Dare a tutti accesso allla ricchezza significa realizzare contemporaneamente due condizioni: (a) opportunità economiche crescenti; (b) capacità di tutti gli individui di coglierle. La mano destra del capitale sa come ottenere la prima condizione: più un mercato é libero, maggiori sono le opportunità di ricchezza. Ma la mano sinistra non riesce a risolvere il secondo problema degli accessi di massa - e qualificati - ad esse. E ciò deprime il potenziale di massa del capitalismo e la sua stessa produttività tecnica. Di per se, infatti, il mercato non riesce a fornire garanzie di accesso a se stesso: educazione di base e continua, recupero degli individui con problemi, qualificazione della vita di comunità, ecc. Il mercato, infatti, opera sulla base del principio del profitto. E gli investimenti sociali portano o a un profitto troppo remoto, fuori dalla contabilità corrente, oppure ad uno che non ritorna all'investitore, ma va a favore di tutto il sistema. Esempio, se un imprenditore investe cento milioni su un adolescente, la migliore educazione di questo gli darà una resa dopo, per dire, 20 anni. Ma questo ritorno é troppo remoto ed é incerto il fatto che il giovane poi lavori proprio nella sua impresa. Non si può chiedere a chi opera nel mercato di fare un investimento di questo tipo. Ed infatti lo devono fare soggetti che possono operare al di fuori delle regole del mercato. Lo Stato sociale sta facendo questo mestiere, in Italia con un monopolio sui servizi di pubblica utilità. E per farlo usa le tasse dell'imprenditore. Ma i fatti dimostrano, mediamente, che il giovane é formato in maniera non soddisfacente dal sistema statalizzato (e l'imprenditore deve spendere altri soldi per specializzarlo) e che la mediazione burocratica aumenta a dismisura i costi educativi (e rende quindi sproporzionate le tasse a fronte del servizio da esse finanziato). La stessa inefficienza ed inefficacia la si trova in tutti gli altri servizi di pubblica utilità, lo stato corrente della sanità in Italia valga come esempio principale. In sintesi, il mercato ha bisogno che qualcuno prepari ed assista gli individui affinché ciascuno abbia un accesso competitivo al mercato e relative necessarie tutele di fondo. Ma il monopolio statale di questi servizi li rende del tutto inadeguati a scapito sia del mercato che dei cittadini stessi. E, peggio sul peggio, il costo fiscale di questi é tale da distogliere grandi fette di capitale agli impieghi produttivi. La socialità dello Stato produce il risultato opposto: la garanzia di educazione diventa ignoranza, la garanzia di reddito diviene disoccupazione.

Lo Stato sociale che doveva essere la mano sinistra del capitalismo si é dimostrato essere, invece, un arto anchilosato, perfino fonte di cancrena per tutto l'organismo.

Ma se lo statalismo si rivela un fallimento, chi altro può essere la mano sinistra del capitale? Risposta: le istituzioni "non-profit". Ci vogliono istituzioni dedicate all'utilità pubblica che possano operare con l'efficienza tipica di un sistema privato (cioé non burocratizzato o sottoposto a distorsioni politico-clientelari), ma che non siano vincolate al requisito del profitto. Per esempio, se una scuola viene organizzata come impresa privata, allora sarà forzata a selezionare solo studenti danarosi per ottenere remunerazione. E i poveri? Nell'inferno della scuola burocratizzata. Ma se questa scuola privata usasse il profitto non per le tasche del proprietario, ma per finanziare l'accesso ai meno abbienti (borse di studio per merito o quota di solidarietà) allora molti di questi potrebbero godere del miglior servizio educativo. E se ci fossero tante scuole private "non-profit" che reinvestono gli utili in solidarietà, questa diventerebbe più efficiente per un numero maggiore di individui. E si costituirebbe come un formidabile fattore alternativo di concorrenza per la scuola pubblica, costringendola a migliorarsi. In questo piccolo - ed impreciso- esempio, il ricorso all'organizzazione "non-profit" esibisce due grandi vantaggi. Primo, si diminuisce il costo dell'educazione grazie alla maggiore efficienza privata e si aumenta, teoricamente, la qualità della stessa Secondo, si genera una concorrenza alle istituzioni statali sul piano della "socialità", costringendo le seconde ad essere più produttive qualitativamente ed a costi minori di intermediazione burocratica. Non male, vero? Pensate, adesso, alle decine di servizi statali che potrebbero essere parzialmente sostituiti da nuove organizzazioni non-profit. L'effetto positivo sarebbe sistemico, lo Stato sociale sostituito, o per lo meno integrato, dalla "comunità di solidarietà efficiente". E la mano destra del capitale avrebbe finalmente una mano sinistra, dedicata agli investimenti di qualificazione sociale, che la aiuta, permettendo alla prima di fare meglio il suo mestiere: creare ricchezza sempre di più, sempre più velocemente, per sempre più persone.

