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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-10-26

26/10/2000

Risparmi a picco
L’Ulivo ci lascia in eredità un’Italia molto più povera, e vuole nasconderlo

In un convegno ho sentito uomini della sinistra dire con certa rassegnata alterigia: chi governerà dopo di noi potrà trovare un paese risanato. Mentre li ascoltavo – irritato per la bugia - sfogliavo alcune ricerche preliminari (inviatemi da laureandi per consigli e manoscritti di colleghi) che analizzavano un fenomeno che tutti noi percepiamo: l’impoverimento degli italiani dal 1996 in poi. I dati aggregati lo mostrano chiaramente e ve l’ho segnalto più volte. Ma sono rimasto di sasso quando ho visto in queste ricerche – solo preliminari, ma approfondite - che l’entità del fenomeno appare molto maggiore di quanto emerge dai dati generali: una vera e propria emergenza di massa. Che le fonti ufficiali governative e molti ricercatori collegati negano.

Per questo motivo prego la comunità accademica - quella indipendente e non coloro che hanno fatto carriera in carrozza rossa - di verificare i seguenti dati ipotetici. Circa il 30% degli italiani vive in condizioni di povertà. Tale numero appare come il doppio di quello dei cittadini che sono ufficialmente definiti poveri (comunque aumentati negli ultimi anni). Per esempio, un lavorastore che prende in busta paga circa un milione e settecentomila lira al mese (al datore di lavoro costa molto di più perché poco meno della metà del salario va direttamente allo Stato), con moglie che non lavora ed un bimbo, è di fatto un povero. Ma ciò non appare nelle statistiche che lo collocano nella classe media. Riporto casi reali studiati al millimetro da un laureando: seicentomila lire di affittto; altrettante per mangiare (prezzi aumentati più dell’inflazione ufficiale), il resto – mezzo milione - in tasse e spese che possono dirsi fisse: benzina, rata dell’auto e materiali scolastici. In sintesi, un numero notevole di persone classificate come classe media non arriva alla fine del mese e, per riuscirci, deve rinunciare a qualcosa di essenziale. Controprova: sta aumentando il credito al consumo al nord (oltre allo strozzinaggio al sud). Significa che molte famiglie devono indebitarsi per comprare un cappotto. Questa è povertà.

Qualcuno potrebbe dire che che la parte di salario andata allo Stato ritorna in forma di servizi reali che costerebbero di più se forniti dal libero mercato. Quindi il tipo di cittadino detto non è povero. Questo era in qualche modo vero nel passato. Ma dal 1996 in poi i servizi medici sono stati di fatto ridotti in qualità e quantità. Lo sapete tutti ed è inutile sprecare spazio per argomentarlo. Le tariffe dei treni, i pedaggi autostradali, le tasse comunali, le bollette elettriche e del gas, la benzina, sono tutti aumentati. I costi telefonici non sono scesi abbastanza. La fiscalità generale diretta e, soprattutto, indiretta è andata alle stelle. Nel passato i prezzi dei servizi pubblici e di quelli essenziali erano calmierati ed in effetti il pur sbagliato modello di Stato sociale compensava in tal modo i bassi salari e l’alto prelievo fiscale. Ora il denaro prelevato non ritorna più ai cittadini (la cifra redistribuita dalla legge finanziaria è una caramellina elettorale senza sostanza). Inoltre l’inflazione reale, ripeto, sale più di quella formale. Così le famiglie con un solo salario, o poco più, che pur malamente bastava nel 1996, sono cadute in pochi anni sotto la soglia di sussistenza. Se viene confermata la quantità di popolazione detta sopra in queste condizioni, allora è veramente emergenza nazionale.

Aggravata dall’ipotesi che anche nelle famiglie dove si lavora in due, con circa tre-quattro milioni al mese in mano, il livello di vita è peggiorato fino ad avvicinarsi all’incertezza ed alla sottocapitalizzazione endemiche. Cosa che potrebbe essere causa della caduta della propensione al risparmio della classe media, guarda caso, a picco dopo il 1996. Il che porterebbe l’emergenza ai livelli di un impoverimento sia relativo sia assoluto che tocca tra il 50 ed il 60% degli italiani. Prego verificare.

Qualche lettore potrebbe stupirsi che ponga un problema di incertezza e verifica su dati così fondamentali. Eppure c’è. Non perché le statistiche siano false. Ma per il fatto che queste registrano con molta lentezza i cambiamenti e non rappresentano, per loro natura, i dettagli. E se non c’è una comunità di ricerca che vada a cercare il pelo nell’uovo, la verità non viene fuori. O può essere ammorbidita se il ricercatore, anche per idealità sincera, ha interesse a mostrare una tesi piuttosto che un’altra. In sintesi, ho il sospetto che venga sottostimato, non del tutto innocentemente, il tasso reale di impoverimento del Paese. Ce l’ha anche un collega che ha appena finito di scrivere un testo di ottima qualità metodologica in merito. Ma non lo pubblica perché teme che i suoi suoi superiori accademici lo boccino al concorso per professore associato. Possiamo capirlo, ma ciò rinforza l’urgenza dell’appello.

(c) 2000 Carlo Pelanda
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