Nell'euroretorica imperante nessuno si chiede quale sia l'interesse nazionale italiano. Il governo non lo definisce. Il Parlamento non ne discute. In particolare, c'é silenzio assoluto sul tema di quale tipo di Europa sia utile agli interessi concreti del popolo italiano. In pochi anni si formerà il nuovo ordine europeo e questo potrà essere a favore o a sfavore degli italiani. Poiché nella realtà delle relazioni tra Stati nessuno regala niente all'altro é ovvio che un'Italia che non sa cosa vuole e che non chiede nulla verrà danneggiata dalle altre nazioni europee. Tale esito negativo si può evitare solo definendo il nostro interesse e negoziandolo con forza per ottenere un'Europa che sia utile e non dannosa per noi. Provo a definire i punti principali del nostro interesse in tre aree critiche: (a) geoconomica; (b) sicurezza e (c) architettura europea.

A) In Italia prevale il modello di "capitalismo diffuso" basato sulla piccola industria mentre in Francia e Germania é dominante un modello di "capitalismo concentrato", cioé tante grandi industrie e pochissime piccole (a parte in un pezzo di Baviera e di Baden). I dati mostrano che tra pochi anni solo 10% della popolazione attiva in Germania svolgerà un lavoro autonomo o "non protetto". In Italia più del 50% della popolazione sarà invece impegnata in lavori autonomi e (micro)imprenditoriali. E' clamorosamente evidente che l'Italia ha un modello economico e sociologico del tutto diverso - molto più flessibile e dinamico - delle due nazioni che dominano politicamente l'Europa. La moneta unica richiederà un certo grado di omogeneizzazione delle economie nazionali. Ma quali regole economiche verranno europeizzate? Al momento la tendenza, spinta da Francia e Germania, é di favorire un modello socialista e la grande impresa (non solo perché c'é solo quella, ma anche perché é più predisposta alla totale sindacalizzazione). Ciò significa: alte tasse, elevata rigidità del mercato del lavoro, sindacalizzazione estrema e protezione del mercato europeo dalla concorrenza esterna. Ma in tale scenario la piccola impresa flessibile e globalizzata italiana, se sottoposta a queste eventuali regole europee peggiorative di quelle già pessime italiane, sparirebbe in pochi anni. Quindi l'interesse nazionale italiano é quello di bloccare l'europeizzazione delle regole più favorevoli al modello di "capitalismo concentrato" e di premere o per una euroliberalizzazione o almeno per un regime speciale di flessibilità che tenga conto delle peculiari esigenze del modello di "capitalismo diffuso". Qui il discorso é complicato perché si mescolano la dimensione politica contingente di un Europa quasi tutta socialista e quella strutturale della diversità dei modelli economici. Infatti D'Alema difende la politica di sinistra e non l'interesse industriale italiano. Ed é una disgrazia per noi. Ma resta chiara l'esigenza di una fortissima azione per imporre le nostre ragioni nazionali a correzione e contrasto del modello franco-tedesco. In questa avremmo l'alleanza oggettiva di Spagna (per similarità di modello) e del Regno Unito (basato su un'economia liberalizzata).

B) Il nostro interesse é che il Mediterraneo decolli economicamente il prima possibile. Ciò favorirebbe lo sviluppo dell'Italia meridionale che ne è il centro geoconomico ed il nostro massimo problema nazionale. Ma la Germania ha interesse a dirottare tutte le risorse europee verso est allo scopo di finanziare quei paesi che assorbirà nel proprio mercato interno, cioé a favore delle sue imprese. L'Italia dovrebbe ottenere almeno un compromesso. Metà ad Est, che ne ha bisogno e comunque é utile anche per noi, metà a sud, meglio del quasi zero di adesso. E tali risorse servirebbero a finanziare la pace nel bacino mediterraneo e la stabilità dei paesi della costa sud, ovvero la precondizione per lo sviluppo della regione. A questo é collegato il nostro interesse militare. Gli europei non hanno la forza per assicurare una "Pax mediterranea". La NATO, cioé gli Stati Uniti, ce l'ha. Questo significa che l'Italia deve opporsi a qualsiasi europeizzazione della difesa che riduca la capacità della NATO di impegnarsi nel Mediteraneo. Ora la tendenza, purtroppo, va contro questo nostro interesse. Va cambiata velocemente sia sul piano europeo che su quello degli accordi interni della NATO. Ma il governo è silente.

