Dopo-euro. Cosa cambia in Italia? Che il risanamento della finanza pubblica non potrà più continuare a scapito dell'economia reale.

Il governo Prodi, per quadrare i conti, ha semplicemente alzato le tasse a dismisura. Cifre assolute (più chiare delle solite percentuali): in due anni Prodi ha fatto pagare agli italiani circa 130mila miliardi in più di tasse e simili. Una vera e propria "bomba T" che ha ridotto i consumi interni, i potenziali di sviluppo industriale e, conseguentemente, quelli per l'occupazione. Come mai un modo così devastante di sacrificare l'economia reale non ha provocato né una rivolta né una recessione drammatica, limitandosi "solo" ad una stagnazione? Tre motivi. Primo, il paese é molto più ricco di quello che appare dalle statistiche e circa il 25% della sua economia é in nero. Questo vuol dire che almeno una parte dell'economia reale é riuscita a sottrarsi al genocidio fiscale, nonché all'ingessamento sindacale e burocratico, e riuscire a girare lo stesso. Secondo, la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, é in realtà aumentata di quasi 86mila miliardi in due anni. Sono stati tagliati gli investimenti veri (infrastrutture), ma é aumentata la quota di ricchezza nazionale destinata a favore del popolo "tutelato", grossomodo 5 milioni di persone, più loro famiglie, che vivono in qualche modo di soldi pubblici, e - soprattutto - ai prepensionamenti. Ciò ha finanziato il consenso di parte degli italiani e, temporaneamente, ridotto l'impatto negativo della stretta fiscale sui consumi. L'altra parte degli italiani, quella che produce veramente la ricchezza, ha pagato duro questo metodo. Ma il suo dissenso non ha provocato né ribellione né cambiamento del governo. Perché? I partiti che lo rappresentano si sono ritrovati sconfitti, divisi e compressi da un regime. Le élite industriali e finanziarie hanno dovuto (alcune voluto) accettare la seguente alternativa ricattatoria: o si cambiava governo o, dovendo tenersi questo condizionato dai comunisti, non c'era altra alternativa che accettare il metodo del bombardamento fiscale per accedere all'euro. Questo terzo motivo é il più importante in quanto ha permesso a Prodi di ottenere, in modo forzoso, un consenso straordinario nonostante una politica di distruzione del paese. Ma ora che l'euro c'é, il modo con cui lo si é ottenuto non può più continuare.

Perché? Il carico fiscale ha raggiunto un limite assoluto (tra l'altro é un primato planetario). Più di così non si può. L'economia reale, pur con la - per altro triste - flessibilità di quella nera, non può sostenerlo. Per esempio, nell'economia globalizzata le industrie sono in concorrenza con tutte le altre del mondo. C'é una gara internazionale per la fornitura di un componente. Vince chi alla stessa qualità offre il prezzo minore. Tra tasse troppo alte, costo del lavoro ed altri pesi o inefficienze sistemiche, le industrie italiane non riescono ad essere competitive, pur tecnicamente capacissime. Ed é un punto. L'altro, per gli stessi motivi, é che il capitale di risparmio sia italiano che estero non trova incentivi a venire in forma di investimento sul nostro territorio. Questa tendenza chiude le industrie, forza chi può a emigrare, distrugge lavoro (e la cosa non necessariamente é registrata dagli andamenti borsistici che per loro natura tecnica possono talvolta divergere da quelli dell'economia reale). L'euro non migliora le condizioni di competitività, pur alleggerendo quelle del credito. Anzi, le rende più critiche in quanto le industrie non possono più godere della flessibilità monetaria.

Tutte queste cose ce le siamo dette e ridette più volte, anche se é utile ricapitolarle. Dov'é la novità? Nel fatto che proprio la nascita dell'euro impedisce la continuazione dello statosocialismo. Per accedere all'euromoneta, Prodi ha usato l'ultimo margine di tassazione possibile per il paese. Quindi non può più finanziare protezionismi sindacali e spesa pubblica con questo metodo. Non può più ricorrere al debito per i nuovi vincoli euromonetari. Come finanzierà le spese crescenti del sistema statalista irriformato? Per un po' potrà usare il denaro liberato dal minor costo del debito. Ciò gli darà un anno di respiro. Dopo dovrà realmente tagliare di brutto la spesa "strutturale", cioé la parte di privilegio del sistema pensionistico e una fetta dell'apparato pubblico. Ma il punto principale é che dovrà fare anche crescita reale. E senza abbassare le tasse, e togliere rigidità, non é possibile.

