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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-12-5

5/12/2000

Serve un’ecologia razionale per gestire il mutamento climatico

Il mutamento climatico e la catastrofi ambientali che promette costituiscono un problema che non ha ancora la giusta priorità nell’opinione pubblica e nei programmi politici. Tra chi se ne occupa si notano posizioni negazioniste o catastrofiste. Così il cittadino riceve due messaggi contrastanti: tutte balle o "mio Dio il diluvio". Oppure, perfino peggiore: "tanto non capita domani". Sarebbe ora di prendere una posizione razionale sulla questione.

L’ecoscenario di fondo è noto. Ma lo è di meno il fatto che, diversamente da qualche anno fa, la comunità scientifica è ormai in grande maggioranza d’accordo sui suoi elementi di cornice. Il pianeta si sta riscaldando sia per motivi naturali sia per l’effetto serra generato dalle emissioni gassose che intrappolano i raggi solari nell’atmosfera. Il secondo costituisce un acceleratore dei primi. Non si sa ancora di quanto si alzerà il livello del mare a causa dello scioglimento dei ghiacci, ma ormai è sicuro che la cosa avverrà – anche perché è fenomeno in atto – e che metterà a rischio gli insediamenti costieri e quelli sui bacini fluviali. Ma altre due conseguenze del mutamento climatico hanno un impatto più immediato e già visibile: (a) la maggiore quantità di acqua nell’atmosfera sta raddoppiando l’intensità dei fenomeni atmosferici rendendoli più catastrofici del recente passato; (b) l’aumento medio delle temperature sta facendo migrare verso le zone temperate nuove malattie tropicali e facilitando la diffusione di virus ad alta letalità (Ebola). Cosa fare?

Pragmaticamente, non possiamo aspettare che il mondo si metta d’accordo sul taglio delle emissioni. E’ certamente la priorità assoluta (anche per ridurre il buco dell’ozono e l’inquinamento generale). Spesso ho invocato un piano di abolizione dei carburanti fossili entro trent’anni e sua sostituzione con energie alternative (che ritengo tecnologicamente possibile ed economicamente fattibile). Ma, realisticamente, non possiamo sperare che il caso migliore si avveri entro 20 o 30 anni per la complessità della materia. Inoltre, una parte del riscaldamento è dovuta al ciclo naturale. Quindi dobbiamo prepararci a convivere con un notevole cambiamento climatico prossimo venturo.

In questa ottica, abbiamo bisogno - per prima cosa - di creare un sistema di monitoraggio continuo che perfezioni l’informazione sui mutamenti ambientali e sulla mappa dei rischi con relativa segnalazione delle priorità. Ora non c’è. Come va costruito? Non solo in base al criterio di organizzare la migliore conoscenza scientifica, ma anche per confezionarla in modi tali che possa facilitare le decisioni politiche. Per esempio, poniamo che venga confermato lo scenario che attualmente prevede, in Italia, la progressiva desertificazione del Sud e la tropicalizzazione del Nord, con la sommersione di parte delle coste e l’impaludamento dei bacini fluviali, diciamo entro 50 anni con impatti disastrosi molto prima. Una tale prospettiva richiederebbe contromisure di grande scala: nuovi acquedotti e desalinizzatori al Sud; sistemi di difesa costiera e fluviale dappertutto. In sintesi, una sostanziale reingegnerizzazione del territorio. Mettetevi nei panni del politico che deve prendere decisioni in materia. Un incubo: riallocazione delle risorse fiscali per il nuovo fabbisogno, coordinamento tra governo nazionale e Regioni per predisporre gli interventi e relative variazioni d’uso dei terreni. Un vespaio, con mille interessi colpiti ed urlanti. E al politico di turno verrebbe voglia di lasciar stare perché tanto il problema irrisolto si acuirà solo dopo la fine del suo mandato. Poi, al primo serio disastro, si improvviserà qualcosa. Dobbiamo evitare proprio questo. Una tardiva riorganizzazione difensiva del territorio diventerebbe più costosa, infattibile o insufficiente, di una anticipata e spalmata su tempi lunghi. Ecco perché serve con priorità un sistema scientifico che certifichi in modo non ambiguo l’entità del rischio futuro in modo da fornire al politico una leva (ed una pressione) indiscutibile per superare i dissensi. Tale soluzione – che eviterebbe buona parte dei motivi che hanno portato al fallimento della conferenza dell’Aja – implica l’esistenza di un sistema informativo globale, ovviamente. Ma nulla vieta di cominciare a costruire un sistema italiano che poi si aggancerà a quelli internazionali, che svolga intanto una missione nazionale e nel Mediterraneo. L’area da tutti considerata tra le più più esposte al nuovo rischio ambientale. Mi sembra sensato.

Come lo sarebbe l’attuare celermente due misure preventive. Già oggi più gente muore a causa di eventi alluvionali di intensità crescente. Serve un modello computerizzato idrogeologico nazionale, dettagliato per area locale, che definisca i rischi in base a diverse intensità di precipitazione. E il fabbisogno di cautele preventive e di sistemi di protezione civile, ambedue da rinforzare. Tutte le competenze e tecnologie necessarie ci sono. Basta attivare una voce di bilancio. E costerebbe anche meno un’azione perfino più urgente: il censimento epidemiologico continuo per arginare le nuove malattie tropicali.

In conclusione, il mutamento climatico non deve spaventare. La tecnologia c'è e può evolvere benissimo per annullarne qualsiasi effetto negativo. Ma deve nascere un atteggiamento di ecologia razionale, né verdista catastrofista né negazionista. Ancora non c’è e ciò aumenta i rischi per tutti noi.

(c) 2000 Carlo Pelanda
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