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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

1998-5-28

28/5/1998

La Russia non é più un nemico e va aiutata perché da sola non ce la fa.

Russia. Il Fondo monetario ha dichiarato che é solo una pseudocrisi. Con questo lascia intendere che il crollo borsistico a Mosca, le pressioni per la svalutazione del rublo e i problemi di finanziamento che ha lo Stato incapace di trovare i soldi per pagare gli stipendi arretrati e i titoli già emessi, sono eventi non letali e gestibili dal governo del giovane Kirienko, appena nominato da Yeltsin. Probabilmente il Fondo ha ragione se lo sguardo si limita ad osservare la contingenza senza guardare al resto: basta un'iniezione tra i dieci e i venti miliardi di dollari per tamponare il problema. Capisco la cautela del Fondo nel non aggravare la crisi di fiducia nei confronti della Russia. Ma tale atteggiamento, pur corretto nell'analisi del fatto specifico, rischia di non far vedere il problema generale e di rimandarne all'infinito la soluzione.

Guardiamo la realtà sommersa dell'iceberg, tralasciando la sua punta che ha acceso le inquietudini riportate dalle cronache di questi giorni. Nell'ultimo decennio circa un milione di russi é diventato ricco, ma più di cento milioni sono diventati perfino più poveri di quanto lo erano durante l'epoca comunista. Ed é povertà assoluta. Quella che spinge il marito ad offrire la moglie al camionista tedesco di passaggio per dare da mangiare ai figli (e non esagero). O quella che non permette di fornire neanche un minimo di assistenza medica (il tasso di mortalità infantile é aumentato e la vita media diminuita). Il sistema statale non funziona fino al punto di non riuscire a riscuotere le tasse in molte parti del paese. Le regole legali sono incerte e, comunque, non difese dal sistema giudiziario e di polizia. Buona parte dell'economia é in mano a gruppi criminali di tipo mafioso. L'altra parte, probabilmente connessa alla prima, é dominata da una decina di grandi cartelli industriali-finanziari. Questi hanno un potere superiore alla politica e lo usano per difendere i loro privilegi monopolistici impedendo alla prima di tentare anche minime riforme di stabilizzazione che renderebbero efficiente, e non monopolistico e banditesco, il libero mercato. In sintesi, il sistema non può andare avanti così. In particolare, la "questione Russia" si presenta come evidenza che la Russia ha bisogno di un programma massiccio ed urgente di aiuto esterno oltre ad un cambiamento della politica occidentale nei suoi confronti.

Quando l'Italia e la Germania (e il Giappone) furono impegnate in una difficile transizione politica dal fascismo alla democrazia e, in particolare, nella ricostruzione economica a partire dalle devastazioni belliche, trovarono un enorme aiuto esterno. Il piano Marshall e la cooptazione complessiva nel sistema atlantico stabilizzarono politicamente e monetariamente dall'esterno i loro sistemi interni permettendone un veloce decollo verso lo sviluppo. Quando la Russia emersa dal tracollo dell'Unione Sovietica, dal 1991, si é trovata in una difficile transizione politica ed economica, invece, é stata lasciata del tutto sola. Non ha avuto un aiuto di ricapitalizzazione sufficiente alle sue esigenze di ricostruzione economica. E per giunta, allargando la Nato ad Est, gli abbiamo anche messo i carri armati sul confine. In sintesi, noi occidentali e vincitori della Guerra Fredda, abbiamo premiato i russi che si sono ribellati al comunismo dandogli una sberla in faccia e lasciandoli nel fango della loro arretratezza. Ma questo modo di vedere non é condiviso. Anzi, i più sostengono che per la Russia si é fatto abbastanza. Vediamo.

La Germania, dalla fine degli anni 80 ha regalato ai russi miliardi di marchi per comprarne il consenso alla riunificazione e per evitare colpi di coda minacciosi. Gli Stati Uniti hanno varato un sofisticato programma di "salvafaccia" per rendere il meno possibile umiliante la sconfitta alle élite russe. E una sua conseguenza é la cooptazione di Mosca nel G7 (appunto, +1) limitata alle questioni di sicurezza globale. Inoltre hanno finanziato tutti quei programmi utili sia a ridurre e mettere sotto chiave il potenziale nucleare ex-sovietico nonché ad evitare che gli scienziati russi, ridotti alla fame, andassero in giro per il mondo a vendere alta tecnologia militare. E negli anni ci sono stati migliaia di piccoli interventi destinati a facilitare la sviluppo del mercato. A cappello di questi é innegabile un forte impegno del Fondo monetario internazionale per puntellare il sistema finanziario russo. Ma tutto questo é risultato, di fatto, insufficiente. Facendo i conti, pur ad occhio, é facile mostrare che la Russia ha avuto un sostegno di capitale che é stato solo un decimo di quello di cui ha bisogno e che é stta marginalizzata (ed umiliata) sul piano politico. E la prova, appunto, é lo stato del sistema russo pennellato sopra. Questo dato di fatto va capito. Come va capito che non é prudente lasciare impoverito e instabile un paese con armi nucleari e dal quale dipendiamo, europei ed italiani in particolare, per il rifornimento energetico.

Cosa fare? Evidentemente si tratta di mettere a disposizione della ricostruzione economica russa più capitale e più incentivi esterni di cooptazione politica allo scopo di indurre una normalizzazzione interna. I dettagli di questo piano sono molti ed impegnativi. Ma prima di pensarci bisogna capire tre cose sulle quali finoira abbiamo chiuso gli occhi: (a) che non possiamo trattare la Russia come se fosse un nemico; (b) che gli europei ci devono mettere più soldi; (c) che non avendo dato abbastanza ed agito bene nel passato in merito alla questione russa siamo ora corrresponsabili della sua crisi. E questi errori, nella storia, si pagano caro se non si correggono in tempo.

(c) 1998 Carlo Pelanda
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