Ovviamente lo Stato italiano, nonostante qualche timido inizio, non ha leggi che permettano la sperimentazione ed evoluzione delle nuove organizzazioni private di solidarietà efficiente. La questione é finalmente ben spiegata nel libro "Il non-profit dimezzato" (Etaslibri) curato da Giorgio Vittadini. Vi raccomando di leggerlo e di applicarlo al dibattito corrente sulla scuola. In generale, poi, da soli vi renderete conto come liberismo e solidarietà messi insieme sono una forza rivoluzionaria dirompente.

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Lo Stato sociale che doveva essere la mano sinistra del capitalismo si é dimostrato essere, invece, un arto anchilosato, perfino fonte di cancrena per tutto l'organismo.

Ma se lo statalismo si rivela un fallimento, chi altro può essere la mano sinistra del capitale? Risposta: le istituzioni "non-profit". Ci vogliono istituzioni dedicate all'utilità pubblica che possano operare con l'efficienza tipica di un sistema privato (cioé non burocratizzato o sottoposto a distorsioni politico-clientelari), ma che non siano vincolate al requisito del profitto. Per esempio, se una scuola viene organizzata come impresa privata, allora sarà forzata a selezionare solo studenti danarosi per ottenere remunerazione. E i poveri? Nell'inferno della scuola burocratizzata. Ma se questa scuola privata usasse il profitto non per le tasche del proprietario, ma per finanziare l'accesso ai meno abbienti (borse di studio per merito o quota di solidarietà) allora molti di questi potrebbero godere del miglior servizio educativo. E se ci fossero tante scuole private "non-profit" che reinvestono gli utili in solidarietà, questa diventerebbe più efficiente per un numero maggiore di individui. E si costituirebbe come un formidabile fattore alternativo di concorrenza per la scuola pubblica, costringendola a migliorarsi. In questo piccolo - ed impreciso- esempio, il ricorso all'organizzazione "non-profit" esibisce due grandi vantaggi. Primo, si diminuisce il costo dell'educazione grazie alla maggiore efficienza privata e si aumenta, teoricamente, la qualità della stessa Secondo, si genera una concorrenza alle istituzioni statali sul piano della "socialità", costringendo le seconde ad essere più produttive qualitativamente ed a costi minori di intermediazione burocratica. Non male, vero? Pensate, adesso, alle decine di servizi statali che potrebbero essere parzialmente sostituiti da nuove organizzazioni non-profit. L'effetto positivo sarebbe sistemico, lo Stato sociale sostituito, o per lo meno integrato, dalla "comunità di solidarietà efficiente". E la mano destra del capitale avrebbe finalmente una mano sinistra, dedicata agli investimenti di qualificazione sociale, che la aiuta, permettendo alla prima di fare meglio il suo mestiere: creare ricchezza sempre di più, sempre più velocemente, per sempre più persone.

Ovviamente lo Stato italiano, nonostante qualche timido inizio, non ha leggi che permettano la sperimentazione ed evoluzione delle nuove organizzazioni private di solidarietà efficiente. La questione é finalmente ben spiegata nel libro "Il non-profit dimezzato" (Etaslibri) curato da Giorgio Vittadini. Vi raccomando di leggerlo e di applicarlo al dibattito corrente sulla scuola. In generale, poi, da soli vi renderete conto come liberismo e solidarietà messi insieme sono una forza rivoluzionaria dirompente.

