Wall Street contro Greenspan. Tra i due c'é una questione solo apparentemente "tecnica" e, per il pubblico italiano, remota. In realtà riguarda una possibile novità generale dell'economia e quindi tocca da vicino il prossimo futuro di tutti noi.

Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, da mesi sta comunicando al mercato borsistico americano che i valori azionari sono troppo alti. Infatti l'indice Dow Jones viaggia attorno ai 7000 punti, tra 7100 a 6800. Quando ha passato i 6000 molti hanno previsto che si stava raggiungendo un limite insuperabile. Ma il mercato ha scommesso sulla continuazione del rialzo. Ed é stato premiato. Il fatto - che ha dell'incredibile - é il seguente. Il mercato ha completamente ignorato il primo avvertimento da parte dell'autorità monetaria (nell'autunno del 1996). E' stata una sberla formidabile alla credibilità di Greenspan. E sta perfino valutando se ignorare anche il secondo, espresso - a fine febbraio- in forma chiarissima: prima o poi la riduzione della disoccupazione creerà inflazione ed a quel punto sarà giocoforza alzare i tassi monetari per contrastarla. Di fronte a questa posizione così netta dell'autorità monetaria il mercato dovrebbe, in teoria, reagire quasi automaticamente e non solo calmare l'andamento rialzista, ma predisporsi, stimo io, ad un rientro del Dow Jones attorno a quota 6000 entro qualche mese. Infatti negli ultimi giorni Wall Street é scesa di un po' sotto i 6900 punti. Ma ci é voluta una dichiarazione quasi disperata del numero 2 dell'Autorità monetaria (Alice Rivlin) in combinazione con dati che mostrano come la crescita dell'economia americana sia più calda di quanto si pensasse. E notate che questa forma del messaggio vuol dire: la prossima volta il numero 1 Greenspan non parlerà più ad un mercato che lo snobba, ma alzerà direttamente i tassi. Il mercato rischia moltissimo. Se Greenspan farà così, infatti, la borsa dovrà per forza calare sia per la previsione di effetti negativi sulla crescita delle imprese conseguenti all'aumento del costo del denaro sia per la maggiore competitività degli investimenti in titoli ed obbligazioni denominati in dollari nei confronti di quelli azionari. In particolare, se ciò avvenisse in un ciclo borsistico sbilanciato per eccesso di crescita si rischierebbe un crollo improvviso, simile a quello del 1929, con conseguenze devastanti. Ed é prorio questo il terrore di Greenspan ed il motivo per cui ha lanciato gli allarmi: ha paura di indurre il crollo nel momento in cui dovrà alzare i tassi per prevenirre l'inflazione. Ma il mercato non é ancora convinto delle previsioni di Greenspan pur dovendo tener conto della sua volontà e quindi interrompere, per il momento, il trend rialzista. Ritiene sia possibile andare a quota 8000, perfino oltre. E' un giallo.

Qual é il punto principale di divergenza? La previsione sull'inflazione negli Stati Uniti. La disoccupazione lì é scesa al 5,3%. I libri dicono che a tali livelli occupazionali é meglio raffreddare l'economia perché se no parte l'inflazione. Greenspan li conosce bene ed in più vede nei dati che in effetti le aziende fanno fatica a trovare manodopera specializzata (quella generica é invece abbondante) e cominciano ad attrarla con la promessa di salari più alti. Ma il mercato vede dati diversi e sembra fregarsene dei vecchi libri. Quali dati? Che i costi di produzione delle aziende tendono ad abbassarsi ed i margini di profitto alzarsi. Che c'é molta liquidità e che essa va volentieri ad alimentare la crescita azionaria pilotata dai fondi di investimento che raccolgono il risparmio da tutto il pianeta. Ma il punto principale é che il mercato prevede che il sistema americano (e del mercato globale) abbia preso una tendenza deflazionistica stabile. Ed essa si basa su due osservazioni strutturali: (a) che le nuove tecnologie riducono i costi di produzione ed aumentano la produttività; (b) che la flessibilità del mercato del lavoro e la globalizzazione tendono a far restare molto bassi i salari anche perché rendono molto alta la paura dei lavoratori di perdere il posto, limitandone le rivendicazioni contrattuali. La combinazione di questi due fattori crea uno scenario dove più merci vengono prodotte a minori costi, inoltre vendute in un mercato interno in cui prevale la competizione sui prezzi perché la gente ha meno soldi da spendere a causa dei salari contenuti ("goods are chasing money"). Per questo motivo il mercato prevede crescita senza inflazione per un periodo più lungo di quello che Greenspan pensa. Ed anche per questo il primo ritiene possibile quota 8000, mentre il secondo valuta necessario che la borsa rientri presto almeno a 6000. Il mercato pensa che l'inflazione é morta e che l'assassino sia l'efficienza della nuova economia industriale globalizzata. Greenspan, invece, la vede viva e pronta a bussare di nuovo.

