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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-8-8

8/8/2000

Microitalia
Il vaccino della futurizzazione per guarire l’Italia in piena crisi competitiva

L’Italia è agli ultimi posti, tra i paesi avanzati, di qualsiasi classifica internazionale comparata che riguardi la competitività economica, la qualità dei servizi, l’efficienza delle istituzioni e, in generale, il grado di modernizzazione del paese. Recentemente siamo stati bocciati anche per il grado di apertura del mercato (dati Ocse di qualche giorno fa). In Europa siamo i penultimi in tutto, fino al punto che si scherza amaramente: meno male che c’è la Grecia. Senza di questa, infatti, saremmo proprio l’eurofanalino di coda. E stiamo peggiorando. Per esempio, è vero che c’è finalmente un po’ di crescita - anche se trainata principalmente dalla svalutazione dell’euro e quindi aleatoria -, ma le nostre aziende perdono quote di mercato in Europa e sul piano globale, come mostrano i dati del primo semestre 2000. Questo vuol dire che il modello industriale tradizionale italiano non è più sufficientemente competitivo. E che non nascono nuovi settori industriali capaci di compensarne la contrazione. Perché?

Abbiamo ormai perso tutta la grande industria ad alta tecnologia per cause di cattiva gestione politica. Per esempio, quando tanti anni fa si formò il consorzio europeo per la costruzione del cacciabombardiere Tornado, noi italiani, influenzati dai sindacati, negoziammo con lo scopo di portare a casa ore lavoro e non tecnologia. Grazie a questo (e ad altri casi del genere) le industrie tedesche ed inglesi ebbero un vantaggio competitivo futuro, tra l’altro finanziato con denari anche italiani, mentre le nostre stanno chiudendo o sono comunque marginalizzate. Siamo stati per decenni tra i principali finanziatori all’Agenzia spaziale europea (ESA), ma – diversamente dai francesi - non abbiamo preso la leadership in qualche programma di qualità da far gestire come soggetto primario al nostro sistema industriale. Esito: pur con un grande potenziale in tale settore ormai ci resta solo qualche nicchia. Soldi pubblici in ricerca ne sono stati spesi tanti. Ma sono stati dispersi in una miriade di piccoli finanziamenti assistenziali invece di esssere concentrati in pochi e selezionati programmi strategici. Esito: siamo senza brevetti tecnologici residenti. Il nucleare lo abbiamo abolito per cecità politica. I computer da noi non si fanno più. I software nemmeno. Perché? Mancano le condizioni della filiera che ne rende possibile la produzione competitiva: bassa fiscalità, flessibilità della manodopera, disponibilità di personale tecnicamente preparato dalle università. Ciliegina bacata sulla torta rancida: la legge italiana disincentiva di fatto la trasformazione della piccola impresa in grande azienda. Così il nostro modello industriale è fatto di centinaia di migliaia di microimprese che non hanno la scala per operare con successo sul piano globale. Inoltre sono quasi tutte impegnate nelle produzioni a bassa e media tecnologia. Che i paesi emergenti cominciano già a copiare e a vendere a metà prezzo. Questa è solo una piccola parte del quadro. Ma è sufficiente per mostrare che ci stiamo suicidando: da decenni l’Italia non investe nel proprio futuro. Nell’ultimo quinquennio, quando è scoppiata la concorrenza globale, questo buco è venuto allla luce e il sistema industriale italiano è (semi)franato. Nel momento in cui bisognava attuare una riforma competitiva d’urgenza, nel 1996, è andato al potere un governo di sinistra che ha negato la crisi e lasciato le cose come stavano, anzi peggiorate. E’ così siamo entrati in una fase di decadenza industriale.

Non ci saranno catastrofi né a breve né medio periodo. La deindustrializzazione in un sistema comunque grande e variato non si manifesta con un impatto immediato e totale. E non impedisce fasi di crescita: la dimezza in relazione a nazioni più competitive quando l’economia globale va bene e rende più lunghi i periodi di stagnazione. In sintesi, è come garegiare sui cento metri con scarpe che diventano sempre più pesanti. Esattamente quello che è successo all’Italia negli ultimi quattro anni. Più va avanti questa tendenza e più sarà difficile e socialmente costoso invertirla a causa dell’impoverimento.

Ci sono soluzioni? Sì, ma molte meno di quattro anni fa. Lo strumento più tipico è quello di liberalizzare il più possibile e di ridurre al minimo le tasse. Questo serve a remunerare meglio il capitale di investimento e, quindi, ad attrarlo e mantenerlo a casa propria. Che è l’obiettivo principale della strategia competitiva di una nazione. Ma tale misura generale potrebbe non bastare più pur essendo una premessa necessaria. Ormai tutti i principali paesi europei, indipendentemente dal colore politico dei governi, hanno intrapreso questa strada (Germania, Francia, Spagna, Svezia, il Regno Unito già riformato negli anni ‘80). Quindi la riforma competitiva in senso di liberalizzazione generale è per noi una condizione necessaria, ma non sufficiente a darci un vantaggio comparativo intraeuropeo di prospettiva. Ci vuole qualcosa di più. E abbiamo una sola strada: fare in modo che il nostro territorio possa attrarre il più possibile i nuovi settori industriali ad alta tecnologia. Dobbiamo tentare di futurizzare un’Italia che è arretrata di vent’anni. Come? Misure speciali setoriali, d’emergenza, oltre alla liberalizzazione generale: (1) detassazione totale per cinque anni e privilegi fiscali ventennali per le aziende straniere high tech che decidono di insediare in Italia la casa madre ed i laboratori principali; (2) rilascio immediato della cittadinanza e bonus fiscale per cinque anni a qualunque straniero laureato in materie tecnologiche (Germania e Stati Uniti stanno varando misure simili); (3) concentrazione delle risorse pubbliche in pochi programmi strategici di ricerca e sviluppo; (4) incentivi massimi per l’ingrandimento accelerato delle attuali piccole imprese. La lista è ovviamente più lunga, la definizione delle misure di concorrenza internazionale più complicata. Ma serve a stimolare in modo concreto il disegno di una riforma competitiva che non possiamo più rimandare.

(c) 2000 Carlo Pelanda
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