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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2001-3-12

12/3/2001

Le insidie insite nella crisi del Giappone

 L’attuale clima di incertezza nel mercato globale non è solo dovuto al rallentamento della locomotiva americana, a quello conseguente della crescita europea e allo sgonfiamento della bolla borsistica non ancora arrivata al “pavimento”, ma anche alle pessime notizie che vengono dal Giappone. Paese di rilievo economico tale che le sue sorti influenzano gli andamenti mondiali, quindi anche i nostri, qui. Esiste veramente una mina nipponica nel  futuro prossimo? Vediamo.

 Giovedì scorso il viceministro delle finanze nipponico, Kiichi Mizayawa, ha dichiarato: “Il Giappone è sull’orlo del collasso finanziario”. Il giorno dopo si è corretto, ma nel mercato è rimasto il gelo. Una crisi del Giappone, seconda economia mondiale per volume, non sarebbe governabile con i mezzi che di solito sono efficaci per salvare i paesi emergenti. E potrebbe contaminare il resto del mondo. Qual è il problema? Il Giappone è in una fase di stagnazione-recessione dal 1992 e non ne è ancora uscito. Perché i governanti giapponesi hanno fatto tutto, ma proprio di tutto, per rilanciare lo sviluppo interno, meno le due azioni che sarebbero state giuste: abbassare le tasse (spinta sul lato dell’offerta) e rompere la ragnatela di protezionismi che ingessa il mercato (liberalizzare). Appunto, hanno cercato di stimolare l’economia in altro modo, con misure sbagliatissime di stimolazione solo sul lato della domanda, senza riformare alcunché. Per esempio, sotto la pressione delle grandi multinazionali nipponiche, Tokyo ha di fatto svalutato lo yen per far tirare di più le esportazioni in modo da compensare l’impossibilità o non volontà di compiere le riforme di efficienza interne (situazione che ricorda quanto deciso dai governi dell’eurozona dal 1999 in poi). Ma tale indebolimento della moneta ha portato i risparmiatori giapponesi ad investire in valute estere. Inoltre, per ridurre il peso dell’indebitamento dei gruppi industriali e delle banche – e dello Stato - hanno ridotto oltre misura il costo del denaro, portandolo pressoché a zero. E la fuga dei capitali è ovviamente peggiorata. Comunque gli investimenti interni sono pochi, o per lo meno stagnanti, per l’alta tassazione. Il governo, per bilanciare questa mancanza di capitale, ha deciso di generarlo attraverso grandi programmi di spesa pubblica finanziati dal debito. Che ora è arrivato bel oltre il 100% del Pil e punta, nel 2005, a quasi il 200%. Ovviamente la stimolazione via spesa pubblica (infrastrutture, incentivi assistenziali, ecc.)  è riuscita a produrre crescita, ogni anno, solo per brevi momenti. Poi, finito l’impatto diretto dell’iniezione di denari pubblici, la mancanza di una reale crescita autogena del mercato ha fatto ripiombare il sistema in un andamento stagnante o recessivo. Che quest’anno verrà complicato dal minore assorbimento americano delle esportazioni nipponiche (che pesano per circa il 30% del suo Pil). In sintesi, Tokyo si trova a fronteggiare una situazione critica: debito pubblico alle  stelle, esportazioni in calo, economia interna rigida e poco dinamica, fuga dei capitali.

 Tale criticità è ulteriormente peggiorata dall’instabilità politica endemica e dalla crisi bancaria. La seconda è dovuta al fatto che in Giappone le banche possono possedere le imprese e viceversa. Io impresa mi indebito con la mia banca. Le cose non vanno bene e non le torno i soldi, tanto è mia. Così la banca si riempie di crediti inesigibili. Sono anni che si tenta di capire quale sia la realtà del buco finanziario giapponese, ma non ci si riesce. Anche perché Tokyo è governata da un intreccio opaco tra politica, industria e finanza (keiretsu, forma di consociativismo asiatico). E la prima non riesce, qualora volesse, mettere in ordine il pasticcio creato dalle relazioni incestuose delle altre due. Questo intreccio ha, poi, la conseguenza di bloccare ogni forma di concorrenza interna e soffoca la nascita di nuove imprese, e lo sbarco di quelle estere, che diano fastidio ai giganti già insediati e potenti. Per altro, va detto che in cambio del privilegio protezionista le aziende nipponiche tendono ancora ad assicurare il lavoro a vita ai propri dipendenti. Ma per continuare a farlo chiedono alla politica, appunto, crediti senza l’obbligo di tornarli, la svalutazione della moneta, la protezione dalla concorrenza. In sintesi, tutto questo porta a: recessione dell’economia reale, crisi bancaria e insostenibilità del debito pubblico. Che può far arrivare al collasso della moneta e della Borsa. E da qui contaminare il pianeta, indebolito dal rallentamento americano e dalla mancanza di altre locomotive. Questo teme il mercato.

 Il rischio c’è. Ma bisogna considerare che il Giappone resta comunque una grande potenza industriale, con un capitale umano ed un potenziale tecnologico primi, per qualità, al mondo. E che gli basterebbe stimolare l’offerta (cioè nuovi investimenti interni privati) per riprendere brillantemente la crescita. Proprio attraverso le due uniche misure finora mai attuate: tagliare le tasse e liberalizzare. La buona notizia è che il sistema politico nipponico finalmente si è reso conto dell’emergenza e che, probabilmente, il prossimo governo spingerà, almeno, la leva fiscale. Ciò farà tornare un po’ di ottimismo e la classe media spenderà un po’ di più in consumi, rimettendo in circolazione una parte dei risparmi finora congelati per il timore di peggioramenti futuri. In tal modo si eviterà il collasso. Ma resteranno tutti gli altri problemi strutturali. La mina non sta per scoppiare, ma resterà innescata.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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