Il ritorno all'economia reale é fatto necessario. Ma ciò non comporta necessariamente una buona notizia. Ne é prova il Dpef. Da una parte riconosce tra le righe quanto qui detto. Dall'altra prevede che si possa crescere senza cambiare niente. Questo vuol dire che il governo Prodi non interpreta la necessità del ritorno all'economia reale come urgenza di una riforma realistica. Ed é comprensibile. Non lo può fare per vincoli politici. Questo significa che perderemo altri due o tre anni prima di adeguare il paese alla realtà. E comincio a preoccuparmi nonostante l'enorme vitalità economica dell'Italia. Non credo che abbiamo tutto questo tempo prima che la deindustrializzazione diventi irreversibile o comunque tale da impoverirci sostanzialmente. Questo dubbio è sufficiente per invocare la priorità di abbattimento e sostituzione di questo governo, con tutti i mezzi, il prima possibile. Appunto, siamo nel dopo-euro.

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Il governo Prodi, per quadrare i conti, ha semplicemente alzato le tasse a dismisura. Cifre assolute (più chiare delle solite percentuali): in due anni Prodi ha fatto pagare agli italiani circa 130mila miliardi in più di tasse e simili. Una vera e propria "bomba T" che ha ridotto i consumi interni, i potenziali di sviluppo industriale e, conseguentemente, quelli per l'occupazione. Come mai un modo così devastante di sacrificare l'economia reale non ha provocato né una rivolta né una recessione drammatica, limitandosi "solo" ad una stagnazione? Tre motivi. Primo, il paese é molto più ricco di quello che appare dalle statistiche e circa il 25% della sua economia é in nero. Questo vuol dire che almeno una parte dell'economia reale é riuscita a sottrarsi al genocidio fiscale, nonché all'ingessamento sindacale e burocratico, e riuscire a girare lo stesso. Secondo, la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, é in realtà aumentata di quasi 86mila miliardi in due anni. Sono stati tagliati gli investimenti veri (infrastrutture), ma é aumentata la quota di ricchezza nazionale destinata a favore del popolo "tutelato", grossomodo 5 milioni di persone, più loro famiglie, che vivono in qualche modo di soldi pubblici, e - soprattutto - ai prepensionamenti. Ciò ha finanziato il consenso di parte degli italiani e, temporaneamente, ridotto l'impatto negativo della stretta fiscale sui consumi. L'altra parte degli italiani, quella che produce veramente la ricchezza, ha pagato duro questo metodo. Ma il suo dissenso non ha provocato né ribellione né cambiamento del governo. Perché? I partiti che lo rappresentano si sono ritrovati sconfitti, divisi e compressi da un regime. Le élite industriali e finanziarie hanno dovuto (alcune voluto) accettare la seguente alternativa ricattatoria: o si cambiava governo o, dovendo tenersi questo condizionato dai comunisti, non c'era altra alternativa che accettare il metodo del bombardamento fiscale per accedere all'euro. Questo terzo motivo é il più importante in quanto ha permesso a Prodi di ottenere, in modo forzoso, un consenso straordinario nonostante una politica di distruzione del paese. Ma ora che l'euro c'é, il modo con cui lo si é ottenuto non può più continuare.

Perché? Il carico fiscale ha raggiunto un limite assoluto (tra l'altro é un primato planetario). Più di così non si può. L'economia reale, pur con la - per altro triste - flessibilità di quella nera, non può sostenerlo. Per esempio, nell'economia globalizzata le industrie sono in concorrenza con tutte le altre del mondo. C'é una gara internazionale per la fornitura di un componente. Vince chi alla stessa qualità offre il prezzo minore. Tra tasse troppo alte, costo del lavoro ed altri pesi o inefficienze sistemiche, le industrie italiane non riescono ad essere competitive, pur tecnicamente capacissime. Ed é un punto. L'altro, per gli stessi motivi, é che il capitale di risparmio sia italiano che estero non trova incentivi a venire in forma di investimento sul nostro territorio. Questa tendenza chiude le industrie, forza chi può a emigrare, distrugge lavoro (e la cosa non necessariamente é registrata dagli andamenti borsistici che per loro natura tecnica possono talvolta divergere da quelli dell'economia reale). L'euro non migliora le condizioni di competitività, pur alleggerendo quelle del credito. Anzi, le rende più critiche in quanto le industrie non possono più godere della flessibilità monetaria.

