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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

1999-6-8

8/6/1999

Il problema non è l'America ma l'Europa

Sono poco convincenti le previsioni economiche (di fonte europea) che attualmente vanno per la maggiore sulla stampa. Queste, in sintesi, dicono che nel prossimo futuro la Borsa americana crollerà, che ci sarà recessione o poco meno negli Stati Uniti e che il dollaro andrà nella polvere riportando in alto l'umiliato euro. Mi sembra un po' troppo. Vediamo perché.

Tutti sono d'accordo che l'economia statunitense sia al momento l'unica locomotiva del mercato globale. Infatti sta trainando il resto del mondo che si trova o in stagnazione (Europa) o in lenta ripresa (Giappone) o in rimbalzo veloce, ma non ancora solido, dopo la crisi finanziaria del 97-98 (Asia, Brasile) oppure appena riemerso dal punto più nero della crisi (Russia, Indonesia). C'é anche un vasto consenso tra gli osservatori sul fatto che la crescita americana stia arrivando a dei limiti di saturazione, che il dollaro cominci ad essere sopravvalutato così come i valori della Borsa americana lo siano già da molto tempo. Inoltre sono molto chiari i due problemi principali di tenuta della crescita americana: rischio di inflazione e insostenibilità dell'enorme e crescente deficit commerciale. Quest'ultimo, semplificando, deriva dal fatto che l'America - proprio perché unica locomotiva mondiale- importa molte più merci di quante ne esporti. Tale squlibrio viene compensato dal fatto che i sistemi europeo, asiatico e sudamericano reinvestono i dollari usciti dalle tasche del consumatore statunitense nel mercato finanziario americano, di fatto tornandoglieli. Ma ci può essere un punto in cui tale deficit arrivi a volumi non più riequilibrabili dal "dollaro forte" oppure che il dollaro stesso diventi improvvisamente debole, principalmente per una brutta e prolungata caduta borsistica, e quindi non attiri più investimenti. Un tale evento produrrebbe una pesante recessione nell'economia interna americana ed un impatto depressivo globale. Per evitarlo ci sono due strade: (a) raffreddare almeno in parte la crescita dell'economia statunitense in modo tale che importi un po' di meno e contenga la spinta inflazionistica; (b) che anche le altre economie del pianeta si rimettano a tirare (e a importare) riequilibrando naturalmente gli attuali scompensi commerciali e di cambio del sistema americano. Il secondo scenario difficilmente si potrà realizzare prima della metà del 2000 e, al riguardo dell'Europa, non si sa neanche se si verificherà. Quindi, a breve, la Fed é costretta a valutare le prospettive della prima opzione.

Da qui in poi, appunto, ci sono divergenze tra gli osservatori. Non riesco a capire perché la Fed dovrebbe attuare restrizioni monetarie, cioé raffreddamenti dell'economia, così forti da rischiare un'implosione incontrollata della Borsa con le sue conseguenze recessive. E' molto più probabile che tenti, come sta facendo, una gestione morbida finalizzata solo a togliere una parte del calore in eccesso all'economia statunitense. Il mercato, lì, ha già scontato (con l'aumento dei rendimenti del reddito fisso a lungo termine) l'eventualità di un leggero incremento di quelli a breve. In sintesi, anche qualora la Fed alzasse i tassi dello 0,25% in giugno o luglio, non c'è motivo per prevedere un collasso borsistico in quanto al momento la Borsa non é certo crollata pur avendo il mercato preso atto della tendenza rialzista della Fed. E non è nemmeno detto che alzi per forza i tassi. Ciò dipenderà dai dati sull'inflazione. Al momento è pompata più del previsto da un aumento recente del prezzo del petrolio. Se non sale ancora, assestandosi prospetticamente sui 14 dollari al barile, l'inflazione potrebbe rientrare entro un sentiero normale di crescita. Inoltre c'è da chiarire di quanto stia aumentando la produttività (il valore medio di un'ora di lavoro) del sistema industriale americano. Lo scorso marzo il governo ammise che le sue statistiche stavano sottostimandola, e non di poco. Se questo é vero, e pare di sì, allora é probabile che l'inflazione non-petrolifera venga tenuta sotto controllo dal fatto che l'incremento di produttività non comporta l'aumento dei prezzi di produzione. In sintesi, la quantità di calore da togliere all'economia americana sembrerebbe meno di quanto pensato. Resta, più grave, il problema del deficit commerciale. Ritengo che il dollaro forte sia in grado di reggere ancora per un anno lo squilibrio. Avremmo enormi problemi se l'America restasse per troppo tempo unica locomotiva ed importatrice netta mondiale, ma lo scenario più probabile é che alla fine del 1999 buona parte dell'Asia e del Sudamerica si rimettano a tirare con forza riducendo così lo scompenso commerciale statunitense. In conclusione, la vera fonte di crisi non é l'America, ma un'Europa che per modello politico statosocialista non riesce a crescere né lo farà a sufficienza nel 2000 e che sta attuando una pericolosa svaluazione competitiva dell'euro per compensare in parte la caduta di competitività. E' scorretto prevedere improbabili disastri futuri nella prima forse al solo scopo di coprire la catastrofe economica in atto nella seconda ed i suoi motivi politici.

(c) 1999 Carlo Pelanda
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