C) Più in generale, l'Italia deve decidere in prospettiva se le conviene spingere verso la formazione di una vera e propria Federazione europea oppure accettare l'attuale Europa delle nazioni dominata dalla diarchia franco-tedesca. Nel primo caso una Costituzione europea renderebbe meglio rappresentati gli interessi italiani di quanto lo siano adesso. Nel secondo caso l'Italia manterrebbe abbastanza sovranità nazionale, se ben sfruttata, per ottenere eccezioni e regimi speciali nel dominio geoconomico franco-tedesco. Non é una decisione facile. Anche perché non l'abbiamo mai discussa come comunità nazionale e ci mancano le basi di studio per capire esattamente cosa ci conviene.

Quanto detto serve solo ad aprire un dibattito che sorprendentemente non c'é. Il punto é il seguente: in Europa ci siamo da pari e non da servi e abbiamo il diritto ed il dovere di formarla anche in base ai nostri sacrosanti interessi. Buon 1999 affinché il 2000 sia più italiano. E liberista.

" /> Nell'euroretorica imperante nessuno si chiede quale sia l'interesse nazionale italiano. Il governo non lo definisce. Il Parlamento non ne discute. In particolare, c'é silenzio assoluto sul tema di quale tipo di Europa sia utile agli interessi concreti del popolo italiano. In pochi anni si formerà il nuovo ordine europeo e questo potrà essere a favore o a sfavore degli italiani. Poiché nella realtà delle relazioni tra Stati nessuno regala niente all'altro é ovvio che un'Italia che non sa cosa vuole e che non chiede nulla verrà danneggiata dalle altre nazioni europee. Tale esito negativo si può evitare solo definendo il nostro interesse e negoziandolo con forza per ottenere un'Europa che sia utile e non dannosa per noi. Provo a definire i punti principali del nostro interesse in tre aree critiche: (a) geoconomica; (b) sicurezza e (c) architettura europea.

A) In Italia prevale il modello di "capitalismo diffuso" basato sulla piccola industria mentre in Francia e Germania é dominante un modello di "capitalismo concentrato", cioé tante grandi industrie e pochissime piccole (a parte in un pezzo di Baviera e di Baden). I dati mostrano che tra pochi anni solo 10% della popolazione attiva in Germania svolgerà un lavoro autonomo o "non protetto". In Italia più del 50% della popolazione sarà invece impegnata in lavori autonomi e (micro)imprenditoriali. E' clamorosamente evidente che l'Italia ha un modello economico e sociologico del tutto diverso - molto più flessibile e dinamico - delle due nazioni che dominano politicamente l'Europa. La moneta unica richiederà un certo grado di omogeneizzazione delle economie nazionali. Ma quali regole economiche verranno europeizzate? Al momento la tendenza, spinta da Francia e Germania, é di favorire un modello socialista e la grande impresa (non solo perché c'é solo quella, ma anche perché é più predisposta alla totale sindacalizzazione). Ciò significa: alte tasse, elevata rigidità del mercato del lavoro, sindacalizzazione estrema e protezione del mercato europeo dalla concorrenza esterna. Ma in tale scenario la piccola impresa flessibile e globalizzata italiana, se sottoposta a queste eventuali regole europee peggiorative di quelle già pessime italiane, sparirebbe in pochi anni. Quindi l'interesse nazionale italiano é quello di bloccare l'europeizzazione delle regole più favorevoli al modello di "capitalismo concentrato" e di premere o per una euroliberalizzazione o almeno per un regime speciale di flessibilità che tenga conto delle peculiari esigenze del modello di "capitalismo diffuso". Qui il discorso é complicato perché si mescolano la dimensione politica contingente di un Europa quasi tutta socialista e quella strutturale della diversità dei modelli economici. Infatti D'Alema difende la politica di sinistra e non l'interesse industriale italiano. Ed é una disgrazia per noi. Ma resta chiara l'esigenza di una fortissima azione per imporre le nostre ragioni nazionali a correzione e contrasto del modello franco-tedesco. In questa avremmo l'alleanza oggettiva di Spagna (per similarità di modello) e del Regno Unito (basato su un'economia liberalizzata).

