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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

1998-7-3

3/7/1998

Ecco come rendere utile e sostenibile l'immigrazione

Immigrazione. Di razionalità in questa materia ora ce ne é ben poca. Da una parte, sinistra, abbiamo atteggiamenti di solidarismo irrealista. Chiunque arrivi va aiutato. Il bravo sacerdote offre un letto, la donna caritatevole un panino. Poi il giovanotto immigrato riposato e nutrito va a rubacchiare, talvolta a violentare, spesso vulnerabile ad offerte da parte della criminalità organizzata. Le vittime italiane giustamente si infuriano. E la gente non va per il sottile. Semplifica il mondo attraverso stereotipi e generalizzazioni. Un tunisino ruba e perciò tutti i magrebini sono pericolosi, feccia. L'Italia rischia il cosrtocircuito morale a causa dell'incapacità di ordinare i fenomeni migratori. La legge sull'immigrazione é formalmente restrittiva, ma non definisce gli strumenti per i controlli e le limitazioni. Di fatto la penisola é considerata terra da sbarco per tutti iclandestini del mondo perché basta arrivarci e poi c'é una buona probabilità di restarci, albanesi a parte. E' un disastro tecnico e morale. Basta.

Da dove partiamo per mettere ordine e ragione in una materia andata fuori controllo? Dalla razionalità economica. L'Italia é in declino demografico. Significa che, andando avanti così, dimezzeremo la popolazione entro qualche decennio. Ma molto prima soffriremo l'impatto di una popolazione dove i vecchi sono più dei giovani. Società in contrazione. E' grave. Chi pagherà le pensioni? Se non ci sono nuovi bambini cosa faranno le maestre? Se non ci sono nuove famiglie cosa faranno gli operai edili? La crescita economica richiede anche una crescita demografica o, per lo meno, non il declino. Da noi c'é e va corretto. Come? O gli italiani fanno più figli o dobbiamo accettare più immigrati. La probabilità del primo caso é bassa. La classe media non ha incentivi a fare figli o almeno non più di uno. E' troppo ricca e viziata per sopportare i disagi e limitazioni della prole. Non é ricca abbastanza per pagarsi baby sitter e personale che curi due o tre rampolli lasciando ai genitori tempo libero o per gli svaghi o per un lavoro pressante. Difficile che le cose cambino in tempo utile. Quindi bisogna passare alla seconda opzione. Importare immigrati. Sono poveri e quindi abituati ai sacrifici che gli italiani non accettano più. Ciò significa attitudine al lavoro duro, trainato dal desiderio di riscatto, e disponbilità a prolificare. In sintesi, gli immigrati vanno visti come risorse economiche sia dirette che indirette che ci permetteranno di invertire la contrazione della società italiana ed aiutarne la crescita. L'immigrato é soldo vivo. Mi scuso del modo quasi cinico con cui trato affari umani, ma é meglio darsi una base realistica dove sia chiara l'utilità dell'immigrato per tutti. E lo é senza ombra di dubbio. Per questo il tema va trattato con fredda razionalità e non con emozioni o universalistiche o razziste.

Quindi va fatta una strategia utilitaristica. Prima di tutto quanti immigrati ci servono? Facendo un calcolo grezzo, combinando fabbisogno determinato dal vuoto attuale e la possibilità di assorbimento dell'Italia, direi circa 100mila all'anno. Detto questo va valutato esattamente quale tipo di immigrato ci serve. Il mussulmano o l'africano hanno una distanza culturale eccessiva con noi. Averne troppi in casa può portare guai, come vediamo. D'altra parte non assorbirli significherebbe caricare oltre misura l'eccesso demografico nei paesi di provenienza e renderli instabili. Rapido calcolo. Un'evoluzione aggressiva (fondamentalista) dei paesi della costa sud del Mediterraneo ci costerebbe dai seimila agli ottomila miliardi l'anno in nuove spese militari dirette e indirette. Tanto vale dargliene quattromila in aiuti che creino lavoro lì e assorbirne solo qualcuno per svuotare di esplosivo la bomba demografica magrebina. Diciamo un 10mila all'anno (stando attenti a non concentrarli territorialmente). E gli altri 90mila? Una parte dovremmo prenderla dall'Est. Sono cristiani, con ottima educazione di base e bianchi. Un'altra parte dall'Asia. E' gente che ha un'attitudine culturale al lavoro eccezionale. Inoltre le relazioni di questi immigrati con i loro parenti che restano a casa potrebbero diventare un veicolo commerciale per le nostre imprese nei paesi remoti ed emergenti. Esempio, l'altro giorno un piccolo imprenditore di Vicenza ha fatto business nel nord della Cina perché il sesto cugino di un suo dipendente cinese gli ha aperto una strada commerciale altrimenti impervia. Poi bisogna attrarre un 5% annuo di nuove forze giovani qualificate per educazione dagli altri paesi europei e sviluppati in generale. Più o meno questo é il mix di immigrazione utile.

Ma lo sforzo principale va fatto sul piano del sistema di integrazione. L'immigrato é veramnte utile quando impara velocemente lingua e regole italiane e si comporta come buon cittadino. La strategia dovrebbe essere quella di ridurre al minimo i lavori temporanei da parte di immigrati ed ampliare il rilascio di cittadinze, appunto in misura di circa 100mila all'anno. L'immigrazione dovrebbe essere attirata selettivamente per concorso e quote. Un anno di prova e poi la conferma, sulla base di test e valutazioni individualizzate, della cittadinanza o via. I primi tre anni dell'immigrato così scelto dovrebbero essere incentivati in modo da fargli trovare più facilmente casa e lavoro. Il blocco dell'immigrazione diversa da questa dovrebbe essere totale. Nella fase transitoria dall'attuale regime a quello nuovo bisognerebbe rifare il censimento valutativo degli immigrati ora presenti in Italia, più della metà clandestini. Quelli che non passano la valutazione, basata sui nuovi criteri, dovranno essere rispediti.

E' certamente impegnativo qualificare in questo modo la ricerca di capitale umano immigrato. Ma il farlo sarebbe risolutivo per risolvere la crisi demografica ed anche, in prospettiva, economica del paese. E, su questa base pratica e chiara, risolverebbe anche la crisi morale determinata dal modo confuso con cui l'Italia sta trattando chi cerca speranza da noi.

(c) 1998 Carlo Pelanda
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