Oltre all'incadescente scenario specifico americano, a noi tutti interessa capire chi abbia ragione per una questione di fondo che ci interessa da vicino. Se é vero che la tendenza deflattiva indotta dall'evoluzione del sistema produttivo é ormai strutturale e stabile nel mercato globale, allora potrebbe cambiare tutta la politica monetaria nell'ambiente europeo, oltre che americano, liberandosi dalla sindrome del "bancocentrismo". In soldoni, sarebbe possibile rischiare una maggiore riduzione dei tassi - e quindi del costo del denaro e del debito- perché minore é il rischio di fare inflazione. E, soprattutto per l'Italia, questo andamento mondiale sarebbe una enorme opportunità (a livello di "ombrello") per riequilibrare i bilanci pubblici ed allo stesso tempo favorire la crescita economica. Va detto che per coglierla bisognerebbe liberalizzare il mercato del lavoro e rendere più concorrenziale quello generale. Se, infatti, esso resta rigido allora permane una delle fonti principali di inflazione. Ma qui interessa il punto di fondo. Il "bancocentrismo" (americano ed europeo) sovrastima permanentemente la probabilità di fare inflazione e, per questo, ha la tendenza ad attuare politiche monetarie che puniscono il lavoro e la crescita a favore del controllo dei prezzi. Se si dimostra che il rischio inflattivo è strutturalmente minore, i bancocentristi non potranno fare più così e dovranno ridurre i pesi monetari che raffreddano l'economia.

Non so francamente dirvi chi abbia ragione. So solo che la questione é maledettamente importante e che il conflitto tra Wall Street e Greenspan é il primo test al mondo i cui potremo valutarla nei fatti, tra poco, il 25 marzo.

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Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, da mesi sta comunicando al mercato borsistico americano che i valori azionari sono troppo alti. Infatti l'indice Dow Jones viaggia attorno ai 7000 punti, tra 7100 a 6800. Quando ha passato i 6000 molti hanno previsto che si stava raggiungendo un limite insuperabile. Ma il mercato ha scommesso sulla continuazione del rialzo. Ed é stato premiato. Il fatto - che ha dell'incredibile - é il seguente. Il mercato ha completamente ignorato il primo avvertimento da parte dell'autorità monetaria (nell'autunno del 1996). E' stata una sberla formidabile alla credibilità di Greenspan. E sta perfino valutando se ignorare anche il secondo, espresso - a fine febbraio- in forma chiarissima: prima o poi la riduzione della disoccupazione creerà inflazione ed a quel punto sarà giocoforza alzare i tassi monetari per contrastarla. Di fronte a questa posizione così netta dell'autorità monetaria il mercato dovrebbe, in teoria, reagire quasi automaticamente e non solo calmare l'andamento rialzista, ma predisporsi, stimo io, ad un rientro del Dow Jones attorno a quota 6000 entro qualche mese. Infatti negli ultimi giorni Wall Street é scesa di un po' sotto i 6900 punti. Ma ci é voluta una dichiarazione quasi disperata del numero 2 dell'Autorità monetaria (Alice Rivlin) in combinazione con dati che mostrano come la crescita dell'economia americana sia più calda di quanto si pensasse. E notate che questa forma del messaggio vuol dire: la prossima volta il numero 1 Greenspan non parlerà più ad un mercato che lo snobba, ma alzerà direttamente i tassi. Il mercato rischia moltissimo. Se Greenspan farà così, infatti, la borsa dovrà per forza calare sia per la previsione di effetti negativi sulla crescita delle imprese conseguenti all'aumento del costo del denaro sia per la maggiore competitività degli investimenti in titoli ed obbligazioni denominati in dollari nei confronti di quelli azionari. In particolare, se ciò avvenisse in un ciclo borsistico sbilanciato per eccesso di crescita si rischierebbe un crollo improvviso, simile a quello del 1929, con conseguenze devastanti. Ed é prorio questo il terrore di Greenspan ed il motivo per cui ha lanciato gli allarmi: ha paura di indurre il crollo nel momento in cui dovrà alzare i tassi per prevenirre l'inflazione. Ma il mercato non é ancora convinto delle previsioni di Greenspan pur dovendo tener conto della sua volontà e quindi interrompere, per il momento, il trend rialzista. Ritiene sia possibile andare a quota 8000, perfino oltre. E' un giallo.