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Lo Stato sociale che doveva essere la mano sinistra del capitalismo si é dimostrato essere, invece, un arto anchilosato, perfino fonte di cancrena per tutto l'organismo.

Ma se lo statalismo si rivela un fallimento, chi altro può essere la mano sinistra del capitale? Risposta: le istituzioni "non-profit". Ci vogliono istituzioni dedicate all'utilità pubblica che possano operare con l'efficienza tipica di un sistema privato (cioé non burocratizzato o sottoposto a distorsioni politico-clientelari), ma che non siano vincolate al requisito del profitto. Per esempio, se una scuola viene organizzata come impresa privata, allora sarà forzata a selezionare solo studenti danarosi per ottenere remunerazione. E i poveri? Nell'inferno della scuola burocratizzata. Ma se questa scuola privata usasse il profitto non per le tasche del proprietario, ma per finanziare l'accesso ai meno abbienti (borse di studio per merito o quota di solidarietà) allora molti di questi potrebbero godere del miglior servizio educativo. E se ci fossero tante scuole private "non-profit" che reinvestono gli utili in solidarietà, questa diventerebbe più efficiente per un numero maggiore di individui. E si costituirebbe come un formidabile fattore alternativo di concorrenza per la scuola pubblica, costringendola a migliorarsi. In questo piccolo - ed impreciso- esempio, il ricorso all'organizzazione "non-profit" esibisce due grandi vantaggi. Primo, si diminuisce il costo dell'educazione grazie alla maggiore efficienza privata e si aumenta, teoricamente, la qualità della stessa Secondo, si genera una concorrenza alle istituzioni statali sul piano della "socialità", costringendo le seconde ad essere più produttive qualitativamente ed a costi minori di intermediazione burocratica. Non male, vero? Pensate, adesso, alle decine di servizi statali che potrebbero essere parzialmente sostituiti da nuove organizzazioni non-profit. L'effetto positivo sarebbe sistemico, lo Stato sociale sostituito, o per lo meno integrato, dalla "comunità di solidarietà efficiente". E la mano destra del capitale avrebbe finalmente una mano sinistra, dedicata agli investimenti di qualificazione sociale, che la aiuta, permettendo alla prima di fare meglio il suo mestiere: creare ricchezza sempre di più, sempre più velocemente, per sempre più persone.

Ovviamente lo Stato italiano, nonostante qualche timido inizio, non ha leggi che permettano la sperimentazione ed evoluzione delle nuove organizzazioni private di solidarietà efficiente. La questione é finalmente ben spiegata nel libro "Il non-profit dimezzato" (Etaslibri) curato da Giorgio Vittadini. Vi raccomando di leggerlo e di applicarlo al dibattito corrente sulla scuola. In generale, poi, da soli vi renderete conto come liberismo e solidarietà messi insieme sono una forza rivoluzionaria dirompente.

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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

