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Carlo A. Pelanda
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Il Tempo

2009-8-6

6/8/2009

Nuovo patriottismo è liberare l’Italia dal debito

Il 150° anniversario della nascita dell’Italia, nel 2011, andrebbe utilizzato come data simbolica entro cui approvare ed avviare il piano per la riduzione del debito pubblico nazionale. L’enorme debito è causa di una nuova schiavitù per l’Italia. Liberarla da queste catene è la missione prioritaria del nuovo patriottismo positivo.

Ogni anno lo Stato spende tra i 60 e 70 miliardi di euro per pagare gli interessi sul debito e non per investire in modernizzazione e competitività. Così i nostri soldi finanziano il passato e non il futuro. Da un lato, il problema endemico della poca crescita economica dell’Italia è causato da costi eccessivi che soffocano il mercato. Dall’altro, quando la politica vuole ridurli non riesce a farlo perché le risorse destinate alla detassazione devono essere impiegate per pagare gli interessi sul debito. In questa trappola conta molto la regola europea che impedisce di fatto manovre di detassazione in deficit. In sede di analisi è difficile stabilire se siano più devastanti lo statalismo abnorme, i vincoli per la stabilità dell’euro o l’enormità del debito. Ma in sede di ricerca della soluzione è lampante che la riduzione del debito sia il precursore essenziale per cambiare modello e per resistere meglio agli eurovincoli. Il debito è la priorità non perché unica causa dei nostri mali, ma perché soluzione che precede le possibili altre. Lo avete udito da qualche politico a destra o sinistra? No. Sentite, tipicamente, la recita del problema, il debito ci impedisce questo o altro, ma non soluzioni. Perché questi signori, per lo più istruiti ed intelligenti, non le propongono? Perché sono dannatamente difficili. Il politico che si impegnasse nell’azione di riduzione del debito troverebbe soluzioni tecnicamente incerte e da inventare nonché dissensi tali, per tutte le cose da cambiare, da pregiudicarne la carriera. Infatti i governi preferiscono tenere il sistema in equilibrio, in lentissimo declino. Anche perché la gente tende a valutare l’immediato e non la prospettiva, non disposta a pagare prezzi in nome della seconda. Ecco perché l’occasione in cui la nazione riflette su se stessa potrebbe generare una domanda di soluzioni forti che stimoli la politica di visione e non solo di giornata, dove emergerebbe la priorità di liberarci dal debito. Perché invocarlo ora? Se vogliamo arrivare al 2011 con un progetto esecutivo dobbiamo cominciare adesso a prepararlo. Come si può ridurre il debito evitando metodi distruttivi, tipo inflazione o insolvenza? Con tre azioni: (a) non facendo più deficit annuali; (b) vendendo patrimonio per abbattere una parte del debito e quindi della spesa per interessi; (c) tentando di fare più crescita del Pil in modo tale che il debito si riduca in proporzione a questo. La prima misura ha bisogno di un tempo tecnico di applicazione, diciamo il 2016 come già determinato in Germania con vincolo costituzionale, dove i deficit si riducono progressivamente fino alla prossimità dello zero. Per inciso, fino al 2011 compreso tale manovra non potrà scattare per le priorità anticrisi. Ma dopo dovrà. Almeno 150 miliardi di euro di valori immobiliari, e altri, pubblici potrebbero essere impacchettati in una “scatola” con la missione di realizzarli nei successivi 10 anni. Così, con un prodotto finanziario specifico, si potrebbero eliminare subito altrettanti titoli di debito. Poco in relazione al totale? Bisogna valutare che si risparmierebbero almeno 6/7 miliardi all’anno di spesa per interessi da mettere al servizio della detassazione. Inoltre la dimostrazione di voler ripagare il debito abbattendone una parte, combinata con l’annuncio del pareggio di bilancio futuro, porterebbe il mercato finanziario a fidarsi di più del debito italiano riducendone l’attribuzione di rischiosità e quindi il costo degli interessi. Vendendo 150 renderemmo disponibili circa 10 all’anno. Che faranno leva per più crescita. E poi nei decenni il debito non più alimentato dai deficit sarà ridotto dall’inflazione naturale. Ma ora manca perfino un censimento del patrimonio pubblico. Mancano nel dibattito politico parole come queste. Perchè? Dai primi anni ’90 il progetto italiano è quello di sciogliersi in Europa. Ma l’Europa resterà fatta di nazioni sovrane, ciascuna responsabile di se stessa. Per capire la priorità del debito dobbiamo prima risvegliarci e renderci conto che dovremo risolvere i nostri problemi da soli con un nostro progetto nazionale. La nazione è disabituata a pensare così, ma c’è

(c) 2009 Carlo Pelanda
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