La crisi valutaria e borsistica nel sud-est asiatico è già in corso da mesi. I mercati, le autorità monetarie ed i governi interessati avrebbero dovuto essere preparati ad un eventuale aggravamento della situazione. In parte lo erano. Ma si é verificato un effetto sopresa che ha amplificato improvvisamente la crisi estendola a raggio globale. Perché?

Il problema di fondo in quell'area del mercato globale, la più vitale per altro in termini di crescita, é costituito dal fatto che le monete delle economie emergenti sono (erano) ancorate al dollaro. Al punto da perseguire una sorta di cambio fisso con questo. Per esempio, chi operava in Ringgit malesi sapeva di essere sotto l'ombrello di stabilità del dollaro statunitense e ciò favoriva gli investimenti di capitale ed il loro effetto espansivo sulla crescita dell'economia reale. Ad un certo punto, ai primi del 1997, é emerso chiaramente che l'ancoraggio era insostenibile. La mancanza di disciplina finanziaria degli Stati emergenti, la propensione eccessiva a creare un'economia "a bolla" da parte delle borse asiatiche, l'assenza di regole economiche certe e, soprattutto, l'opacità nei bilanci - eufemismo - di banche ed aziende, hanno reso impossibile tenere fissi i valori di cambio tra il solido dollaro americano e le monete dei Paesi emergenti indebolite da questo disordine alla loro base. Il dollaro, inoltre, quest'anno, ha preso una tendenza rialzistica che ha aumentato la difficoltà di tali monete a stargli dietro. Mesi fa ci fu un primo crolletto. Ma nessuno si spaventò eccessivamente. E' un'area troppo crescente del mercato mondiale per lasciarla a cuor leggero. Molti stettero a vedere. L'attesa era che qualcuno intervenisse per stabilizzare il sistema. Era già successo anni fa con il Messico. Il peso ebbe un tracollo per lo stesso problema di non poter sostenere il cambio con il dollaro a causa del disordine nella gestione del sistema finanziario ed economico messicano. Ma intervenne Clinton, convincendo un riluttante Parlamento statunitense a sostenere la moneta messicana con 40 miliardi di dollari. Mossa a rischio. Ma i messicani dimostrarono di aver capito la lezione. E misero ordine nel loro sistema - anche perché il domatore, oltre al cibo, mostrò loro la frusta- dimostrando con i fatti che nel futuro sarebbero stati disciplinati. E la loro moneta si riprese ridando credibilità al resto dell'economia e borse. Fu un grande successo. Con questa memoria, molti - nel mercato- si aspettavano che americani ed ed altri soggetti rilevanti inventassero qualcosa per stabilizzare anche il sistema asiatico. Prova ne é che un mese fa gli ambienti specialistici si chiedevano se gli asiatici avrebbero capito la lezione, come fu per i messicani. Ma, in realtà, nessuno é intervenuto. Due settimane fa, a Washington, circolava la voce che le autorità monetarie statunitensi (ed altri colleghi) non avevano la più pallida idea di cosa fare. Il nervosismo aumentò. Un altra ennesima brutta notizia sul fatto che la Tailandia ormai fosse irrimediabilmente fuori e la sua moneta andasse verso il dimezzamento del valore ha messo nel panico la già stressata piazza di Hong Kong. La locale autorità monetaria ha reagito con una immediata riduzione della liquidità sia per contenere la speculazione sia per comunicare la volontà assoluta di restare ancorata al dollaro. Con questa stretta - discutibile é dir poco- la borsa é crollata ancor di più (nonostante i buoni fondamentali delle aziende lì quotate) e, da lì, lo tsunami asiatico ha spazzato le borse dell'area e messo in parziale crisi quelle mondiali, in particolare via quella di Londra che é la più collegata al sistema dell'estremo oriente. Sfortuna ha voluto che le ansie sulla fine del ciclo rialzistico a Wall Street si siano incrociate a questa ondata, amplificandola.

