limiti burocratici finalmente colgono un'opportunità che la biologia e la società hanno reso possibile già da molto tempo. In sostanza, uno a 65 anni, in media, non é ancora un "anziano". Lo é a 70? Non lo so. Intanto guadagniamo 10 anni di vita attiva prima che un burocrate ci condanni a morte.

Lettori, la questione é complicata e qui l'ho trattata con la mannaia semplificatrice. Ma il punto é chiaro e rigurda un'evoluzione morale che ci tocca tutti. Il lavoro é centrale nella nostra vita e la maggior parte di noi la sente come fonte principale di dignità. Chi é in salute può lavorare (a parte le occupazioni più "fisiche" o logoranti) certamente fino a 70 anni, se non oltre. Qui impongono di andare in pensione, mediamente, quasi dieci anni prima. E lo fanno per due motivi sbagliati. Il primo é considerare rimbambito o stanco un sessantenne. E l'esempio americano ci pone il dovere di riconsiderare i limiti della vita attiva, estendendoli. Non é possibile, infatti, che in America un sessantanovenne possa ancora fare l'impiegato ed in Italia sia da ospizio. Il secondo é l'assurda idea che bisogna liberare posti di lavoro per lasciarli ai giovani. E qui vedo il problema. Gli statosocialisti preferiscono uccidere socialmente chi ha i capelli bianchi piuttosto che riformare il sistema affinché posa offrire più lavoro a tutti, liberalizzando l'economia. E allora, pur a 47 anni (ma voglio arrivare a 100 avendo ancora un valore di mercato) vi invito, capelli bianchi, al seguente slogan mobilitante che mi vien spontaneo: corvo rosso, non avrai il mio scalpo.

" /> Viva la vita. Ma perché una persona di 60 anni, o perfino di 70, dovrebbe non lavorare? Guardateli i sessantenni: in maggioranza giovanotti e giovanotte, solo una minoranza inabile per problemi di salute. Ma in Italia ed Europa lo Stato impone ai sessantenni la morte civile sia, direttamente, obbligandoli ad andare in pensione sia, indirettamente, definendo a questa età il limite di senso comune della vita lavorativa. Ma questo limite non ha più senso. La vita media nei paesi sviluppati tende a passare quota 80 e a dirigersi velocemente verso i 90. Pochi decenni fa le figure statistiche erano diverse. Oggi la capacità vitale degli anziani é enormemente aumentata grazie alla medicina (dove funziona), all'aumento della ricchezza ed istruzione e dei sostegni tecnologici che riducono l'erosione del vivere. Quello che non ha senso è aspettarsi la morte di uno a 9O anni e, contemporaneamente, sancire che a 60, un po' più o un po' meno, non abbia più capacità lavorative. Se aumenta la vita media é plausibile che si estenda anche quella lavorativa. E se é così, l'attuale sistema e cultura del pensionamento sta, appunto, decretando la morte civile di tante persone che, invece, sono vivissime. Uno potrebbe dire che i pensionati, lungi dal morire civilmente, sono avvantaggiati in quanto liberi dalla fatica del lavoro possono fare giardinaggio e viaggi. Be', é ora che guardiamo la realtà

