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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

1999-6-1

1/6/1999

La guerra giusta rischia di essere svenduta per un paio di voti

Pace al più presto sì, ma non al prezzo di concessioni a Milosevic. Non è escluso il rischio che, nei prossimi giorni, vengano fatte. Ciò sarebbe un grave errore.

Fatti. I governi di sinistra europei, in particolare Germania ed Italia, hanno l'evidente interesse che cessino i bombardamenti della Nato in tempo utile per monetizzare tale risultato in vista delle elezioni continentali del 13 giugno. I verdi tedeschi, tradizionalmente anti Nato (nel periodo sovietico erano "neutralisti") si sono divisi a causa della guerra. Se ciò comportasse una caduta complessiva del loro consenso elettorale, la coalizione di sinistra del cancelliere Schroeder sarebbe messa seriamente in difficoltà. Lo stesso partito socialdemocratico, già in crisi per il peggioramento della situazione economica tedesca, subisce abbandoni da parte delle sue componenti pacifiste. Gli analisti delle parti interessate stimano che la cessazione pre-elettorale delle ostilità ridurrebbe per lo meno la frammentazione dello "zoccolo" sia socialdemocratico che verde, attutendo così la prevista contrazione del consenso per la coalizione. In Italia la situazione é simile pur con le note varianti. In sintesi, le diplomazie italiana e tedesca spingono per un "compromesso" che limiti i loro danni elettorali. Il Regno Unito, condotto con mano tatcheriana dal governo Blair, rimane il più determinato ad andare fino in fondo. L'Amministrazione Clinton, da una parte, non vede l'ora di disimpegnarsi da un conflitto che, se prosegue, vedrà gli Stati Uniti costretti, per un caso in cui il consenso interno sta scemando, a fornire almeno l'80% delle risorse per la guerra aerea e circa un terzo di quelle necessarie per un eventuale combattimento terrestre. Con la complicazione che tale aliquota diventerebbe il 70% del sistema militare alleato impegnato nelle più rischiose operazioni di prima linea. Il partito democratico già teme l' "effetto bara" per le prossime elezioni presidenziali (novembre 2000) ed il suo candidato più probabile, Al Gore, non vede l'ora che il conflitto finisca e passi in ultima pagina. D'altra parte Clinton, nonostante la sua ben nota indecisione, questa volta non può assolutamente accettare variazioni dal piano iniziale: resa incondizionata di Milosevic e - comunque cosmetizzata per salvare la faccia a Mosca - estensione di un protettorato Nato diretto sul Kosovo e, indiretto, nei dintorni balcanici. L'opinione pubblica americana reagirebbe male ai morti, ma ancor peggio in caso di insuccesso. Soprattutto gli Stati Uniti perderebbero credibilità e ciò ridurrebbe la loro capacità dissuasiva sul piano globale. Infatti, mentre le componenti "più politiche" dell'Amministrazione Clinton sarebbero anche cinicamente favorevoli ad una qualsiasi fine immediata del conflitto puntando solo al salvafaccia, quelle "più istituzionali" premono per la vittoria piena e sostanziale. Lo fanno anche, non fidandosi di Clinton, con mezzi indiretti che lo costringano, volente o nolente, a combattere. Per esempio, l'imputazione per crimini contro l'umanità - comunque sacrosanta - di Milosevic da parte del tribunale Onu. L'uscita del rapporto sullo spionaggio nucleare cinese che mette, di fatto, in stato di accusa lo stesso Clinton (nonché Gore) per la politica eccessivamente morbida nei confronti di Pechino. Clinton, per risultare al di sopra di ogni sospetto e coerente con l'interventismo per motivi umanitari, deve, appunto, combattere e vincere in Kosovo. Tra tutte le posizioni dette c'é una linea intermedia? Sì ed é quella che si sta negoziando. Semplificando, Milosevic fa uno sforzo per dare l'impressione di arrendersi, ma gli "alleati", in cambio, non pretendono che ceda il potere.

Opinione. Il punto di questa guerra - non iniziale, ma evoluto nel corso degli eventi - é proprio quello di abbattere Milosevic. E' la condizione necessaria per (tentare di) stabilizzare tutti i Balcani definitivamente. Solo una vittoria completa della Nato permetterà: (a) di tenere sotto controllo la formazione di una Grande Albania e la sua potenzialità destabilizzante (disarmo dell'Uck, rafforzamento del sistema multietnico in Macedonia, riordinamento e bonifica dell'Albania stessa); (b) di dare una soluzione al caso bosniaco ora congelato in un equibrio del terrore (tra serbi e musulmani-croati) che fa restare milioni di persone in povertà; (c) soprattutto di liberare i potenziali di sviluppo di un'area che va dalla Slovenia alla Turchia, dal Montenegro all'Ucraina, ora impediti dalla mancata soluzione della "questione serba", epicentro di quest'area geoeconomica (più di cento milioni di abitanti). La caduta di Milosevic non é solo un irrinunciabile obbiettivo di carattere morale in quanto punzione esemplare di un criminale e del sistema politico che lo sostiene, ma anche pratico perché premessa politica essenziale per lo sviluppo economico. E la guerra, per avere un senso, dovrebbe ottenere questo scopo. Ecco perché ritengo inaccettabile che si cerchi di svenderlo, soprattutto in Germania ed Italia con sinistro cinismo, per un paio di voti.

(c) 1999 Carlo Pelanda
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