Tutte queste cose ce le siamo dette e ridette più volte, anche se é utile ricapitolarle. Dov'é la novità? Nel fatto che proprio la nascita dell'euro impedisce la continuazione dello statosocialismo. Per accedere all'euromoneta, Prodi ha usato l'ultimo margine di tassazione possibile per il paese. Quindi non può più finanziare protezionismi sindacali e spesa pubblica con questo metodo. Non può più ricorrere al debito per i nuovi vincoli euromonetari. Come finanzierà le spese crescenti del sistema statalista irriformato? Per un po' potrà usare il denaro liberato dal minor costo del debito. Ciò gli darà un anno di respiro. Dopo dovrà realmente tagliare di brutto la spesa "strutturale", cioé la parte di privilegio del sistema pensionistico e una fetta dell'apparato pubblico. Ma il punto principale é che dovrà fare anche crescita reale. E senza abbassare le tasse, e togliere rigidità, non é possibile.

Il ritorno all'economia reale é fatto necessario. Ma ciò non comporta necessariamente una buona notizia. Ne é prova il Dpef. Da una parte riconosce tra le righe quanto qui detto. Dall'altra prevede che si possa crescere senza cambiare niente. Questo vuol dire che il governo Prodi non interpreta la necessità del ritorno all'economia reale come urgenza di una riforma realistica. Ed é comprensibile. Non lo può fare per vincoli politici. Questo significa che perderemo altri due o tre anni prima di adeguare il paese alla realtà. E comincio a preoccuparmi nonostante l'enorme vitalità economica dell'Italia. Non credo che abbiamo tutto questo tempo prima che la deindustrializzazione diventi irreversibile o comunque tale da impoverirci sostanzialmente. Questo dubbio è sufficiente per invocare la priorità di abbattimento e sostituzione di questo governo, con tutti i mezzi, il prima possibile. Appunto, siamo nel dopo-euro.

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Il governo Prodi, per quadrare i conti, ha semplicemente alzato le tasse a dismisura. Cifre assolute (più chiare delle solite percentuali): in due anni Prodi ha fatto pagare agli italiani circa 130mila miliardi in più di tasse e simili. Una vera e propria "bomba T" che ha ridotto i consumi interni, i potenziali di sviluppo industriale e, conseguentemente, quelli per l'occupazione. Come mai un modo così devastante di sacrificare l'economia reale non ha provocato né una rivolta né una recessione drammatica, limitandosi "solo" ad una stagnazione? Tre motivi. Primo, il paese é molto più ricco di quello che appare dalle statistiche e circa il 25% della sua economia é in nero. Questo vuol dire che almeno una parte dell'economia reale é riuscita a sottrarsi al genocidio fiscale, nonché all'ingessamento sindacale e burocratico, e riuscire a girare lo stesso. Secondo, la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, é in realtà aumentata di quasi 86mila miliardi in due anni. Sono stati tagliati gli investimenti veri (infrastrutture), ma é aumentata la quota di ricchezza nazionale destinata a favore del popolo "tutelato", grossomodo 5 milioni di persone, più loro famiglie, che vivono in qualche modo di soldi pubblici, e - soprattutto - ai prepensionamenti. Ciò ha finanziato il consenso di parte degli italiani e, temporaneamente, ridotto l'impatto negativo della stretta fiscale sui consumi. L'altra parte degli italiani, quella che produce veramente la ricchezza, ha pagato duro questo metodo. Ma il suo dissenso non ha provocato né ribellione né cambiamento del governo. Perché? I partiti che lo rappresentano si sono ritrovati sconfitti, divisi e compressi da un regime. Le élite industriali e finanziarie hanno dovuto (alcune voluto) accettare la seguente alternativa ricattatoria: o si cambiava governo o, dovendo tenersi questo condizionato dai comunisti, non c'era altra alternativa che accettare il metodo del bombardamento fiscale per accedere all'euro. Questo terzo motivo é il più importante in quanto ha permesso a Prodi di ottenere, in modo forzoso, un consenso straordinario nonostante una politica di distruzione del paese. Ma ora che l'euro c'é, il modo con cui lo si é ottenuto non può più continuare.