Qual é il punto principale di divergenza? La previsione sull'inflazione negli Stati Uniti. La disoccupazione lì é scesa al 5,3%. I libri dicono che a tali livelli occupazionali é meglio raffreddare l'economia perché se no parte l'inflazione. Greenspan li conosce bene ed in più vede nei dati che in effetti le aziende fanno fatica a trovare manodopera specializzata (quella generica é invece abbondante) e cominciano ad attrarla con la promessa di salari più alti. Ma il mercato vede dati diversi e sembra fregarsene dei vecchi libri. Quali dati? Che i costi di produzione delle aziende tendono ad abbassarsi ed i margini di profitto alzarsi. Che c'é molta liquidità e che essa va volentieri ad alimentare la crescita azionaria pilotata dai fondi di investimento che raccolgono il risparmio da tutto il pianeta. Ma il punto principale é che il mercato prevede che il sistema americano (e del mercato globale) abbia preso una tendenza deflazionistica stabile. Ed essa si basa su due osservazioni strutturali: (a) che le nuove tecnologie riducono i costi di produzione ed aumentano la produttività; (b) che la flessibilità del mercato del lavoro e la globalizzazione tendono a far restare molto bassi i salari anche perché rendono molto alta la paura dei lavoratori di perdere il posto, limitandone le rivendicazioni contrattuali. La combinazione di questi due fattori crea uno scenario dove più merci vengono prodotte a minori costi, inoltre vendute in un mercato interno in cui prevale la competizione sui prezzi perché la gente ha meno soldi da spendere a causa dei salari contenuti ("goods are chasing money"). Per questo motivo il mercato prevede crescita senza inflazione per un periodo più lungo di quello che Greenspan pensa. Ed anche per questo il primo ritiene possibile quota 8000, mentre il secondo valuta necessario che la borsa rientri presto almeno a 6000. Il mercato pensa che l'inflazione é morta e che l'assassino sia l'efficienza della nuova economia industriale globalizzata. Greenspan, invece, la vede viva e pronta a bussare di nuovo.

Oltre all'incadescente scenario specifico americano, a noi tutti interessa capire chi abbia ragione per una questione di fondo che ci interessa da vicino. Se é vero che la tendenza deflattiva indotta dall'evoluzione del sistema produttivo é ormai strutturale e stabile nel mercato globale, allora potrebbe cambiare tutta la politica monetaria nell'ambiente europeo, oltre che americano, liberandosi dalla sindrome del "bancocentrismo". In soldoni, sarebbe possibile rischiare una maggiore riduzione dei tassi - e quindi del costo del denaro e del debito- perché minore é il rischio di fare inflazione. E, soprattutto per l'Italia, questo andamento mondiale sarebbe una enorme opportunità (a livello di "ombrello") per riequilibrare i bilanci pubblici ed allo stesso tempo favorire la crescita economica. Va detto che per coglierla bisognerebbe liberalizzare il mercato del lavoro e rendere più concorrenziale quello generale. Se, infatti, esso resta rigido allora permane una delle fonti principali di inflazione. Ma qui interessa il punto di fondo. Il "bancocentrismo" (americano ed europeo) sovrastima permanentemente la probabilità di fare inflazione e, per questo, ha la tendenza ad attuare politiche monetarie che puniscono il lavoro e la crescita a favore del controllo dei prezzi. Se si dimostra che il rischio inflattivo è strutturalmente minore, i bancocentristi non potranno fare più così e dovranno ridurre i pesi monetari che raffreddano l'economia.

Non so francamente dirvi chi abbia ragione. So solo che la questione é maledettamente importante e che il conflitto tra Wall Street e Greenspan é il primo test al mondo i cui potremo valutarla nei fatti, tra poco, il 25 marzo.

