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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

1998-1-20

20/1/1998

Né a sinistra né a destra sanno come liberalizzare

Liberalizzare è una necessità e non una scelta. Nel mondo di oggi qualsiasi governo sia di destra che di sinistra é costretto a dare più libertà all'economia. Alcuni Paesi hanno la fortuna storica di essere culturalmente e politicamente già predisposti a sostenere un modello liberalizzato e deregolamentato (esempi, Regno Unito, Stati Uniti). Ma la maggioranza proviene da più di un secolo di esperimenti socialisti, nazionalsocialisti e corporativi, comunque di economia fortemente regolamentata o dal sottosviluppo. E non hanno una competenza cumulata che li metta in grado di saper come liberalizzare a partire da un'economica eccessivamente rigida. E qui c'é il punto di fondo. La cultura politica non ha ancora chiaro il metodo di come cambiare in senso liberalizzante un sistema sociale minimizzando i costi sociali. In Europa questo ritardo culturale è anche dovuto all'orgia di statalsocialismo (tecnicamente fallito) che ha impedito il formarsi di una massa critica di esperienze liberali concrete tali da far capire come bilanciare liberismo e tutela sociale.

E questa natura poco sviluppata del pensiero tecnico liberale si é vista proprio nel caso della deregolamentazione del settore commerciale. Grandi intelligenze del pensiero liberista, quali Martino e Ricossa, hanno applaudito la misura governativa sulla base di un principio astratto e classico: se hai un problema in un sistema lo risolvi sempre inserendo più libertà. Verissimo, ma solo se si realizzano condizioni specifiche. Per esempio, i post-comunisti sovietici, dopo il 1989, hanno creduto a questo bellissimo teorema. E hanno pensato che per liberalizare un sistema comunista bastasse togliere, annullare, lasciare soli gli individui. Risultato: una catastrofe sociale. Il punto? La libertà é il modo più efficiente e socialmente efficace di generare ricchezza crescente e di massa solo se si realizza un numero enorme di pre-condizioni, quali ordine istituzionale, competenza tecnica diffusa, ecc. Se quelle non ci sono, allora la libertà - intesa come assenza di regole- diventa un incubo. Ciò insegna che non bisogna imporre alle masse il liberismo che é scritto sui libri, ma, al contario, cercare sempre un modello il più liberista possibile che si adegui alla realtà. E questo punto é ancora più evidente nelle transizioni da un regime rigido ad uno liberalizzato: se non sostengo le persone costrette a cambiare abidutini produttive nel mentre di una liberalizzazione, allora le metto nei guai. Ogni liberalizzazione impone di spendere (e tutelare) molto quando la si comincia per ottenere, poi, i vantaggi al minimo di costo e dissenso sociale. Potremmo chiamarla "teoria tutoriale delle fasi di liberalizzazione". Ma nessuno l'ha scritta ancora.

E pare che il pensiero politico liberale non voglia scriverla. I partiti del centrodestra - incredibile la dichiarazione antiliberale di Tremonti finora considerato il faro del liberismo intelligente - hanno reagito in modo corporativo e conservatore alla liberalizzazione proposta dal governo. O troppo cartacei o corporativi. Dobbiamo riconoscere che non é un bel risultato. Perfino un governo influenzato dai comunsiti ha fatto la figura del liberalizzatore proprio a causa della incapacità del centrodestra di incalzarlo con un modello avanzato. Che roba.

E va detto che il governo ha fatto una liberalizzazione del tutto pasticciata. Non ha tenuto conto né delle misure di accompagnamento per ridurre i danni ai liberalizzati né tantomeno alle riforme connesse che danno un senso sistemico alla deregolamentazione di un settore. Per esempio, se immetto più concorrenza devo anche ridurre le tasse e rendere flessibili i contratti di lavoro. Solo così la liberalizzazione ha un grado di completezza tale da produrre più vantaggi che svantaggi. Inoltre le liberalizzazioni non devono togliere patrimonio ai liberalizzati. Per esempio, se abolisco le licenze commerciali che sono state pagate fior di quattrini devo compensare questa perdita (che non può essere solo bilanciata dal valore di avviamento). Un modo per farlo é quello di concedere sconti fiscali agli interessati. Appunto, liberalizzare significa organizzare un pacchetto di misure di ricapitalizzazione ed "accompagnamento" a favore di chi é costretto a cambiare. Per liberalizzare bene bisogna aggiungere, non togliere. Questo é il punto fondamentale che va capito.

Il governo va poi criticato ferocemente per la disomogeneità della sua politica. Non ha senso proporre la rigifità assurda delle 35 ore da una parte e la deregolamentazione da un'altra. E' ovvio che le associazioni dei commercianti si siano sentite vittime di una discriminazione politica. E questo, più la dannosa incompletezza tecnica della misura governativa, le spinge comprensibilmente alla mobilitazione. Ma serve solo a perdere tempo e storia. La cosa buffa e tragica allo stesso tempo é che il governo italiano si comporta come quello post-sovietico in Russia nei primi anni 90. Costretto a liberalizzare senza averne la cultura e la tecnica ha interpretato il requisito di deregolamentazione come semplice assenza di governo, la creazione di un vuoto. Sono preoccupato sia dal dilettantismo dei post-sovietici italiani sia dal ritardo di elaborazione culturale e tecnica da parte degli amici liberisti. In mezzo alle due inadeguatezze, paga sempre la gente.

Comunque, andiamo sul pratico. Diamoci da fare, nell'area di ispirazione liberal-liberista, per predisporre un piano serio di liberalizzazioni. E ci si ricordi che, ormai, la questione non riguarda più destra o sinistra, ma passato o futuro.

(c) 1998 Carlo Pelanda
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