Perché? Il carico fiscale ha raggiunto un limite assoluto (tra l'altro é un primato planetario). Più di così non si può. L'economia reale, pur con la - per altro triste - flessibilità di quella nera, non può sostenerlo. Per esempio, nell'economia globalizzata le industrie sono in concorrenza con tutte le altre del mondo. C'é una gara internazionale per la fornitura di un componente. Vince chi alla stessa qualità offre il prezzo minore. Tra tasse troppo alte, costo del lavoro ed altri pesi o inefficienze sistemiche, le industrie italiane non riescono ad essere competitive, pur tecnicamente capacissime. Ed é un punto. L'altro, per gli stessi motivi, é che il capitale di risparmio sia italiano che estero non trova incentivi a venire in forma di investimento sul nostro territorio. Questa tendenza chiude le industrie, forza chi può a emigrare, distrugge lavoro (e la cosa non necessariamente é registrata dagli andamenti borsistici che per loro natura tecnica possono talvolta divergere da quelli dell'economia reale). L'euro non migliora le condizioni di competitività, pur alleggerendo quelle del credito. Anzi, le rende più critiche in quanto le industrie non possono più godere della flessibilità monetaria.

Tutte queste cose ce le siamo dette e ridette più volte, anche se é utile ricapitolarle. Dov'é la novità? Nel fatto che proprio la nascita dell'euro impedisce la continuazione dello statosocialismo. Per accedere all'euromoneta, Prodi ha usato l'ultimo margine di tassazione possibile per il paese. Quindi non può più finanziare protezionismi sindacali e spesa pubblica con questo metodo. Non può più ricorrere al debito per i nuovi vincoli euromonetari. Come finanzierà le spese crescenti del sistema statalista irriformato? Per un po' potrà usare il denaro liberato dal minor costo del debito. Ciò gli darà un anno di respiro. Dopo dovrà realmente tagliare di brutto la spesa "strutturale", cioé la parte di privilegio del sistema pensionistico e una fetta dell'apparato pubblico. Ma il punto principale é che dovrà fare anche crescita reale. E senza abbassare le tasse, e togliere rigidità, non é possibile.

Il ritorno all'economia reale é fatto necessario. Ma ciò non comporta necessariamente una buona notizia. Ne é prova il Dpef. Da una parte riconosce tra le righe quanto qui detto. Dall'altra prevede che si possa crescere senza cambiare niente. Questo vuol dire che il governo Prodi non interpreta la necessità del ritorno all'economia reale come urgenza di una riforma realistica. Ed é comprensibile. Non lo può fare per vincoli politici. Questo significa che perderemo altri due o tre anni prima di adeguare il paese alla realtà. E comincio a preoccuparmi nonostante l'enorme vitalità economica dell'Italia. Non credo che abbiamo tutto questo tempo prima che la deindustrializzazione diventi irreversibile o comunque tale da impoverirci sostanzialmente. Questo dubbio è sufficiente per invocare la priorità di abbattimento e sostituzione di questo governo, con tutti i mezzi, il prima possibile. Appunto, siamo nel dopo-euro.

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1998-4-23

23/4/1998

Il ritorno dell'economia reale

Dopo-euro. Cosa cambia in Italia? Che il risanamento della finanza pubblica non potrà più continuare a scapito dell'economia reale.