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Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, da mesi sta comunicando al mercato borsistico americano che i valori azionari sono troppo alti. Infatti l'indice Dow Jones viaggia attorno ai 7000 punti, tra 7100 a 6800. Quando ha passato i 6000 molti hanno previsto che si stava raggiungendo un limite insuperabile. Ma il mercato ha scommesso sulla continuazione del rialzo. Ed é stato premiato. Il fatto - che ha dell'incredibile - é il seguente. Il mercato ha completamente ignorato il primo avvertimento da parte dell'autorità monetaria (nell'autunno del 1996). E' stata una sberla formidabile alla credibilità di Greenspan. E sta perfino valutando se ignorare anche il secondo, espresso - a fine febbraio- in forma chiarissima: prima o poi la riduzione della disoccupazione creerà inflazione ed a quel punto sarà giocoforza alzare i tassi monetari per contrastarla. Di fronte a questa posizione così netta dell'autorità monetaria il mercato dovrebbe, in teoria, reagire quasi automaticamente e non solo calmare l'andamento rialzista, ma predisporsi, stimo io, ad un rientro del Dow Jones attorno a quota 6000 entro qualche mese. Infatti negli ultimi giorni Wall Street é scesa di un po' sotto i 6900 punti. Ma ci é voluta una dichiarazione quasi disperata del numero 2 dell'Autorità monetaria (Alice Rivlin) in combinazione con dati che mostrano come la crescita dell'economia americana sia più calda di quanto si pensasse. E notate che questa forma del messaggio vuol dire: la prossima volta il numero 1 Greenspan non parlerà più ad un mercato che lo snobba, ma alzerà direttamente i tassi. Il mercato rischia moltissimo. Se Greenspan farà così, infatti, la borsa dovrà per forza calare sia per la previsione di effetti negativi sulla crescita delle imprese conseguenti all'aumento del costo del denaro sia per la maggiore competitività degli investimenti in titoli ed obbligazioni denominati in dollari nei confronti di quelli azionari. In particolare, se ciò avvenisse in un ciclo borsistico sbilanciato per eccesso di crescita si rischierebbe un crollo improvviso, simile a quello del 1929, con conseguenze devastanti. Ed é prorio questo il terrore di Greenspan ed il motivo per cui ha lanciato gli allarmi: ha paura di indurre il crollo nel momento in cui dovrà alzare i tassi per prevenirre l'inflazione. Ma il mercato non é ancora convinto delle previsioni di Greenspan pur dovendo tener conto della sua volontà e quindi interrompere, per il momento, il trend rialzista. Ritiene sia possibile andare a quota 8000, perfino oltre. E' un giallo.

Qual é il punto principale di divergenza? La previsione sull'inflazione negli Stati Uniti. La disoccupazione lì é scesa al 5,3%. I libri dicono che a tali livelli occupazionali é meglio raffreddare l'economia perché se no parte l'inflazione. Greenspan li conosce bene ed in più vede nei dati che in effetti le aziende fanno fatica a trovare manodopera specializzata (quella generica é invece abbondante) e cominciano ad attrarla con la promessa di salari più alti. Ma il mercato vede dati diversi e sembra fregarsene dei vecchi libri. Quali dati? Che i costi di produzione delle aziende tendono ad abbassarsi ed i margini di profitto alzarsi. Che c'é molta liquidità e che essa va volentieri ad alimentare la crescita azionaria pilotata dai fondi di investimento che raccolgono il risparmio da tutto il pianeta. Ma il punto principale é che il mercato prevede che il sistema americano (e del mercato globale) abbia preso una tendenza deflazionistica stabile. Ed essa si basa su due osservazioni strutturali: (a) che le nuove tecnologie riducono i costi di produzione ed aumentano la produttività; (b) che la flessibilità del mercato del lavoro e la globalizzazione tendono a far restare molto bassi i salari anche perché rendono molto alta la paura dei lavoratori di perdere il posto, limitandone le rivendicazioni contrattuali. La combinazione di questi due fattori crea uno scenario dove più merci vengono prodotte a minori costi, inoltre vendute in un mercato interno in cui prevale la competizione sui prezzi perché la gente ha meno soldi da spendere a causa dei salari contenuti ("goods are chasing money"). Per questo motivo il mercato prevede crescita senza inflazione per un periodo più lungo di quello che Greenspan pensa. Ed anche per questo il primo ritiene possibile quota 8000, mentre il secondo valuta necessario che la borsa rientri presto almeno a 6000. Il mercato pensa che l'inflazione é morta e che l'assassino sia l'efficienza della nuova economia industriale globalizzata. Greenspan, invece, la vede viva e pronta a bussare di nuovo.

