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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-9-16

16/9/2000

La battaglia di Saddam
L’emergenza petrolio si complica

C’era da aspettarselo. Solo tre paesi sono tecnicamente in grado di aumentare l’estrazione di petrolio – nel breve periodo -  in quantita’ sufficiente a riportare un qualche equilibrio tra domanda ed offerta e, quindi, calmierarne il prezzo ormai stellare: Arabia Saudita, Kuwait ed Iraq. Messico, Venezuela, Emirati ed altri, in realta’, hanno un certo potenziale di incremento. Ma i primi tre sono quelli piu’ critici per l’immediato, cioe’ essenziali per la copertura del picco di domanda petrolifera nei prossimi mesi invernali. E, puntuale, l’Iraq ne ha approfittato per tentare di tradurre in vantaggio politico questa situazione favorevole. La minaccia al Kuwait – con la scusa che il secondo pompa in diagonale dai campi petroliferi in territorio irakeno – non comporta alcun serio rischio di guerra. Infatti basta solo vagheggiarla in astratto per far innervosire il mercato ed alzare prezzi petroliferi gia’ sotto tensione. Ed e’ sufficiente per riportare l’Iraq al centro dell’attenzione politica internazionale e dargli una leva negoziale forte per uscire dalla stretta in cui si trova dalla fine del conflitto (1991). Il messaggio e’ chiaro: toglieteci l’embargo, ridateci l’accesso ai consessi internazionali, soprattutto finisca la pressione personale e delegittimante su Saddam Hussein, e l’Iraq vi salvera’ dallo shock petrolifero che rischia di mandare in recessione le economie occidentali nel 2001. La prima risposta di Washington e’stata, ovviamente, dura: niente ricatti, il nostro potere militare e’ li’ pronto ad intervenire. Ma, realisticamente, sara’ difficile che nel retrobottega, pur mantendo parole fermissime, gli Stati Uniti possano continuare ad impedire all’Iraq di mettere sul mercato tutto il suo petrolio. Ora congelato, a parte una piccola quantita’ che l’Onu gli permette di vendere per finanziare l’acquisto di beni alimentari (accordo “oil for food”).

Non e’ pensabile, infatti, che l’America corra il rischio di far arrivare il petrolio sui 40 dollari al barile e di farlo restare a tale livello per qualche tempo. L’impatto inflazionistico sarebbe superiore alle capacita’ di assorbirlo. Da una parte: l’inflazione depurata dai costi energetici e’ a quota zero perche’ il ritmo della crescita americana sta rallentando; soprattutto, l’efficienza tecnologica del sistema industriale riesce a non scaricare gli aumenti dei prezzi alla produzione su quelli finali. Dall’altra, questo secondo effetto si sta riducendo di molto da quando il petrolio ha passato la soglia dei 30 dollari al barile. Ma piu’ preoccupante e’ il fatto che l’attesa di costi energetici crescenti nel prossimo futuro tende a ridurre i consumi in altri settori, creando il rischio di flop improvviso della domanda aggregata. Questo e’ il fattore che potrebbe scatenare una recessione improvvisa. Che se avvenisse in America si porterebbe dietro immediatamente l’Europa in quanto la seconda cresce solo grazie alle esportazioni in quel mercato e non per vitalita’ al proprio interno. In sintesi, non e’ accettabile neanche il rischio remoto di arrivare a quota 40 e starci per troppo tempo. Infatti  Washington sta agendo con misure di emergenza, molto piu’ dure e nervose di quanto appaia sulla stampa. E la principale di queste – considerando l’uso delle riserve strategiche di petrolio per calmierarne il prezzo un’azione a raggio limitato -   e’ politica: mettere in campo gli Stati vassalli, in particolare Venezuela e Arabia, per convincere i paesi produttori (Opec ed affiliati) ad autolimitare il prezzo del petrolio. Proprio in questi giorni c’e’ il massimo sforzo americano per ottenere tale obiettivo. E proprio in questi giorni l’Iraq ha tirato fuori – con certa abilita’ – la sua rinnovata capacita’ di ricatto. Come andra’ a finire? Difficile dirlo, ma probilmente ci sara’ qualche compromesso e dovremmo farla franca, almeno per l’immediato.

Tuttavia l’azione irakena ci deve far riflettere su quanto sia politicamente instabile la definizione dei prezzi petroliferi. La speranza di crescita senza guai per l’economia globale nel 2001 richiede che il prezzo del petrolio torni tra i 28 ed i 24 dollari. In caso contrario l’inflazione energetica comporterebbe una tensione al rialzo dei tassi monetari di entita’ superiore a quella ottimale per mantenere la crescita in atto. E, anche se lentamente, si aprirebbe la porta per una recessione globale. L’Opec non vuole assolutamente che cio’ avvenga perche’ il prezzo del petrolio crollerebbe, come successo a seguito della crisi asiatica del 1997-98. E recentemente era tornato l’ottimismo nei governi proprio perche’ l’Opec si era messo su questa giusta strada di saggezza (anche se troppo tardi, ha dichiarato recentemente l’ex ministro del paetrolio saudita Yamani). Ma proprio l’azione irakena, considerando che Iran, Indonesia ed altri si stanno opponendo alla “strategia saggia” dei produttori, ci mostra quanto sara’ difficile mantenere coeso l’Opec sulla buona via, anche se sincere le intenzioni della maggioranza dei suoi partecipanti  (sincerita’ che consiglierei di prendere con le molle). E cio’ rende molto problematico ed incerto lo scenario. Abbiamo soluzioni?

A breve, europei ed americani devono mostrare piu’ coesione e determinazione per prendere il controllo delle risorse petrolifere. E’ ora di mostrare il bastone, pur rivestito dell’opportuno velluto diplomatico. A lungo, ormai e’ chiaro che c’e’ un incompatibilita’ insanabile tra petrolio e crescita. E non ci resta altro che accelerare la sostituzione dell’economia petrolifera con una nuova basata sull’idrogeno, H-Economy.

(c) 2000 Carlo Pelanda
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