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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

1999-1-3

3/1/1999

Non è un "big bang", ma un semplice "big 2"

Il più bel saluto all'euromoneta che nasce l'ha formulato il New York Times: "Euroka!", "eurotrovato!". Che cosa? Una nuova opportunità per il mercato finanziario. Perché? La maggioranza degli operatori ritiene che la moneta unica, rendendo più integrato di fatto il mercato europeo, indurrà nuove fusioni industriali e bancarie. Questa dinamica si trasformerà in rialzi borsistici specifici dei titoli interessati che traineranno al rialzo tutti i listini europei e connessi valori eurodenominati. L'aspettativa rialzista sul piano borsistico implica un progressivo aumento del valore dell'euro contro il dollaro in quanto parecchi capitali si trasferiranno dal secondo al primo. Il dollaro parte con un rapporto di cambio di circa 1,17 con l'euro. In molti pensano che possa scendere entro l'anno verso un rapporto di 1,25 con l'euro, cioé oscillare attorno alle 1.500 lire, circa, dalle 1640 attuali, per capirsi. Chi crede che tale scenario si avveri éèpronto a cambiare dollari e yen in euro già da subito sperando nel futuro rialzo sia delle borse sia delle valute. In sintesi, il 3 gennaio molti operatori del mercato globale hanno passato la giornata, con certa eccitazione, cercando di valutare la solidità di questo scenario molto euroremunerativo. Ma quanto è realistico?

Sulla carta lo è In effetti l'euro è un'occasione di mobilizzazione di un mercato europeo dagli enormi potenziali non ancora pienamente sviluppati a causa delle frammentazioni nazionali. E fin qui la prospettiva eccitante è corretta. Ma è probabilmente non fondato l'attendersi che questo potenziale si trasformi in boom immediato. Per esempio, le grandi fusioni tra aziende per dar vita ad eurogiganti hanno bisogno di due fattori per risultare in un guadagno borsistico: (a) la rimozione di ostacoli "nazionalistici"; (b) la possibilità che la fusione comporti delle efficienze di scala. Queste due condizioni ancora non sussistono in Europa. La Banca d'Italia scoraggia fusioni tra istituzioni finanziarie che implichino la secondarietà di quelle italiane. Il governo francese si riserva il diritto (di fatto) di dare l'approvazione a integrazioni industriali e finanziarie che a suo avviso non siano confacenti all'interesse nazionale. E così gli altri, a parte quello inglese. Soprattutto l'ambiente sindacale - relativamente omogeneo per forza di contrasto in tutta l'Europa continentale- non lascerebbe che si sviluppino i risparmi di efficienza tipici delle fusioni, per esempio il licenziamento di circa il 30% del personale. Nel sistema liberalizzato americano le grandi fusioni del recente passato hanno dato un'enorme spinta alla Borsa in quanto le aziende fuse e quotate aumentavano sia la scala (capacità globale) sia l'efficienza (meno costi). Ma l'ambiente europeo non é altrettanto liberalizzato e le logiche nazionali saranno dure a morire. Cosa vuol dire? Che un certo effetto di "euromobilizzazione" ci sarà, ma non tale da comportare quel boom borsistico - e relativo immediato rialzo dell'euro sul dollaro- che molti operatori si aspettano facendo una troppo frettolosa comparazione tra euroscenario ed esperienza statunitense. Comunque, pur minore delle attese, ci sarà una certa pressione rialzista sull'euro.

Questa sarà anche dovuta al fatto che la Borsa americana é sopravvalutata - quindi a rischio di correzione ribassista - mentre i valori borsistici europei sono mediamente sottovalutati o comunque non ancora troppo sopravvalutati. Tuttavia é difficile che ci sia un trasferimento massiccio e subitaneo di capitali globalizzati verso l'euro (per esempio l'enorme massa di risparmi giapponesi fuggiti dallo yen e convertiti in azioni o titoli denominati in dollari). Se la Borsa americana va giù, infatti, é molto difficile che quelle europee salgano in quanto la prima é - e resterà per molto- il punto di riferimento per tutte quelle del pianeta. In sintesi, é probabile che la pressione rialzista a favore dell'euro sarà moderata.

Anche perché la Banca centrale europea non ha alcun interesse ad alzare troppo il valore dell'euro sul dollaro. L'economia reale europea, soffocata dal modello socialista nella sua dinamica interna, ha come unico polmone quello dell'esportazione. E ciò implica evitare che il dollaro si abbassi troppo. Per altro anche Washington ha interesse che il dollaro non si indebolisca. Il suo enorme deficit commerciale può, infatti, essere compensato solo se nel mondo c'é una grande domanda di dollari (perdo capitale perché le importazioni superano le esportazioni, ma me lo riprendo perché tutti vogliono dollari da impiegare nelle azioni o titoli di Stato americani). Cosa anche utile a mantenere rialzista il trend borsistico americano, quindi ottimista (spendaccione) il consumatore e, conseguentemente, in crescita costante quel mercato interno. Che più resta ricco più assorbe esportazioni dal resto dal mondo e, in particolare, dall'Europa. In conclusione, è interesse di tutti che non vi siano troppi scompensi tra dollaro ed euro. Appunto, non sarà un "big bang", ma solo un onesto "big 2": l'euro non è altro che il marco, seconda moneta mondiale dopo il dollaro, un po' più grosso e con un nome diverso. Il vero "big bang" ci sarà solo quando l'Europa sarà liberata dai socialisti: diventerà il motore mondiale della crescita. Per il momento è escluso.

(c) 1999 Carlo Pelanda
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