B) Il nostro interesse é che il Mediterraneo decolli economicamente il prima possibile. Ciò favorirebbe lo sviluppo dell'Italia meridionale che ne è il centro geoconomico ed il nostro massimo problema nazionale. Ma la Germania ha interesse a dirottare tutte le risorse europee verso est allo scopo di finanziare quei paesi che assorbirà nel proprio mercato interno, cioé a favore delle sue imprese. L'Italia dovrebbe ottenere almeno un compromesso. Metà ad Est, che ne ha bisogno e comunque é utile anche per noi, metà a sud, meglio del quasi zero di adesso. E tali risorse servirebbero a finanziare la pace nel bacino mediterraneo e la stabilità dei paesi della costa sud, ovvero la precondizione per lo sviluppo della regione. A questo é collegato il nostro interesse militare. Gli europei non hanno la forza per assicurare una "Pax mediterranea". La NATO, cioé gli Stati Uniti, ce l'ha. Questo significa che l'Italia deve opporsi a qualsiasi europeizzazione della difesa che riduca la capacità della NATO di impegnarsi nel Mediteraneo. Ora la tendenza, purtroppo, va contro questo nostro interesse. Va cambiata velocemente sia sul piano europeo che su quello degli accordi interni della NATO. Ma il governo è silente.

C) Più in generale, l'Italia deve decidere in prospettiva se le conviene spingere verso la formazione di una vera e propria Federazione europea oppure accettare l'attuale Europa delle nazioni dominata dalla diarchia franco-tedesca. Nel primo caso una Costituzione europea renderebbe meglio rappresentati gli interessi italiani di quanto lo siano adesso. Nel secondo caso l'Italia manterrebbe abbastanza sovranità nazionale, se ben sfruttata, per ottenere eccezioni e regimi speciali nel dominio geoconomico franco-tedesco. Non é una decisione facile. Anche perché non l'abbiamo mai discussa come comunità nazionale e ci mancano le basi di studio per capire esattamente cosa ci conviene.

Quanto detto serve solo ad aprire un dibattito che sorprendentemente non c'é. Il punto é il seguente: in Europa ci siamo da pari e non da servi e abbiamo il diritto ed il dovere di formarla anche in base ai nostri sacrosanti interessi. Buon 1999 affinché il 2000 sia più italiano. E liberista.

"/> Nell'euroretorica imperante nessuno si chiede quale sia l'interesse nazionale italiano. Il governo non lo definisce. Il Parlamento non ne discute. In particolare, c'é silenzio assoluto sul tema di quale tipo di Europa sia utile agli interessi concreti del popolo italiano. In pochi anni si formerà il nuovo ordine europeo e questo potrà essere a favore o a sfavore degli italiani. Poiché nella realtà delle relazioni tra Stati nessuno regala niente all'altro é ovvio che un'Italia che non sa cosa vuole e che non chiede nulla verrà danneggiata dalle altre nazioni europee. Tale esito negativo si può evitare solo definendo il nostro interesse e negoziandolo con forza per ottenere un'Europa che sia utile e non dannosa per noi. Provo a definire i punti principali del nostro interesse in tre aree critiche: (a) geoconomica; (b) sicurezza e (c) architettura europea.

A) In Italia prevale il modello di "capitalismo diffuso" basato sulla piccola industria mentre in Francia e Germania é dominante un modello di "capitalismo concentrato", cioé tante grandi industrie e pochissime piccole (a parte in un pezzo di Baviera e di Baden). I dati mostrano che tra pochi anni solo 10% della popolazione attiva in Germania svolgerà un lavoro autonomo o "non protetto". In Italia più del 50% della popolazione sarà invece impegnata in lavori autonomi e (micro)imprenditoriali. E' clamorosamente evidente che l'Italia ha un modello economico e sociologico del tutto diverso - molto più flessibile e dinamico - delle due nazioni che dominano politicamente l'Europa. La moneta unica richiederà un certo grado di omogeneizzazione delle economie nazionali. Ma quali regole economiche verranno europeizzate? Al momento la tendenza, spinta da Francia e Germania, é di favorire un modello socialista e la grande impresa (non solo perché c'é solo quella, ma anche perché é più predisposta alla totale sindacalizzazione). Ciò significa: alte tasse, elevata rigidità del mercato del lavoro, sindacalizzazione estrema e protezione del mercato europeo dalla concorrenza esterna. Ma in tale scenario la piccola impresa flessibile e globalizzata italiana, se sottoposta a queste eventuali regole europee peggiorative di quelle già pessime italiane, sparirebbe in pochi anni. Quindi l'interesse nazionale italiano é quello di bloccare l'europeizzazione delle regole più favorevoli al modello di "capitalismo concentrato" e di premere o per una euroliberalizzazione o almeno per un regime speciale di flessibilità che tenga conto delle peculiari esigenze del modello di "capitalismo diffuso". Qui il discorso é complicato perché si mescolano la dimensione politica contingente di un Europa quasi tutta socialista e quella strutturale della diversità dei modelli economici. Infatti D'Alema difende la politica di sinistra e non l'interesse industriale italiano. Ed é una disgrazia per noi. Ma resta chiara l'esigenza di una fortissima azione per imporre le nostre ragioni nazionali a correzione e contrasto del modello franco-tedesco. In questa avremmo l'alleanza oggettiva di Spagna (per similarità di modello) e del Regno Unito (basato su un'economia liberalizzata).