Nella nostra cultura il lavoro, l'identità professionale, é fatto centrale della vita. Il sentire che si ha un valore di mercato, che qualcuno ti da dei soldi in cambio di una qualcosa che tu puoi e sai dare, é - parliamoci senza fronzoli- la maggior parte del senso della vita. Qualche giorno fa ho partecipato alla cena per il pensionamento di un amico, operaio specializzato. Brindisi, orologio con dedica per tanti anni di vita professionale. Faceva finta di essere allegro, prometteva acquisti di tonnellate di Viagra, sbatteva in faccia a chi restava nel tran tran della fabbrica le sue più colorate prospettive caraibiche. Ma poi mi ha preso da parte e detto con lacrime trattenute a stento dall'orgoglio virile che era disperato. Non gliene importava niente di viaggiare in pallosissime comitive senescenti o di farsi l'orto. Si sentiva uomo completo e ripettato nel suo ruolo di esperto di macchine digitali per la gestione dei processi produttivi. E voleva continuarlo, sicuro di potersi aggiornarsi continuamente come aveva fatto negli ultimi venti anni. Ma presentarsi per un nuovo lavoro, o trasformare in consulenza quello vecchio, quando si é considerati "anziani" non é per niente facile. Pesa lo stereotipo diffuso che l'anziano é ormai roba da buttare. Che la sua mente non é più flessibile, che può avere malattie e costare troppo, ed altro del genere. Inoltre i sindacati direbbero -come é capitato a questo- che bisogna lasciare spazio ad un giovane. Sessantenne caro: "fora dai ball" - si é sentito dire - "altro che consulenze".

Ragioniamo. E' ovvio che se uno é veramente anziano, debilitato, é giusto che entri in una categoria speciale. Ci toccherà a tutti e pace. Ma quando uno é veramente un anziano di questo tipo? Dipende dal lavoro che fa e dallo stato di salute. E' cosa complicata a dettagliare. Ma, in generale, possiamo essere certi che a 70 anni, mediamente, una persona può essere ancora perfettamente attiva. Perché sono così certo? Avrete certamente letto la notizia che negli Stati Uniti stanno preparando la bozza per la riforma del sistema pensionistico. I suoi numeri essenziali sono: pensionamento a 70 anni, a 62 l'età minima per ritirarsi , dal 2029 la seconda passerà a 67. Impressionante. Mi sono informato se quel limite sia stato deciso per la priorità di rendere sostenibile il sistema pensionistico nel futuro senza badare troppo alle possibilità lavorative reali degli anziani. La risposta é stata che la riforma é urgente perché c'é in effetti un problema di sostenibilità. Ma mi é stato anche mostrato che i nuovi limiti burocratici finalmente colgono un'opportunità che la biologia e la società hanno reso possibile già da molto tempo. In sostanza, uno a 65 anni, in media, non é ancora un "anziano". Lo é a 70? Non lo so. Intanto guadagniamo 10 anni di vita attiva prima che un burocrate ci condanni a morte.

Lettori, la questione é complicata e qui l'ho trattata con la mannaia semplificatrice. Ma il punto é chiaro e rigurda un'evoluzione morale che ci tocca tutti. Il lavoro é centrale nella nostra vita e la maggior parte di noi la sente come fonte principale di dignità. Chi é in salute può lavorare (a parte le occupazioni più "fisiche" o logoranti) certamente fino a 70 anni, se non oltre. Qui impongono di andare in pensione, mediamente, quasi dieci anni prima. E lo fanno per due motivi sbagliati. Il primo é considerare rimbambito o stanco un sessantenne. E l'esempio americano ci pone il dovere di riconsiderare i limiti della vita attiva, estendendoli. Non é possibile, infatti, che in America un sessantanovenne possa ancora fare l'impiegato ed in Italia sia da ospizio. Il secondo é l'assurda idea che bisogna liberare posti di lavoro per lasciarli ai giovani. E qui vedo il problema. Gli statosocialisti preferiscono uccidere socialmente chi ha i capelli bianchi piuttosto che riformare il sistema affinché posa offrire più lavoro a tutti, liberalizzando l'economia. E allora, pur a 47 anni (ma voglio arrivare a 100 avendo ancora un valore di mercato) vi invito, capelli bianchi, al seguente slogan mobilitante che mi vien spontaneo: corvo rosso, non avrai il mio scalpo.

"/> Viva la vita. Ma perché una persona di 60 anni, o perfino di 70, dovrebbe non lavorare? Guardateli i sessantenni: in maggioranza giovanotti e giovanotte, solo una minoranza inabile per problemi di salute. Ma in Italia ed Europa lo Stato impone ai sessantenni la morte civile sia, direttamente, obbligandoli ad andare in pensione sia, indirettamente, definendo a questa età il limite di senso comune della vita lavorativa. Ma questo limite non ha più senso. La vita media nei paesi sviluppati tende a passare quota 80 e a dirigersi velocemente verso i 90. Pochi decenni fa le figure statistiche erano diverse. Oggi la capacità vitale degli anziani é enormemente aumentata grazie alla medicina (dove funziona), all'aumento della ricchezza ed istruzione e dei sostegni tecnologici che riducono l'erosione del vivere. Quello che non ha senso è aspettarsi la morte di uno a 9O anni e, contemporaneamente, sancire che a 60, un po' più o un po' meno, non abbia più capacità lavorative. Se aumenta la vita media é plausibile che si estenda anche quella lavorativa. E se é così, l'attuale sistema e cultura del pensionamento sta, appunto, decretando la morte civile di tante persone che, invece, sono vivissime. Uno potrebbe dire che i pensionati, lungi dal morire civilmente, sono avvantaggiati in quanto liberi dalla fatica del lavoro possono fare giardinaggio e viaggi. Be', é ora che guardiamo la realtà

Nella nostra cultura il lavoro, l'identità professionale, é fatto centrale della vita. Il sentire che si ha un valore di mercato, che qualcuno ti da dei soldi in cambio di una qualcosa che tu puoi e sai dare, é - parliamoci senza fronzoli- la maggior parte del senso della vita. Qualche giorno fa ho partecipato alla cena per il pensionamento di un amico, operaio specializzato. Brindisi, orologio con dedica per tanti anni di vita professionale. Faceva finta di essere allegro, prometteva acquisti di tonnellate di Viagra, sbatteva in faccia a chi restava nel tran tran della fabbrica le sue più colorate prospettive caraibiche. Ma poi mi ha preso da parte e detto con lacrime trattenute a stento dall'orgoglio virile che era disperato. Non gliene importava niente di viaggiare in pallosissime comitive senescenti o di farsi l'orto. Si sentiva uomo completo e ripettato nel suo ruolo di esperto di macchine digitali per la gestione dei processi produttivi. E voleva continuarlo, sicuro di potersi aggiornarsi continuamente come aveva fatto negli ultimi venti anni. Ma presentarsi per un nuovo lavoro, o trasformare in consulenza quello vecchio, quando si é considerati "anziani" non é per niente facile. Pesa lo stereotipo diffuso che l'anziano é ormai roba da buttare. Che la sua mente non é più flessibile, che può avere malattie e costare troppo, ed altro del genere. Inoltre i sindacati direbbero -come é capitato a questo- che bisogna lasciare spazio ad un giovane. Sessantenne caro: "fora dai ball" - si é sentito dire - "altro che consulenze".

Ragioniamo. E' ovvio che se uno é veramente anziano, debilitato, é giusto che entri in una categoria speciale. Ci toccherà a tutti e pace. Ma quando uno é veramente un anziano di questo tipo? Dipende dal lavoro che fa e dallo stato di salute. E' cosa complicata a dettagliare. Ma, in generale, possiamo essere certi che a 70 anni, mediamente, una persona può essere ancora perfettamente attiva. Perché sono così certo? Avrete certamente letto la notizia che negli Stati Uniti stanno preparando la bozza per la riforma del sistema pensionistico. I suoi numeri essenziali sono: pensionamento a 70 anni, a 62 l'età minima per ritirarsi , dal 2029 la seconda passerà a 67. Impressionante. Mi sono informato se quel limite sia stato deciso per la priorità di rendere sostenibile il sistema pensionistico nel futuro senza badare troppo alle possibilità lavorative reali degli anziani. La risposta é stata che la riforma é urgente perché c'é in effetti un problema di sostenibilità. Ma mi é stato anche mostrato che i nuovi limiti burocratici finalmente colgono un'opportunità che la biologia e la società hanno reso possibile già da molto tempo. In sostanza, uno a 65 anni, in media, non é ancora un "anziano". Lo é a 70? Non lo so. Intanto guadagniamo 10 anni di vita attiva prima che un burocrate ci condanni a morte.