Non é tutta la storia, ovviamente, ma un pezzo sostanziale di questa che mostra dove sta il punto della questione. Prima chiediamoci cosa succederà ora. Il primo problema è che i crolli borsistici portano con se il rischio di generare crisi bancarie e recessioni nell'economia reale e che, questi di ieri, possono avere un effetto globale in tal senso. Ma, calma, questo rischio specifico dipende dalla più generale percezione del mercato al riguardo della probabilità che la situazione si rimetta a posto nel futuro. Le sensazioni sono, per fortuna, tendenzialmente positive. Ma c'é un "nuovo" dubbio. E c'é perché si é visto che nessuno é riuscito a regolare in tempo la crisi. Qui sta il punto. Chi farà da regolatore del mercato mondiale emergente, portando disciplina e ordine? Si é visto cosa può succedere quando pochi e piccoli paesi di nuovo sviluppo, hanno guai di questo tipo. Immaginatevi cosa potrà succedere quando la gigantesca Cina emergente entrerà in questi scenari. Lezione, a caldo? Capire che é ora di dar vita sul serio ad un nuovo ordine mondiale e che gli Stati Uniti non ce la fanno più a sostenerlo da soli.

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Il problema di fondo in quell'area del mercato globale, la più vitale per altro in termini di crescita, é costituito dal fatto che le monete delle economie emergenti sono (erano) ancorate al dollaro. Al punto da perseguire una sorta di cambio fisso con questo. Per esempio, chi operava in Ringgit malesi sapeva di essere sotto l'ombrello di stabilità del dollaro statunitense e ciò favoriva gli investimenti di capitale ed il loro effetto espansivo sulla crescita dell'economia reale. Ad un certo punto, ai primi del 1997, é emerso chiaramente che l'ancoraggio era insostenibile. La mancanza di disciplina finanziaria degli Stati emergenti, la propensione eccessiva a creare un'economia "a bolla" da parte delle borse asiatiche, l'assenza di regole economiche certe e, soprattutto, l'opacità nei bilanci - eufemismo - di banche ed aziende, hanno reso impossibile tenere fissi i valori di cambio tra il solido dollaro americano e le monete dei Paesi emergenti indebolite da questo disordine alla loro base. Il dollaro, inoltre, quest'anno, ha preso una tendenza rialzistica che ha aumentato la difficoltà di tali monete a stargli dietro. Mesi fa ci fu un primo crolletto. Ma nessuno si spaventò eccessivamente. E' un'area troppo crescente del mercato mondiale per lasciarla a cuor leggero. Molti stettero a vedere. L'attesa era che qualcuno intervenisse per stabilizzare il sistema. Era già successo anni fa con il Messico. Il peso ebbe un tracollo per lo stesso problema di non poter sostenere il cambio con il dollaro a causa del disordine nella gestione del sistema finanziario ed economico messicano. Ma intervenne Clinton, convincendo un riluttante Parlamento statunitense a sostenere la moneta messicana con 40 miliardi di dollari. Mossa a rischio. Ma i messicani dimostrarono di aver capito la lezione. E misero ordine nel loro sistema - anche perché il domatore, oltre al cibo, mostrò loro la frusta- dimostrando con i fatti che nel futuro sarebbero stati disciplinati. E la loro moneta si riprese ridando credibilità al resto dell'economia e borse. Fu un grande successo. Con questa memoria, molti - nel mercato- si aspettavano che americani ed ed altri soggetti rilevanti inventassero qualcosa per stabilizzare anche il sistema asiatico. Prova ne é che un mese fa gli ambienti specialistici si chiedevano se gli asiatici avrebbero capito la lezione, come fu per i messicani. Ma, in realtà, nessuno é intervenuto. Due settimane fa, a Washington, circolava la voce che le autorità monetarie statunitensi (ed altri colleghi) non avevano la più pallida idea di cosa fare. Il nervosismo aumentò. Un altra ennesima brutta notizia sul fatto che la Tailandia ormai fosse irrimediabilmente fuori e la sua moneta andasse verso il dimezzamento del valore ha messo nel panico la già stressata piazza di Hong Kong. La locale autorità monetaria ha reagito con una immediata riduzione della liquidità sia per contenere la speculazione sia per comunicare la volontà assoluta di restare ancorata al dollaro. Con questa stretta - discutibile é dir poco- la borsa é crollata ancor di più (nonostante i buoni fondamentali delle aziende lì quotate) e, da lì, lo tsunami asiatico ha spazzato le borse dell'area e messo in parziale crisi quelle mondiali, in particolare via quella di Londra che é la più collegata al sistema dell'estremo oriente. Sfortuna ha voluto che le ansie sulla fine del ciclo rialzistico a Wall Street si siano incrociate a questa ondata, amplificandola.