B) Il nostro interesse é che il Mediterraneo decolli economicamente il prima possibile. Ciò favorirebbe lo sviluppo dell'Italia meridionale che ne è il centro geoconomico ed il nostro massimo problema nazionale. Ma la Germania ha interesse a dirottare tutte le risorse europee verso est allo scopo di finanziare quei paesi che assorbirà nel proprio mercato interno, cioé a favore delle sue imprese. L'Italia dovrebbe ottenere almeno un compromesso. Metà ad Est, che ne ha bisogno e comunque é utile anche per noi, metà a sud, meglio del quasi zero di adesso. E tali risorse servirebbero a finanziare la pace nel bacino mediterraneo e la stabilità dei paesi della costa sud, ovvero la precondizione per lo sviluppo della regione. A questo é collegato il nostro interesse militare. Gli europei non hanno la forza per assicurare una "Pax mediterranea". La NATO, cioé gli Stati Uniti, ce l'ha. Questo significa che l'Italia deve opporsi a qualsiasi europeizzazione della difesa che riduca la capacità della NATO di impegnarsi nel Mediteraneo. Ora la tendenza, purtroppo, va contro questo nostro interesse. Va cambiata velocemente sia sul piano europeo che su quello degli accordi interni della NATO. Ma il governo è silente.

C) Più in generale, l'Italia deve decidere in prospettiva se le conviene spingere verso la formazione di una vera e propria Federazione europea oppure accettare l'attuale Europa delle nazioni dominata dalla diarchia franco-tedesca. Nel primo caso una Costituzione europea renderebbe meglio rappresentati gli interessi italiani di quanto lo siano adesso. Nel secondo caso l'Italia manterrebbe abbastanza sovranità nazionale, se ben sfruttata, per ottenere eccezioni e regimi speciali nel dominio geoconomico franco-tedesco. Non é una decisione facile. Anche perché non l'abbiamo mai discussa come comunità nazionale e ci mancano le basi di studio per capire esattamente cosa ci conviene.

Quanto detto serve solo ad aprire un dibattito che sorprendentemente non c'é. Il punto é il seguente: in Europa ci siamo da pari e non da servi e abbiamo il diritto ed il dovere di formarla anche in base ai nostri sacrosanti interessi. Buon 1999 affinché il 2000 sia più italiano. E liberista.

" />



 ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

il Giornale

1998-12-30

30/12/1998

L'interesse nazionale

Nell'euroretorica imperante nessuno si chiede quale sia l'interesse nazionale italiano. Il governo non lo definisce. Il Parlamento non ne discute. In particolare, c'é silenzio assoluto sul tema di quale tipo di Europa sia utile agli interessi concreti del popolo italiano. In pochi anni si formerà il nuovo ordine europeo e questo potrà essere a favore o a sfavore degli italiani. Poiché nella realtà delle relazioni tra Stati nessuno regala niente all'altro é ovvio che un'Italia che non sa cosa vuole e che non chiede nulla verrà danneggiata dalle altre nazioni europee. Tale esito negativo si può evitare solo definendo il nostro interesse e negoziandolo con forza per ottenere un'Europa che sia utile e non dannosa per noi. Provo a definire i punti principali del nostro interesse in tre aree critiche: (a) geoconomica; (b) sicurezza e (c) architettura europea.