Il governo Prodi, per quadrare i conti, ha semplicemente alzato le tasse a dismisura. Cifre assolute (più chiare delle solite percentuali): in due anni Prodi ha fatto pagare agli italiani circa 130mila miliardi in più di tasse e simili. Una vera e propria "bomba T" che ha ridotto i consumi interni, i potenziali di sviluppo industriale e, conseguentemente, quelli per l'occupazione. Come mai un modo così devastante di sacrificare l'economia reale non ha provocato né una rivolta né una recessione drammatica, limitandosi "solo" ad una stagnazione? Tre motivi. Primo, il paese é molto più ricco di quello che appare dalle statistiche e circa il 25% della sua economia é in nero. Questo vuol dire che almeno una parte dell'economia reale é riuscita a sottrarsi al genocidio fiscale, nonché all'ingessamento sindacale e burocratico, e riuscire a girare lo stesso. Secondo, la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, é in realtà aumentata di quasi 86mila miliardi in due anni. Sono stati tagliati gli investimenti veri (infrastrutture), ma é aumentata la quota di ricchezza nazionale destinata a favore del popolo "tutelato", grossomodo 5 milioni di persone, più loro famiglie, che vivono in qualche modo di soldi pubblici, e - soprattutto - ai prepensionamenti. Ciò ha finanziato il consenso di parte degli italiani e, temporaneamente, ridotto l'impatto negativo della stretta fiscale sui consumi. L'altra parte degli italiani, quella che produce veramente la ricchezza, ha pagato duro questo metodo. Ma il suo dissenso non ha provocato né ribellione né cambiamento del governo. Perché? I partiti che lo rappresentano si sono ritrovati sconfitti, divisi e compressi da un regime. Le élite industriali e finanziarie hanno dovuto (alcune voluto) accettare la seguente alternativa ricattatoria: o si cambiava governo o, dovendo tenersi questo condizionato dai comunisti, non c'era altra alternativa che accettare il metodo del bombardamento fiscale per accedere all'euro. Questo terzo motivo é il più importante in quanto ha permesso a Prodi di ottenere, in modo forzoso, un consenso straordinario nonostante una politica di distruzione del paese. Ma ora che l'euro c'é, il modo con cui lo si é ottenuto non può più continuare.

Perché? Il carico fiscale ha raggiunto un limite assoluto (tra l'altro é un primato planetario). Più di così non si può. L'economia reale, pur con la - per altro triste - flessibilità di quella nera, non può sostenerlo. Per esempio, nell'economia globalizzata le industrie sono in concorrenza con tutte le altre del mondo. C'é una gara internazionale per la fornitura di un componente. Vince chi alla stessa qualità offre il prezzo minore. Tra tasse troppo alte, costo del lavoro ed altri pesi o inefficienze sistemiche, le industrie italiane non riescono ad essere competitive, pur tecnicamente capacissime. Ed é un punto. L'altro, per gli stessi motivi, é che il capitale di risparmio sia italiano che estero non trova incentivi a venire in forma di investimento sul nostro territorio. Questa tendenza chiude le industrie, forza chi può a emigrare, distrugge lavoro (e la cosa non necessariamente é registrata dagli andamenti borsistici che per loro natura tecnica possono talvolta divergere da quelli dell'economia reale). L'euro non migliora le condizioni di competitività, pur alleggerendo quelle del credito. Anzi, le rende più critiche in quanto le industrie non possono più godere della flessibilità monetaria.

Tutte queste cose ce le siamo dette e ridette più volte, anche se é utile ricapitolarle. Dov'é la novità? Nel fatto che proprio la nascita dell'euro impedisce la continuazione dello statosocialismo. Per accedere all'euromoneta, Prodi ha usato l'ultimo margine di tassazione possibile per il paese. Quindi non può più finanziare protezionismi sindacali e spesa pubblica con questo metodo. Non può più ricorrere al debito per i nuovi vincoli euromonetari. Come finanzierà le spese crescenti del sistema statalista irriformato? Per un po' potrà usare il denaro liberato dal minor costo del debito. Ciò gli darà un anno di respiro. Dopo dovrà realmente tagliare di brutto la spesa "strutturale", cioé la parte di privilegio del sistema pensionistico e una fetta dell'apparato pubblico. Ma il punto principale é che dovrà fare anche crescita reale. E senza abbassare le tasse, e togliere rigidità, non é possibile.

Il ritorno all'economia reale é fatto necessario. Ma ciò non comporta necessariamente una buona notizia. Ne é prova il Dpef. Da una parte riconosce tra le righe quanto qui detto. Dall'altra prevede che si possa crescere senza cambiare niente. Questo vuol dire che il governo Prodi non interpreta la necessità del ritorno all'economia reale come urgenza di una riforma realistica. Ed é comprensibile. Non lo può fare per vincoli politici. Questo significa che perderemo altri due o tre anni prima di adeguare il paese alla realtà. E comincio a preoccuparmi nonostante l'enorme vitalità economica dell'Italia. Non credo che abbiamo tutto questo tempo prima che la deindustrializzazione diventi irreversibile o comunque tale da impoverirci sostanzialmente. Questo dubbio è sufficiente per invocare la priorità di abbattimento e sostituzione di questo governo, con tutti i mezzi, il prima possibile. Appunto, siamo nel dopo-euro.

(c) 1998 Carlo Pelanda
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