Non é tutta la storia, ovviamente, ma un pezzo sostanziale di questa che mostra dove sta il punto della questione. Prima chiediamoci cosa succederà ora. Il primo problema è che i crolli borsistici portano con se il rischio di generare crisi bancarie e recessioni nell'economia reale e che, questi di ieri, possono avere un effetto globale in tal senso. Ma, calma, questo rischio specifico dipende dalla più generale percezione del mercato al riguardo della probabilità che la situazione si rimetta a posto nel futuro. Le sensazioni sono, per fortuna, tendenzialmente positive. Ma c'é un "nuovo" dubbio. E c'é perché si é visto che nessuno é riuscito a regolare in tempo la crisi. Qui sta il punto. Chi farà da regolatore del mercato mondiale emergente, portando disciplina e ordine? Si é visto cosa può succedere quando pochi e piccoli paesi di nuovo sviluppo, hanno guai di questo tipo. Immaginatevi cosa potrà succedere quando la gigantesca Cina emergente entrerà in questi scenari. Lezione, a caldo? Capire che é ora di dar vita sul serio ad un nuovo ordine mondiale e che gli Stati Uniti non ce la fanno più a sostenerlo da soli.

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Il problema di fondo in quell'area del mercato globale, la più vitale per altro in termini di crescita, é costituito dal fatto che le monete delle economie emergenti sono (erano) ancorate al dollaro. Al punto da perseguire una sorta di cambio fisso con questo. Per esempio, chi operava in Ringgit malesi sapeva di essere sotto l'ombrello di stabilità del dollaro statunitense e ciò favoriva gli investimenti di capitale ed il loro effetto espansivo sulla crescita dell'economia reale. Ad un certo punto, ai primi del 1997, é emerso chiaramente che l'ancoraggio era insostenibile. La mancanza di disciplina finanziaria degli Stati emergenti, la propensione eccessiva a creare un'economia "a bolla" da parte delle borse asiatiche, l'assenza di regole economiche certe e, soprattutto, l'opacità nei bilanci - eufemismo - di banche ed aziende, hanno reso impossibile tenere fissi i valori di cambio tra il solido dollaro americano e le monete dei Paesi emergenti indebolite da questo disordine alla loro base. Il dollaro, inoltre, quest'anno, ha preso una tendenza rialzistica che ha aumentato la difficoltà di tali monete a stargli dietro. Mesi fa ci fu un primo crolletto. Ma nessuno si spaventò eccessivamente. E' un'area troppo crescente del mercato mondiale per lasciarla a cuor leggero. Molti stettero a vedere. L'attesa era che qualcuno intervenisse per stabilizzare il sistema. Era già successo anni fa con il Messico. Il peso ebbe un tracollo per lo stesso problema di non poter sostenere il cambio con il dollaro a causa del disordine nella gestione del sistema finanziario ed economico messicano. Ma intervenne Clinton, convincendo un riluttante Parlamento statunitense a sostenere la moneta messicana con 40 miliardi di dollari. Mossa a rischio. Ma i messicani dimostrarono di aver capito la lezione. E misero ordine nel loro sistema - anche perché il domatore, oltre al cibo, mostrò loro la frusta- dimostrando con i fatti che nel futuro sarebbero stati disciplinati. E la loro moneta si riprese ridando credibilità al resto dell'economia e borse. Fu un grande successo. Con questa memoria, molti - nel mercato- si aspettavano che americani ed ed altri soggetti rilevanti inventassero qualcosa per stabilizzare anche il sistema asiatico. Prova ne é che un mese fa gli ambienti specialistici si chiedevano se gli asiatici avrebbero capito la lezione, come fu per i messicani. Ma, in realtà, nessuno é intervenuto. Due settimane fa, a Washington, circolava la voce che le autorità monetarie statunitensi (ed altri colleghi) non avevano la più pallida idea di cosa fare. Il nervosismo aumentò. Un altra ennesima brutta notizia sul fatto che la Tailandia ormai fosse irrimediabilmente fuori e la sua moneta andasse verso il dimezzamento del valore ha messo nel panico la già stressata piazza di Hong Kong. La locale autorità monetaria ha reagito con una immediata riduzione della liquidità sia per contenere la speculazione sia per comunicare la volontà assoluta di restare ancorata al dollaro. Con questa stretta - discutibile é dir poco- la borsa é crollata ancor di più (nonostante i buoni fondamentali delle aziende lì quotate) e, da lì, lo tsunami asiatico ha spazzato le borse dell'area e messo in parziale crisi quelle mondiali, in particolare via quella di Londra che é la più collegata al sistema dell'estremo oriente. Sfortuna ha voluto che le ansie sulla fine del ciclo rialzistico a Wall Street si siano incrociate a questa ondata, amplificandola.