Oltre all'incadescente scenario specifico americano, a noi tutti interessa capire chi abbia ragione per una questione di fondo che ci interessa da vicino. Se é vero che la tendenza deflattiva indotta dall'evoluzione del sistema produttivo é ormai strutturale e stabile nel mercato globale, allora potrebbe cambiare tutta la politica monetaria nell'ambiente europeo, oltre che americano, liberandosi dalla sindrome del "bancocentrismo". In soldoni, sarebbe possibile rischiare una maggiore riduzione dei tassi - e quindi del costo del denaro e del debito- perché minore é il rischio di fare inflazione. E, soprattutto per l'Italia, questo andamento mondiale sarebbe una enorme opportunità (a livello di "ombrello") per riequilibrare i bilanci pubblici ed allo stesso tempo favorire la crescita economica. Va detto che per coglierla bisognerebbe liberalizzare il mercato del lavoro e rendere più concorrenziale quello generale. Se, infatti, esso resta rigido allora permane una delle fonti principali di inflazione. Ma qui interessa il punto di fondo. Il "bancocentrismo" (americano ed europeo) sovrastima permanentemente la probabilità di fare inflazione e, per questo, ha la tendenza ad attuare politiche monetarie che puniscono il lavoro e la crescita a favore del controllo dei prezzi. Se si dimostra che il rischio inflattivo è strutturalmente minore, i bancocentristi non potranno fare più così e dovranno ridurre i pesi monetari che raffreddano l'economia.

Non so francamente dirvi chi abbia ragione. So solo che la questione é maledettamente importante e che il conflitto tra Wall Street e Greenspan é il primo test al mondo i cui potremo valutarla nei fatti, tra poco, il 25 marzo.

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1997-3-14

14/3/1997

Giallo a Wall Street

Wall Street contro Greenspan. Tra i due c'é una questione solo apparentemente "tecnica" e, per il pubblico italiano, remota. In realtà riguarda una possibile novità generale dell'economia e quindi tocca da vicino il prossimo futuro di tutti noi.

Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, da mesi sta comunicando al mercato borsistico americano che i valori azionari sono troppo alti. Infatti l'indice Dow Jones viaggia attorno ai 7000 punti, tra 7100 a 6800. Quando ha passato i 6000 molti hanno previsto che si stava raggiungendo un limite insuperabile. Ma il mercato ha scommesso sulla continuazione del rialzo. Ed é stato premiato. Il fatto - che ha dell'incredibile - é il seguente. Il mercato ha completamente ignorato il primo avvertimento da parte dell'autorità monetaria (nell'autunno del 1996). E' stata una sberla formidabile alla credibilità di Greenspan. E sta perfino valutando se ignorare anche il secondo, espresso - a fine febbraio- in forma chiarissima: prima o poi la riduzione della disoccupazione creerà inflazione ed a quel punto sarà giocoforza alzare i tassi monetari per contrastarla. Di fronte a questa posizione così netta dell'autorità monetaria il mercato dovrebbe, in teoria, reagire quasi automaticamente e non solo calmare l'andamento rialzista, ma predisporsi, stimo io, ad un rientro del Dow Jones attorno a quota 6000 entro qualche mese. Infatti negli ultimi giorni Wall Street é scesa di un po' sotto i 6900 punti. Ma ci é voluta una dichiarazione quasi disperata del numero 2 dell'Autorità monetaria (Alice Rivlin) in combinazione con dati che mostrano come la crescita dell'economia americana sia più calda di quanto si pensasse. E notate che questa forma del messaggio vuol dire: la prossima volta il numero 1 Greenspan non parlerà più ad un mercato che lo snobba, ma alzerà direttamente i tassi. Il mercato rischia moltissimo. Se Greenspan farà così, infatti, la borsa dovrà per forza calare sia per la previsione di effetti negativi sulla crescita delle imprese conseguenti all'aumento del costo del denaro sia per la maggiore competitività degli investimenti in titoli ed obbligazioni denominati in dollari nei confronti di quelli azionari. In particolare, se ciò avvenisse in un ciclo borsistico sbilanciato per eccesso di crescita si rischierebbe un crollo improvviso, simile a quello del 1929, con conseguenze devastanti. Ed é prorio questo il terrore di Greenspan ed il motivo per cui ha lanciato gli allarmi: ha paura di indurre il crollo nel momento in cui dovrà alzare i tassi per prevenirre l'inflazione. Ma il mercato non é ancora convinto delle previsioni di Greenspan pur dovendo tener conto della sua volontà e quindi interrompere, per il momento, il trend rialzista. Ritiene sia possibile andare a quota 8000, perfino oltre. E' un giallo.