1997-7-20

20/7/1997

E' solo la criminalità di massa che impedisce al Sud di decollare

Dare a tutti accesso allla ricchezza significa realizzare contemporaneamente due condizioni: (a) opportunità economiche crescenti; (b) capacità di tutti gli individui di coglierle. La mano destra del capitale sa come ottenere la prima condizione: più un mercato é libero, maggiori sono le opportunità di ricchezza. Ma la mano sinistra non riesce a risolvere il secondo problema degli accessi di massa - e qualificati - ad esse. E ciò deprime il potenziale di massa del capitalismo e la sua stessa produttività tecnica. Di per se, infatti, il mercato non riesce a fornire garanzie di accesso a se stesso: educazione di base e continua, recupero degli individui con problemi, qualificazione della vita di comunità, ecc. Il mercato, infatti, opera sulla base del principio del profitto. E gli investimenti sociali portano o a un profitto troppo remoto, fuori dalla contabilità corrente, oppure ad uno che non ritorna all'investitore, ma va a favore di tutto il sistema. Esempio, se un imprenditore investe cento milioni su un adolescente, la migliore educazione di questo gli darà una resa dopo, per dire, 20 anni. Ma questo ritorno é troppo remoto ed é incerto il fatto che il giovane poi lavori proprio nella sua impresa. Non si può chiedere a chi opera nel mercato di fare un investimento di questo tipo. Ed infatti lo devono fare soggetti che possono operare al di fuori delle regole del mercato. Lo Stato sociale sta facendo questo mestiere, in Italia con un monopolio sui servizi di pubblica utilità. E per farlo usa le tasse dell'imprenditore. Ma i fatti dimostrano, mediamente, che il giovane é formato in maniera non soddisfacente dal sistema statalizzato (e l'imprenditore deve spendere altri soldi per specializzarlo) e che la mediazione burocratica aumenta a dismisura i costi educativi (e rende quindi sproporzionate le tasse a fronte del servizio da esse finanziato). La stessa inefficienza ed inefficacia la si trova in tutti gli altri servizi di pubblica utilità, lo stato corrente della sanità in Italia valga come esempio principale. In sintesi, il mercato ha bisogno che qualcuno prepari ed assista gli individui affinché ciascuno abbia un accesso competitivo al mercato e relative necessarie tutele di fondo. Ma il monopolio statale di questi servizi li rende del tutto inadeguati a scapito sia del mercato che dei cittadini stessi. E, peggio sul peggio, il costo fiscale di questi é tale da distogliere grandi fette di capitale agli impieghi produttivi. La socialità dello Stato produce il risultato opposto: la garanzia di educazione diventa ignoranza, la garanzia di reddito diviene disoccupazione.

Lo Stato sociale che doveva essere la mano sinistra del capitalismo si é dimostrato essere, invece, un arto anchilosato, perfino fonte di cancrena per tutto l'organismo.

Ma se lo statalismo si rivela un fallimento, chi altro può essere la mano sinistra del capitale? Risposta: le istituzioni "non-profit". Ci vogliono istituzioni dedicate all'utilità pubblica che possano operare con l'efficienza tipica di un sistema privato (cioé non burocratizzato o sottoposto a distorsioni politico-clientelari), ma che non siano vincolate al requisito del profitto. Per esempio, se una scuola viene organizzata come impresa privata, allora sarà forzata a selezionare solo studenti danarosi per ottenere remunerazione. E i poveri? Nell'inferno della scuola burocratizzata. Ma se questa scuola privata usasse il profitto non per le tasche del proprietario, ma per finanziare l'accesso ai meno abbienti (borse di studio per merito o quota di solidarietà) allora molti di questi potrebbero godere del miglior servizio educativo. E se ci fossero tante scuole private "non-profit" che reinvestono gli utili in solidarietà, questa diventerebbe più efficiente per un numero maggiore di individui. E si costituirebbe come un formidabile fattore alternativo di concorrenza per la scuola pubblica, costringendola a migliorarsi. In questo piccolo - ed impreciso- esempio, il ricorso all'organizzazione "non-profit" esibisce due grandi vantaggi. Primo, si diminuisce il costo dell'educazione grazie alla maggiore efficienza privata e si aumenta, teoricamente, la qualità della stessa Secondo, si genera una concorrenza alle istituzioni statali sul piano della "socialità", costringendo le seconde ad essere più produttive qualitativamente ed a costi minori di intermediazione burocratica. Non male, vero? Pensate, adesso, alle decine di servizi statali che potrebbero essere parzialmente sostituiti da nuove organizzazioni non-profit. L'effetto positivo sarebbe sistemico, lo Stato sociale sostituito, o per lo meno integrato, dalla "comunità di solidarietà efficiente". E la mano destra del capitale avrebbe finalmente una mano sinistra, dedicata agli investimenti di qualificazione sociale, che la aiuta, permettendo alla prima di fare meglio il suo mestiere: creare ricchezza sempre di più, sempre più velocemente, per sempre più persone.

Ovviamente lo Stato italiano, nonostante qualche timido inizio, non ha leggi che permettano la sperimentazione ed evoluzione delle nuove organizzazioni private di solidarietà efficiente. La questione é finalmente ben spiegata nel libro "Il non-profit dimezzato" (Etaslibri) curato da Giorgio Vittadini. Vi raccomando di leggerlo e di applicarlo al dibattito corrente sulla scuola. In generale, poi, da soli vi renderete conto come liberismo e solidarietà messi insieme sono una forza rivoluzionaria dirompente.

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