Non é tutta la storia, ovviamente, ma un pezzo sostanziale di questa che mostra dove sta il punto della questione. Prima chiediamoci cosa succederà ora. Il primo problema è che i crolli borsistici portano con se il rischio di generare crisi bancarie e recessioni nell'economia reale e che, questi di ieri, possono avere un effetto globale in tal senso. Ma, calma, questo rischio specifico dipende dalla più generale percezione del mercato al riguardo della probabilità che la situazione si rimetta a posto nel futuro. Le sensazioni sono, per fortuna, tendenzialmente positive. Ma c'é un "nuovo" dubbio. E c'é perché si é visto che nessuno é riuscito a regolare in tempo la crisi. Qui sta il punto. Chi farà da regolatore del mercato mondiale emergente, portando disciplina e ordine? Si é visto cosa può succedere quando pochi e piccoli paesi di nuovo sviluppo, hanno guai di questo tipo. Immaginatevi cosa potrà succedere quando la gigantesca Cina emergente entrerà in questi scenari. Lezione, a caldo? Capire che é ora di dar vita sul serio ad un nuovo ordine mondiale e che gli Stati Uniti non ce la fanno più a sostenerlo da soli.

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1997-10-23

23/10/1997

Ci vuole un domatore per le tigri

La crisi valutaria e borsistica nel sud-est asiatico è già in corso da mesi. I mercati, le autorità monetarie ed i governi interessati avrebbero dovuto essere preparati ad un eventuale aggravamento della situazione. In parte lo erano. Ma si é verificato un effetto sopresa che ha amplificato improvvisamente la crisi estendola a raggio globale. Perché?