Lettori, la questione é complicata e qui l'ho trattata con la mannaia semplificatrice. Ma il punto é chiaro e rigurda un'evoluzione morale che ci tocca tutti. Il lavoro é centrale nella nostra vita e la maggior parte di noi la sente come fonte principale di dignità. Chi é in salute può lavorare (a parte le occupazioni più "fisiche" o logoranti) certamente fino a 70 anni, se non oltre. Qui impongono di andare in pensione, mediamente, quasi dieci anni prima. E lo fanno per due motivi sbagliati. Il primo é considerare rimbambito o stanco un sessantenne. E l'esempio americano ci pone il dovere di riconsiderare i limiti della vita attiva, estendendoli. Non é possibile, infatti, che in America un sessantanovenne possa ancora fare l'impiegato ed in Italia sia da ospizio. Il secondo é l'assurda idea che bisogna liberare posti di lavoro per lasciarli ai giovani. E qui vedo il problema. Gli statosocialisti preferiscono uccidere socialmente chi ha i capelli bianchi piuttosto che riformare il sistema affinché posa offrire più lavoro a tutti, liberalizzando l'economia. E allora, pur a 47 anni (ma voglio arrivare a 100 avendo ancora un valore di mercato) vi invito, capelli bianchi, al seguente slogan mobilitante che mi vien spontaneo: corvo rosso, non avrai il mio scalpo.

" />



 ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

il Giornale

1998-5-21

21/5/1998

Lo Stato non può togliere il diritto al lavoro prima dei 70 anni

Viva la vita. Ma perché una persona di 60 anni, o perfino di 70, dovrebbe non lavorare? Guardateli i sessantenni: in maggioranza giovanotti e giovanotte, solo una minoranza inabile per problemi di salute. Ma in Italia ed Europa lo Stato impone ai sessantenni la morte civile sia, direttamente, obbligandoli ad andare in pensione sia, indirettamente, definendo a questa età il limite di senso comune della vita lavorativa. Ma questo limite non ha più senso. La vita media nei paesi sviluppati tende a passare quota 80 e a dirigersi velocemente verso i 90. Pochi decenni fa le figure statistiche erano diverse. Oggi la capacità vitale degli anziani é enormemente aumentata grazie alla medicina (dove funziona), all'aumento della ricchezza ed istruzione e dei sostegni tecnologici che riducono l'erosione del vivere. Quello che non ha senso è aspettarsi la morte di uno a 9O anni e, contemporaneamente, sancire che a 60, un po' più o un po' meno, non abbia più capacità lavorative. Se aumenta la vita media é plausibile che si estenda anche quella lavorativa. E se é così, l'attuale sistema e cultura del pensionamento sta, appunto, decretando la morte civile di tante persone che, invece, sono vivissime. Uno potrebbe dire che i pensionati, lungi dal morire civilmente, sono avvantaggiati in quanto liberi dalla fatica del lavoro possono fare giardinaggio e viaggi. Be', é ora che guardiamo la realtà

