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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

1998-7-29

29/7/1998

Riflettano i padri

Parliamoci chiaro, terra terra, duramente. Non riesco ad accettare il concetto di disoccupazione giovanile. Al sud é quasi al 50%, anche al nord é alta. Mi rendo conto di tutte le difficoltà oggettive che pregiudicano le opportunità di lavoro. Ma un giovane sotto i trent'anni é pieno di energia, senza vincoli di figliolanza, quindi mobile. Non ha il lavoro in casa? Che se lo cerchi altrove o se lo inventi. In qualche parte del mondo ci sarà, forse perfino in casa se uno ci si mette. Conosco giovani, sia di famiglie ricche che povere, che non hanno perso un minuto a cercarsi opportunità, dappertutto, senza far troppo gli schizzinosi. Ne conosco altri che invece sono da anni a lamentarsi con la mamma - ricche colazioni ed amorevoli stirature di pantaloni o gonne- che il lavoro non c'é, beati disoccupati. Questi due tipi di ragazzi non sono così diversi tra loro per educazione, ceto, capacità generali. Ma la differenza l'ha fatto il tipo di educazione. In particolare, la figura del padre.

Visti i dati statistici sopra accennati ho la forte sensazione che ci sia una buona parte della popolazione giovanile ammalata di comoda e parassitaria pigrizia. E da questa sensazione derivo l'ipotesi che la causa principale della disoccupazione giovanile non va imputata al "sistema" - senza sottostimare l'urgenza di cambiarlo- ma ai giovani stessi ed ai loro genitori che non li hanno educati a diventare autonomi, mobili, determinati.

Eresia? Guai a toccare in Italia i figli? Li critico e come. Almeno quelli che mostrano chiari segni di non avere spina dorsale. Esempi che mi sono capitati personalmente. Un laureato in economia, del Nord, che pretende che il lavoro gli arrivi sotto casa. Gli segnalo un'opportunità in un'altra città. La rifiuta. Dice: "ho il diritto di trovare lavoro a casa mia, ho il diritto di trovare un lavoro al livello della mia laurea". Aspetta e spera, lo congedo. Al Sud. Dopo una conferenza sul tema mi circonda un gruppo di ragazzi più vicini ai trenta che ai venti. Belli, pasciuti, certamente istruiti. Se la prendono con me perché non capisco il dramma della disoccupazione giovanile meridionale. Dico loro "sacco in spalla e trottare nel mondo oppure inventarsi qualcosa, studiare la notte invece che andare in discoteca". Quasi mi picchiano. Uno di loro mi urla che é ora di finirla con il destino da emigranti del sud. Se si svuota di risorse umane chi farà sviluppo qui? Ribatto che vadano nel mondo, diventino ricchi, tornino a casa ed investano lì la ricchezza ed esperienza cumulate altrove, se ci tengono alla loro terra. Oppure inventino. "E che invenzioni - reagiscono- sono possibili qui? Bande mafiose di nuova generazione, forse?". "A proposito - insisto provocatoriamente- visto che siete grossi e bravi perché non sfidate la mafia, magari armi in mano, che è, dopo l'assistenzialismo statalista, una delle cause principali del sottosviluppo da queste parti?" Mi guardano come se fossi un marziano. Forse lo sono, ma questi sono smidollati.

Spietato? Forse. Ma il mondo non è tenero. Punisce chiunque si illuda di avere una vita facile. Sono piuttosto irresponsabili quei genitori che non educano i figli all'autonomia precoce. Mio padre ha probabilmente esagerato. Una giovinezza che é stata come un percorso di guerra. Ma ha funzionato nell'inseganarmi ad arrangiarmi da solo. E vedo che funziona per quei figli con padri che hanno fatto, e fanno, lo stesso. Due esempi di padri, ambedue amici. Uno mi capita in studio e mi chiede di influenzare l'assunzione di suo figlio. Insorgo: "e io dovrei danneggiare uno che si merita quel posto grazie alla competenza solo perché siamo amici e tu hai un figlio che ci ha messo dieci anni a finire una banalissima università ed é viziatissimo?". Non esiste. Rompe l'amicizia. L'altro padre. Mi prega di tenere a bottega, gratuitamente, suo figlio affinché impari uno stile professionale d'arrembaggio, vincente, a suo avviso. Mi prega anche di metterlo alla prova, di sfiancarlo perfino. Mi arriva un ragazzo determinato, evidentemente già temprato anche se inesperto, che non si arrende. Lo sfrutto, ma gli insegno quel poco che penso di poter dare, con l'esempio. Un giorno mi dice che é pronto, mi offre un caffé, se ne va a far business. E' diventato milionario in dollari. L'allievo ha superato il maestro. Me lo comunica il padre fiero e felice. Sorseggiando, gli viene un dubbio: "non gli ho dato una giovinezza felice, l'ho sempre incalzato, pressato". Mi guarda. Lo abbraccio e rido: "siamo la congiura dei padri crudeli". No, lui come padre, io come più anziano che istruisce il giovane, abbiamo fatto il nostro dovere. Fatto uomini e non checche.

Lettori padri - mi scuso con le madri ma la responsabilità educativa principale é ancora a carico dei primi - ricordatevi che sarà anche colpa vostra se i figli non troveranno lavoro o se faranno una vita passiva aspettando che qualcuno metta loro la pappa in bocca. Messaggio duro, forse antipatico, ma sacrosanto: figli forti solo se padri fortissimi.

(c) 1998 Carlo Pelanda
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