A) In Italia prevale il modello di "capitalismo diffuso" basato sulla piccola industria mentre in Francia e Germania é dominante un modello di "capitalismo concentrato", cioé tante grandi industrie e pochissime piccole (a parte in un pezzo di Baviera e di Baden). I dati mostrano che tra pochi anni solo 10% della popolazione attiva in Germania svolgerà un lavoro autonomo o "non protetto". In Italia più del 50% della popolazione sarà invece impegnata in lavori autonomi e (micro)imprenditoriali. E' clamorosamente evidente che l'Italia ha un modello economico e sociologico del tutto diverso - molto più flessibile e dinamico - delle due nazioni che dominano politicamente l'Europa. La moneta unica richiederà un certo grado di omogeneizzazione delle economie nazionali. Ma quali regole economiche verranno europeizzate? Al momento la tendenza, spinta da Francia e Germania, é di favorire un modello socialista e la grande impresa (non solo perché c'é solo quella, ma anche perché é più predisposta alla totale sindacalizzazione). Ciò significa: alte tasse, elevata rigidità del mercato del lavoro, sindacalizzazione estrema e protezione del mercato europeo dalla concorrenza esterna. Ma in tale scenario la piccola impresa flessibile e globalizzata italiana, se sottoposta a queste eventuali regole europee peggiorative di quelle già pessime italiane, sparirebbe in pochi anni. Quindi l'interesse nazionale italiano é quello di bloccare l'europeizzazione delle regole più favorevoli al modello di "capitalismo concentrato" e di premere o per una euroliberalizzazione o almeno per un regime speciale di flessibilità che tenga conto delle peculiari esigenze del modello di "capitalismo diffuso". Qui il discorso é complicato perché si mescolano la dimensione politica contingente di un Europa quasi tutta socialista e quella strutturale della diversità dei modelli economici. Infatti D'Alema difende la politica di sinistra e non l'interesse industriale italiano. Ed é una disgrazia per noi. Ma resta chiara l'esigenza di una fortissima azione per imporre le nostre ragioni nazionali a correzione e contrasto del modello franco-tedesco. In questa avremmo l'alleanza oggettiva di Spagna (per similarità di modello) e del Regno Unito (basato su un'economia liberalizzata).

B) Il nostro interesse é che il Mediterraneo decolli economicamente il prima possibile. Ciò favorirebbe lo sviluppo dell'Italia meridionale che ne è il centro geoconomico ed il nostro massimo problema nazionale. Ma la Germania ha interesse a dirottare tutte le risorse europee verso est allo scopo di finanziare quei paesi che assorbirà nel proprio mercato interno, cioé a favore delle sue imprese. L'Italia dovrebbe ottenere almeno un compromesso. Metà ad Est, che ne ha bisogno e comunque é utile anche per noi, metà a sud, meglio del quasi zero di adesso. E tali risorse servirebbero a finanziare la pace nel bacino mediterraneo e la stabilità dei paesi della costa sud, ovvero la precondizione per lo sviluppo della regione. A questo é collegato il nostro interesse militare. Gli europei non hanno la forza per assicurare una "Pax mediterranea". La NATO, cioé gli Stati Uniti, ce l'ha. Questo significa che l'Italia deve opporsi a qualsiasi europeizzazione della difesa che riduca la capacità della NATO di impegnarsi nel Mediteraneo. Ora la tendenza, purtroppo, va contro questo nostro interesse. Va cambiata velocemente sia sul piano europeo che su quello degli accordi interni della NATO. Ma il governo è silente.

C) Più in generale, l'Italia deve decidere in prospettiva se le conviene spingere verso la formazione di una vera e propria Federazione europea oppure accettare l'attuale Europa delle nazioni dominata dalla diarchia franco-tedesca. Nel primo caso una Costituzione europea renderebbe meglio rappresentati gli interessi italiani di quanto lo siano adesso. Nel secondo caso l'Italia manterrebbe abbastanza sovranità nazionale, se ben sfruttata, per ottenere eccezioni e regimi speciali nel dominio geoconomico franco-tedesco. Non é una decisione facile. Anche perché non l'abbiamo mai discussa come comunità nazionale e ci mancano le basi di studio per capire esattamente cosa ci conviene.

Quanto detto serve solo ad aprire un dibattito che sorprendentemente non c'é. Il punto é il seguente: in Europa ci siamo da pari e non da servi e abbiamo il diritto ed il dovere di formarla anche in base ai nostri sacrosanti interessi. Buon 1999 affinché il 2000 sia più italiano. E liberista.

(c) 1998 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli