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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-11-6

6/11/2000

Il vuoto totale di visione nella riforma scolastica di De Mauro

Che la riforma del sistema educativo primario e secondario appena varata dal governo sia un pasticcio è cronaca ormai nota. Ma qui vorrei segnalare un difetto perfino peggiore. Il governo ha voluto modificare la struttura scolastica senza neanche aver tentato di definire seriamente i nuovi standard educativi che saranno necessari nel futuro e la scala dei cambiamenti che questi implicano. Se il "pieno" della proposta De Mauro – fortunatamente ancora da discutere in Parlamento – ci lascia sconcertati, il suo "vuoto" dovrebbe spaventarci. Cerchiamo di riempirlo, pur nei limiti di un articolo.

Prima di tutto bisogna appendere qualsiasi riforma dei sistemi educativi ad un chiodo che definisca con precisione quale sia il loro valore. La ricerca degli ultimi anni in materia mostra con chiarezza che nella nuova economia trainata dalla conoscenza il valore del sapere – e della sua diffusione di massa – è molto superiore a quello esistente nei modelli di società precedenti. Quindi non basta più insegnare a leggere e scrivere e portare uno studente agli standard che si ritenevano adeguati, per dire, negli anni Ottanta (a cui la riforma De Mauro resta di fatto ancorata). L’"operaio" di domani, diciamo nel 2010, dovrà avere le competenze di un ingegnere di oggi. Se non lo portiamo lì e non gli diamo la possibilità di rieducarsi continuamente, costui non potrà avere un buon valore di mercato. Sarà povero e chiederà assistenzialismo. Se, invece, spendiamo molto sulla sua educazione già da subito, allora questo non avrà bisogno di costose tutele redistributive perché sarà dotato della capacità di cogliere le opportunità del mercato. Che, a sua volta, sarà più dinamico in quanto le tasse e le garanzie sindacali potranno essere minori perché decrescente il fabbisogno di protezione del debole. Pur detta frettolosamente, questa è la nuova teoria del capitale umano: spendere di più per l’educazione in forma di investimento formativo di massa e di meno per le tutele tradizionali. Quindi il primo punto da capire è che la riforma del sistema educativo non riguarda solo la riorganizzazione di un settore dello Stato, ma dello Stato stesso: una riallocazione sostanziale delle risorse fiscali a favore dell’investimento sul capitale umano.

Il portare tutti i cittadini agli standard di qualità richiesti nel futuro costerà dalle tre o quattro volte, forse di più, di quanto si spende ora. Richiederà una riformulazione più incisiva e completa del diritto allo studio sul piano costituzionale: la comunità nazionale asicura ad ogni individuo le risorse necessarie per ottenere il più alto standard educativo possibile; in cambio il singolo cittadino si impegna a conquistare un suo proprio ed autonomo valore di mercato. Tale formulazione trasforma il costo di formazione in un investimento per creare maggiore ricchezza futura diffusa. Così il primo può essere moltiplicato senza produrre distorsioni economiche. Non aspettatevi che la sinistra italiana tenti di applicare questo diritto fortissimo all’educazione in quanto implica il definanziamento progressivo delle forme più tradizionali di garanzie assistenziali che sono il suo bottino politico. Ed infatti hanno evitato accuratamente perfino di accennare remotamente a tali scenari.

Poniamo di riuscire ad iniziare la riforma di scala finanziaria dell’educazione, che richiederà anni, e di avere i soldi necessari. Per esempio, ogni individuo quando nasce avrà un credito di tot miliardi per portarlo al massimo di qualità. Ci vorrano innovazioni raffinatissime. Quella più critica riguarderà l’individualizzazione del processo educativo. Gruppi di non più di dieci o cinque studenti per insegnante. Personalizzazione delle agende scolastiche: non esami burocratici, ma test di controllo; e programmi individualizzati in base al loro risultato. In sintesi, il nuovo educatore avrà come missione principale quella di sviluppare un talento in ogni individuo. La competitività del lavoratore del futuro, infatti, non si baserà soltanto sulla capacità di maneggiare più e meglio l’informazione, ma anche su quella di creare, progettare ed improvvisare. Questo sarà il punto principale della rivoluzione cognitiva di massa.

Tale scenario futuribile implica il cambiamento pressochè totale di tutte le procedure ed infrastrutture educative ora esistenti. Fantascienza? Per niente. La ricerca sta producendo scenari perfino più arditi e in alcuni paesi (America) già si iniziano gli esperimenti. E dovete considerare che la personalizzazione ed estensione stellare dei potenziali educativi potrà avvalersi, diversamente da dieci anni fa, delle nuove tecnologie dell’informazione appena esplose: un ragazzo non studierà più la geografia solo dall’atlante, ma potrà, dall’aula o da casa, orientare un satellite osservativo sul territorio di interesse, ricavare una mappa computerizzata e simulare un progetto di reingegnerizzazione ecologica. Sarà assistito in rete dall’insegnante umano, ma potrà anche avvalersi di un sistema di intelligenza artificiale, un tutore virtuale, che lo seguirà ad hoc. E tale possibilità sarà pari sia per il ragazzino della Calabria rurale sia per quello che vive nel centro di Milano.

Questo solo per dare un’idea di cosa potremo e dovremo fare. Certo, ci vorranno decenni. Ma possiamo iniziare a percorrere questa strada futura cominciando oggi almeno a capire di cosa realmente parliamo quando affrontiamo il tema della modernizzazione dell’educazione. Con il dovuto rispetto, caro De Mauro, lei non l’ha capito.

(c) 2000 Carlo Pelanda
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