Qual é il punto principale di divergenza? La previsione sull'inflazione negli Stati Uniti. La disoccupazione lì é scesa al 5,3%. I libri dicono che a tali livelli occupazionali é meglio raffreddare l'economia perché se no parte l'inflazione. Greenspan li conosce bene ed in più vede nei dati che in effetti le aziende fanno fatica a trovare manodopera specializzata (quella generica é invece abbondante) e cominciano ad attrarla con la promessa di salari più alti. Ma il mercato vede dati diversi e sembra fregarsene dei vecchi libri. Quali dati? Che i costi di produzione delle aziende tendono ad abbassarsi ed i margini di profitto alzarsi. Che c'é molta liquidità e che essa va volentieri ad alimentare la crescita azionaria pilotata dai fondi di investimento che raccolgono il risparmio da tutto il pianeta. Ma il punto principale é che il mercato prevede che il sistema americano (e del mercato globale) abbia preso una tendenza deflazionistica stabile. Ed essa si basa su due osservazioni strutturali: (a) che le nuove tecnologie riducono i costi di produzione ed aumentano la produttività; (b) che la flessibilità del mercato del lavoro e la globalizzazione tendono a far restare molto bassi i salari anche perché rendono molto alta la paura dei lavoratori di perdere il posto, limitandone le rivendicazioni contrattuali. La combinazione di questi due fattori crea uno scenario dove più merci vengono prodotte a minori costi, inoltre vendute in un mercato interno in cui prevale la competizione sui prezzi perché la gente ha meno soldi da spendere a causa dei salari contenuti ("goods are chasing money"). Per questo motivo il mercato prevede crescita senza inflazione per un periodo più lungo di quello che Greenspan pensa. Ed anche per questo il primo ritiene possibile quota 8000, mentre il secondo valuta necessario che la borsa rientri presto almeno a 6000. Il mercato pensa che l'inflazione é morta e che l'assassino sia l'efficienza della nuova economia industriale globalizzata. Greenspan, invece, la vede viva e pronta a bussare di nuovo.

Oltre all'incadescente scenario specifico americano, a noi tutti interessa capire chi abbia ragione per una questione di fondo che ci interessa da vicino. Se é vero che la tendenza deflattiva indotta dall'evoluzione del sistema produttivo é ormai strutturale e stabile nel mercato globale, allora potrebbe cambiare tutta la politica monetaria nell'ambiente europeo, oltre che americano, liberandosi dalla sindrome del "bancocentrismo". In soldoni, sarebbe possibile rischiare una maggiore riduzione dei tassi - e quindi del costo del denaro e del debito- perché minore é il rischio di fare inflazione. E, soprattutto per l'Italia, questo andamento mondiale sarebbe una enorme opportunità (a livello di "ombrello") per riequilibrare i bilanci pubblici ed allo stesso tempo favorire la crescita economica. Va detto che per coglierla bisognerebbe liberalizzare il mercato del lavoro e rendere più concorrenziale quello generale. Se, infatti, esso resta rigido allora permane una delle fonti principali di inflazione. Ma qui interessa il punto di fondo. Il "bancocentrismo" (americano ed europeo) sovrastima permanentemente la probabilità di fare inflazione e, per questo, ha la tendenza ad attuare politiche monetarie che puniscono il lavoro e la crescita a favore del controllo dei prezzi. Se si dimostra che il rischio inflattivo è strutturalmente minore, i bancocentristi non potranno fare più così e dovranno ridurre i pesi monetari che raffreddano l'economia.

Non so francamente dirvi chi abbia ragione. So solo che la questione é maledettamente importante e che il conflitto tra Wall Street e Greenspan é il primo test al mondo i cui potremo valutarla nei fatti, tra poco, il 25 marzo.

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