Il problema di fondo in quell'area del mercato globale, la più vitale per altro in termini di crescita, é costituito dal fatto che le monete delle economie emergenti sono (erano) ancorate al dollaro. Al punto da perseguire una sorta di cambio fisso con questo. Per esempio, chi operava in Ringgit malesi sapeva di essere sotto l'ombrello di stabilità del dollaro statunitense e ciò favoriva gli investimenti di capitale ed il loro effetto espansivo sulla crescita dell'economia reale. Ad un certo punto, ai primi del 1997, é emerso chiaramente che l'ancoraggio era insostenibile. La mancanza di disciplina finanziaria degli Stati emergenti, la propensione eccessiva a creare un'economia "a bolla" da parte delle borse asiatiche, l'assenza di regole economiche certe e, soprattutto, l'opacità nei bilanci - eufemismo - di banche ed aziende, hanno reso impossibile tenere fissi i valori di cambio tra il solido dollaro americano e le monete dei Paesi emergenti indebolite da questo disordine alla loro base. Il dollaro, inoltre, quest'anno, ha preso una tendenza rialzistica che ha aumentato la difficoltà di tali monete a stargli dietro. Mesi fa ci fu un primo crolletto. Ma nessuno si spaventò eccessivamente. E' un'area troppo crescente del mercato mondiale per lasciarla a cuor leggero. Molti stettero a vedere. L'attesa era che qualcuno intervenisse per stabilizzare il sistema. Era già successo anni fa con il Messico. Il peso ebbe un tracollo per lo stesso problema di non poter sostenere il cambio con il dollaro a causa del disordine nella gestione del sistema finanziario ed economico messicano. Ma intervenne Clinton, convincendo un riluttante Parlamento statunitense a sostenere la moneta messicana con 40 miliardi di dollari. Mossa a rischio. Ma i messicani dimostrarono di aver capito la lezione. E misero ordine nel loro sistema - anche perché il domatore, oltre al cibo, mostrò loro la frusta- dimostrando con i fatti che nel futuro sarebbero stati disciplinati. E la loro moneta si riprese ridando credibilità al resto dell'economia e borse. Fu un grande successo. Con questa memoria, molti - nel mercato- si aspettavano che americani ed ed altri soggetti rilevanti inventassero qualcosa per stabilizzare anche il sistema asiatico. Prova ne é che un mese fa gli ambienti specialistici si chiedevano se gli asiatici avrebbero capito la lezione, come fu per i messicani. Ma, in realtà, nessuno é intervenuto. Due settimane fa, a Washington, circolava la voce che le autorità monetarie statunitensi (ed altri colleghi) non avevano la più pallida idea di cosa fare. Il nervosismo aumentò. Un altra ennesima brutta notizia sul fatto che la Tailandia ormai fosse irrimediabilmente fuori e la sua moneta andasse verso il dimezzamento del valore ha messo nel panico la già stressata piazza di Hong Kong. La locale autorità monetaria ha reagito con una immediata riduzione della liquidità sia per contenere la speculazione sia per comunicare la volontà assoluta di restare ancorata al dollaro. Con questa stretta - discutibile é dir poco- la borsa é crollata ancor di più (nonostante i buoni fondamentali delle aziende lì quotate) e, da lì, lo tsunami asiatico ha spazzato le borse dell'area e messo in parziale crisi quelle mondiali, in particolare via quella di Londra che é la più collegata al sistema dell'estremo oriente. Sfortuna ha voluto che le ansie sulla fine del ciclo rialzistico a Wall Street si siano incrociate a questa ondata, amplificandola.

Non é tutta la storia, ovviamente, ma un pezzo sostanziale di questa che mostra dove sta il punto della questione. Prima chiediamoci cosa succederà ora. Il primo problema è che i crolli borsistici portano con se il rischio di generare crisi bancarie e recessioni nell'economia reale e che, questi di ieri, possono avere un effetto globale in tal senso. Ma, calma, questo rischio specifico dipende dalla più generale percezione del mercato al riguardo della probabilità che la situazione si rimetta a posto nel futuro. Le sensazioni sono, per fortuna, tendenzialmente positive. Ma c'é un "nuovo" dubbio. E c'é perché si é visto che nessuno é riuscito a regolare in tempo la crisi. Qui sta il punto. Chi farà da regolatore del mercato mondiale emergente, portando disciplina e ordine? Si é visto cosa può succedere quando pochi e piccoli paesi di nuovo sviluppo, hanno guai di questo tipo. Immaginatevi cosa potrà succedere quando la gigantesca Cina emergente entrerà in questi scenari. Lezione, a caldo? Capire che é ora di dar vita sul serio ad un nuovo ordine mondiale e che gli Stati Uniti non ce la fanno più a sostenerlo da soli.

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