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Carlo A. Pelanda
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Il Tempo

1997-7-5

5/7/1997

Cinquanta anni dopo, tutto uguale

Dal 1997 siamo tornati al 1947. La Bicamerale è servita a ricostruire il "sistema dei partiti" che si era frammentato a partire dal 1992. E' un bene od un male per gli interessi del Paese? Non c'é una risposta assoluta né tantomeno facile. Vediamo perché.

Il "sistema politico" italiano si caratterizza per il fatto di considerare i "partiti" e non le "istituzioni" statali i veri soggetti di governo. Quando nel 1947 i partiti si trovarono a stendere la Costituzione, sia democristiani che comunisti non sapevano chi avrebbe vinto le elezioni. Allora, semplificando all'osso, si sono messi d'accordo nel creare uno "Stato debole" la cui configurazione istituzionale non avrebbe permesso a chi avesse vinto di fare il "pigliatutto". In sintesi, i partiti decisero di avere tra loro un accordo permanente di reciproco riconoscimento che aiutasse ciascuno a sopravvivere e difendere il proprio interesse particolare, indipendentemente da chi avesse vinto le elezioni. Questo sistema implicava, appunto, una gestione extra-istituzionale delle istituzioni nonché un forte assetto consociativo reso stabile dal fatto che tutta la vita del Paese doveva essere regolata da accordi tra partiti e loro clientele (sindacati ed associazioni di interessi). Per questo, infatti, l'architettura dello Stato italiano non si basa sulla separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario), ma sulla loro fusione per sottoporli al controllo diretto dei partiti. Il modello di "Stato debole" non é stato necessariamente negativo per l'Italia della ricostruzione. Il governo delle cose reali fatto dai "partiti" e non dalle "istituzioni" si é ispirato al pragmatismo ed alla flessibilità informale. Per esempio, la legge fiscale esisteva sul piano istituzionale, ma i politici democristiani dicevano alla gente che si poteva evitare di pagare le tasse. E buona parte del miracolo industriale italiano lo si deve proprio a questo. In cambio, le cooperative rosse trovavano facilitazioni enormi e i denari conseguenti consolidavano il potere comunista in altre aree del Paese. I partiti felici e d'accordo, ciascuno anche con il diritto di infilare i propri fedeli nella magistratura, televisione, ecc. Per un po' questo sistema informale e pragmatico é stato in effetti utile allo sviluppo dell'Italia. Ma già dagli anni 70 venne fuori sempre più esplosiva l'inefficienza e la natura dissipativa del modello. Dobbiamo arrivare al 1994, tuttavia, per vedere la crisi vistosa del sistema dei partiti. Di colpo emersero tre forze esterne al patto originario del Cln: Lega, Forza Italia ed Alleanza Nazionale. Da allora il vecchio sistema politico ha fatto di tutto per cooptare i nuovi arrivati, condizione essenziale per non morire. Dopo l'impiego del bastone - offensive giudiziarie, delegittimazioni culturali, sabotaggi- finalmente i vecchi sono riusciti a chiudere i nuovi nel vecchio tavolo offrendo la pace in cambio della accettazione da parte dei "novi" di sedersi in esso e rispettarne le regole consociative. Ed una di queste é riflessa nel nuovo patto costituzionale emerso in Bicamerale perché mantiene, cosmetizzandolo, il tradizionale modello di Stato debole come garanzia che le vere decisioni politiche si facciano fuori dalle istituzioni in forma di patti privati tra leader dei partiti. Inoltre é stata ripristinata la garanzia reciproca che tutti i partiti collaboreranno per escludere nuove offerte politiche dalla possibilità di competere. La soddisfazione che avete visto nelle espressioni dei leader dei partiti non é tanto dovuta ai dettagli della riforma costituzionale, quanto al fatto che tutti hanno avuto un vantaggio dalla ricostruzione del sistema dei partiti. Per esempio, il Pds ed AN si sono sdoganati a vicenda, Forza Italia ha ottenuto il riconoscimento di essere un attore principale cedendo, in cambio, la sua natura di movimento innovatore e "spaccasistema". Soprattutto la nuova cooperazione tra partiti maggiori ha portato ad un contratto di stabilità dell'esistente, una sorta di cartello monopolista, che impedisce l'emergere di nuovi soggetti politici (o l'allargarsi di forze che resistono alla cooptazione, come la Lega) e limita, pur non soffocandolo, il peso dei partiti minori. In particolare, i partiti si sono coalizzati per porre un limite all'autonomia che la magistratura si era presa quando essi erano meno forti. In sintesi, é rinato il sistema politico italiano esattamente dopo 50 anni dalla sua costituzionalizzazione. Uguale.

E' un bene od un male per il Paese? Dipende. Un assetto consociativo, congelato ed extra-istituzionale della politica favorisce la stabilità, ma non il cambiamento, l'efficienza e l'innovazione competitiva. Se gli italiani vogliono un Paese che si collochi sul livello primario della politica ed economia mondiali, allora il "capolavoro" della Bicamerale si tradurrà in un male. Se, invece, accettano una posizione secondaria - quindi un destino nazionale di decadenza controllata- allora é un bene. E molti cittadini, in effetti, potrebbero preferire questo secondo orientamento perché i sistemi in decadenza controllata offrono il vantaggio di una maggiore tranquillità prorio perché riducono il tasso e la velocità dei cambiamenti che generano selezione e quindi ansietà sociale. Competere e cambiare, infatti, è cosa faticosa, sopportabile solo da psicologie molto forti, da comunità fortissime per valori ed ambizione.

E' su questa base - la scelta se essere nazione primaria con molta fatica o secondaria con poca- cari lettori, che dovete decidere se ciò che è avvenuto in realtà sotto l'ombrello formale della Bicamerale sia un bene od un male per la nostra comunità. Se volete un'Italia competitiva e predisposta al cambiamento veloce e continuo bisogna togliere il potere ai partiti e rendere meno mediata la democrazia. Se volete la tranquillità accettando la decadenza, allora vi va bene il sistema di semidemocrazia mediata da partiti-apparato e gestita dal loro metodo consociativo-clientelare nel modello di Stato debole. Parlatene a fondo tra voi e decidete in quale Italia volete vivere.

(c) 1997 Carlo Pelanda
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