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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-3-7

7/3/2000

I record dimezzati di D’Alema & C.

 Nonostante le autorevoli smentite all’interno del suo stesso governo (Piero Giarda, venerdì scorso) e la stroncatura da parte di Antonio Fazio (sabato a Pavia), D’Alema ha continuato imperterrito (domenica, convegno della Uil) a dire che l’economia italiana nell’era della sinistra è un trionfo. A questo punto va stoppato con la seguente cannonata di dati reali. 

Il misero 1,4% di crescita del Pil nel 1999 (nel 1998 fu dell’1,5%) conferma la brutta tendenza dell’Italia dal 1996 in poi, epoca di instaurazione del governo di sinistra-centro. Negli ultimi quattro anni, infatti, l’aumento del Pil medio italiano è stato sotto l’1,5% contro il 2,5% degli altri paesi dell’eurozona, più di un punto percentuale in meno. In generale, nei momenti buoni del ciclo economico internazionale noi cresciamo metà degli altri paesi comparabili con il nostro. Per esempio, la Francia pur socialista e statalista  ha colto la ripresa mondiale della seconda metà del 1999 e fatto il 2,7% di crescita. La Spagna più del 3%.  In quelli cattivi andiamo male il doppio degli altri. Sia che si cresca sia che si resti stagnanti, poi, facciamo mediamente tra lo 0,5 e lo 0,7% di inflazione in più della media dell’eurozona, segno di grande inefficienza spalmata nelle nostre regole economiche. Se paragonati ai paesi occidentali a più alto sviluppo, poi, nell’ultimo triennio abbiamo realizzato ben il 2% di crescita in meno. Gli Stati Uniti, l’anno scorso, ci hanno distanziato di quasi il 3% sul piano della crescita e di ben il 7% su quello dell’occupazione (da noi i disoccupati sono più dell’11% - per lo più concentrati al Sud - mentre negli Usa i senza lavoro sono al 4,1%).  Siamo penultimi tra i paesi dell’eurozona, dopo di noi solo la Grecia, in tutte le classifiche di competitività economica. Nella graduatoria mondiale della libertà economica siamo circa al quarantesimo posto, a parimerito con alcuni paesi africani. In compenso siamo ai primi posti nelle classifiche internazionali dei carichi fiscali, dell’inefficienza giudiziaria e della criminalità diffusa. Soprattutto, è indicativo il fatto che  le esportazioni italiane, nel 1999, sono risultate meno capaci di tenere le quote di mercato nonostante la buona crescita mondiale ed europea in atto (23mila miliardi di export in meno in relazione al 1998). Sintomo di perdita di competitività in alcuni settori portanti (moda, calzature, ecc.) che hanno trainato la nostra ricchezza fino al recente passato. Non è certo catastrofe, ma appare chiaro che il paese è prigioniero di una situazione di stagnazione endemica con pericolosi sintomi di  decadenza strisciante.

Perché? Come noto e ripetuto fino alla nausea, il governo di sinistra-centro ha tenuto troppo alte le tasse (il carico fiscale nel 1999 è perfino aumentato dello 0,3%, arrivando al 43,3% del Pil) ed eccessivamente rigido il mercato del lavoro mentre tutta l’economia mondiale stava rivoluzionandosi in direzione opposta. E’ ovvio che da noi siano diminuiti gli investimenti.  Inoltre, per stare entro i limiti di bilancio, ha tagliato la spesa pubblica per investimenti e non quella corrente dell’apparato statale, che è aumentata. Significa che il modello statalista ha drenato molta ricchezza dal mercato produttivo per trasferirla alla burocrazia ed all’assistenzialismo improduttivi (cioè soldi che non ne producono di nuovi). Il che, combinato con i pochi investimenti e con un peggioramento del nostro export, ha causato la stagnazione dei redditi delle famiglie italiane e, quindi, della domanda interna di beni di consumo. Ecco perché cresciamo metà degli altri. E continua.

 Il governo prevede che nel 2000 la crescita italiana arriverà attorno al 2,5%. Ciò, una volta tanto, non è irrealistico. E’ un momento buono del ciclo internazionale. Francia, Germania e Spagna dovrebbero crescere oltre il 3% e, per effetto traino, noi ne godremmo. Ma senza riforme che lascino più libero il mercato di fare nuovi investimenti cresceremo comunque meno degli altri e, in particolare, meno di quanto potremmo e dovremmo. In particolare, D’Alema  promette di portare la disoccupazione sotto il 10% entro poco tempo. Per ottenere tale risultato si dovrebbe liberalizzare il mercato del lavoro ammettendo contratti flessibili. Soprattutto, bisognerebbe ridurre di almeno dodici punti il carico fiscale sulle imprese italiane. Ma tali misure sono impedite da chi fornisce consenso alla sinistra, sindacati in particolare, ed è improbabile che verranno attuate. Quindi la promessa è coscientemente falsa. Il piccolo aumento degli occupati che si è registrato recentemente va attribuito per lo più a lavori artificiali, a termine, sostenuti con denaro assistenziale (la cui erogazione, infatti, è aumentata del 5,5% nel 1999). Il che significa, depurando il dato, che nei quattro anni di sinistra-centro la quantità di “lavori veri” è leggermente peggiorata, sicuramente non migliorata.

 Il paese è per fortuna ancora vitale, sicuramente in grado di crescere oltre il 4% se fosse liberalizzato, defiscalizzato e governato almeno decentemente. Con D’Alema e colleghi, invece, il massimo che possiamo aspettarci nel 2000 è solo la metà della crescita che potremmo fare. Questa è la verità, cari dimezzisti. 

(c) 2000 Carlo Pelanda
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