Nella nostra cultura il lavoro, l'identità professionale, é fatto centrale della vita. Il sentire che si ha un valore di mercato, che qualcuno ti da dei soldi in cambio di una qualcosa che tu puoi e sai dare, é - parliamoci senza fronzoli- la maggior parte del senso della vita. Qualche giorno fa ho partecipato alla cena per il pensionamento di un amico, operaio specializzato. Brindisi, orologio con dedica per tanti anni di vita professionale. Faceva finta di essere allegro, prometteva acquisti di tonnellate di Viagra, sbatteva in faccia a chi restava nel tran tran della fabbrica le sue più colorate prospettive caraibiche. Ma poi mi ha preso da parte e detto con lacrime trattenute a stento dall'orgoglio virile che era disperato. Non gliene importava niente di viaggiare in pallosissime comitive senescenti o di farsi l'orto. Si sentiva uomo completo e ripettato nel suo ruolo di esperto di macchine digitali per la gestione dei processi produttivi. E voleva continuarlo, sicuro di potersi aggiornarsi continuamente come aveva fatto negli ultimi venti anni. Ma presentarsi per un nuovo lavoro, o trasformare in consulenza quello vecchio, quando si é considerati "anziani" non é per niente facile. Pesa lo stereotipo diffuso che l'anziano é ormai roba da buttare. Che la sua mente non é più flessibile, che può avere malattie e costare troppo, ed altro del genere. Inoltre i sindacati direbbero -come é capitato a questo- che bisogna lasciare spazio ad un giovane. Sessantenne caro: "fora dai ball" - si é sentito dire - "altro che consulenze".

Ragioniamo. E' ovvio che se uno é veramente anziano, debilitato, é giusto che entri in una categoria speciale. Ci toccherà a tutti e pace. Ma quando uno é veramente un anziano di questo tipo? Dipende dal lavoro che fa e dallo stato di salute. E' cosa complicata a dettagliare. Ma, in generale, possiamo essere certi che a 70 anni, mediamente, una persona può essere ancora perfettamente attiva. Perché sono così certo? Avrete certamente letto la notizia che negli Stati Uniti stanno preparando la bozza per la riforma del sistema pensionistico. I suoi numeri essenziali sono: pensionamento a 70 anni, a 62 l'età minima per ritirarsi , dal 2029 la seconda passerà a 67. Impressionante. Mi sono informato se quel limite sia stato deciso per la priorità di rendere sostenibile il sistema pensionistico nel futuro senza badare troppo alle possibilità lavorative reali degli anziani. La risposta é stata che la riforma é urgente perché c'é in effetti un problema di sostenibilità. Ma mi é stato anche mostrato che i nuovi limiti burocratici finalmente colgono un'opportunità che la biologia e la società hanno reso possibile già da molto tempo. In sostanza, uno a 65 anni, in media, non é ancora un "anziano". Lo é a 70? Non lo so. Intanto guadagniamo 10 anni di vita attiva prima che un burocrate ci condanni a morte.

Lettori, la questione é complicata e qui l'ho trattata con la mannaia semplificatrice. Ma il punto é chiaro e rigurda un'evoluzione morale che ci tocca tutti. Il lavoro é centrale nella nostra vita e la maggior parte di noi la sente come fonte principale di dignità. Chi é in salute può lavorare (a parte le occupazioni più "fisiche" o logoranti) certamente fino a 70 anni, se non oltre. Qui impongono di andare in pensione, mediamente, quasi dieci anni prima. E lo fanno per due motivi sbagliati. Il primo é considerare rimbambito o stanco un sessantenne. E l'esempio americano ci pone il dovere di riconsiderare i limiti della vita attiva, estendendoli. Non é possibile, infatti, che in America un sessantanovenne possa ancora fare l'impiegato ed in Italia sia da ospizio. Il secondo é l'assurda idea che bisogna liberare posti di lavoro per lasciarli ai giovani. E qui vedo il problema. Gli statosocialisti preferiscono uccidere socialmente chi ha i capelli bianchi piuttosto che riformare il sistema affinché posa offrire più lavoro a tutti, liberalizzando l'economia. E allora, pur a 47 anni (ma voglio arrivare a 100 avendo ancora un valore di mercato) vi invito, capelli bianchi, al seguente slogan mobilitante che mi vien spontaneo: corvo rosso, non avrai il mio scalpo.

(c) 1998 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli