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Carlo A. Pelanda
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Il Tempo

2009-3-22

22/3/2009

Il rischio di sottocapitalizzazione della ripresa

Un esempio aiuta a capire il problema. Recentemente una grande banca italiana ha presentato la propria situazione agli analisti esibendo in decine di pagine, con dettaglio fino alla più remota filiale ai confini del mondo, i profitti derivanti dalle operazioni bancarie. Ottimi. Ma ha descritto la propria situazione patrimoniale in un allegato di poche pagine generiche, di fatto oscurandola. Il commento dei più esperti è stato: ma chi volete prendere in giro? E’ ovvio che le banche facciano profitti dalle loro operazioni. Il punto è capire se abbiano lo stato patrimoniale a posto. Se una banca non mostra tali dati si può sospettare che abbia un grosso problema di bilancio. E se lo ha deve ricapitalizzarsi con procedure che possono portare ad una restrizione temporanea o prolungata del credito. Le maggiori banche italiane, pur solide e lontanissime da ipotesi di fallimento, hanno, chi più chi meno, questo problema, trasferendolo all’economia reale.

I problemi delle banche, globalmente, sono tre: (1) permanenza nei loro bilanci di attivi a cui è difficile attribuire un valore perché non scambiabili sul mercato, con conseguente incertezza al riguardo delle perdite e quindi dello stato patrimoniale; (2) difficoltà di rifinanziamento sul mercato interbancario perché congelato; (3) rischio di perdite future dovute alle insolvenze da recessione. Il primo problema è stato rattoppato, in America ed Europa, permettendo agli istituti di mettere nel bilancio a valore nominale (mark to model) e non di mercato (mark to market) i prodotti finanziari illiquidi. Da un lato, tale trucco di bilancio ha salvato, sul piano civilistico, tutte le banche del mondo colpite dal congelamento del mercato finanziario. Dall’altro, sta ritardando il momento del chiarimento: quali le perdite reali e, quindi, il rapporto tra patrimonio e mezzi propri, lasciando aperta la crisi di fiducia. Questo problema, grave in America e pesante nell’eurozona, è minore per le banche italiane. Ma le colpisce comunque perché il congelamento del mercato interbancario impedisce loro di reperire capitali di rifinanziamento per coprire i debiti operativi e le perdite. Inoltre, la recessione promette un’ondata di future insolvenze di cui le banche devono tener conto. In sintesi, lo scenario più probabile è che le banche italiane principali vogliano/debbano impiegare più capitale per riserva e ricopertura che per impieghi creditizi. Le piccole banche sane stanno aumentando gli impieghi, ma resta un gap nell’offerta di credito. La formula di Tremonti per risolvere tale problema è la seguente. Cari azionisti delle banche, non vi costringo a mettere denari di ricapitalizzazione che non avete né vi costringo a diluire la vostra proprietà, vi do i soldi da mettere a riserva patrimoniale –  per questo suscettibili di essere moltiplicati via leva  -  ma in cambio le vostre banche devono dare più credito alle imprese. Probabilmente Tremonti lo ha pensato in forme compromissorie perché se il credito non sostiene la ripresa dovrà farlo lo Stato con gli stimoli fiscali. E al momento il governo non ne ha la possibilità. Ma l’idea di risolvere il problema con 12 miliardi di “Tremonti bond” per evitare una detassazione di almeno 80 che servirebbe non sta funzionando. Il fabbisogno di ricapitalizzazione delle principali banche italiane è superiore a quello copribile con tale strumento. Altre soluzioni? Ci vorrebbe una ricapitalizzazione “vera” delle banche diluendo i vecchi azionisti e chiamandone di nuovi. Ma sarebbe un terremoto che i poteri politici e finanziari temono. Resterebbe la soluzione tecnica di ridurre i requisiti di patrimonializzazione delle banche, sostituendoli con forme di assicurazione più evolute e modificando modelli primitivi di regolazione, tipo Basilea 2, per liberare capitale di credito. Però non tira aria. In conclusione, la decisione di salvare le banche senza soluzioni radicali di ricapitalizzazione comporta la restrizione del credito ed il rischio di sottocapitalizzazione della ripresa. Per evitarlo appare inutile forzare banche arroccate ed inguaiate nonché invocare detassazioni non concedibili. Resta una via: lo scongelamento del risparmio e la sua immissione sul mercato via incentivi basati sulla deregolazione. Infatti il “Piano casa” di Berlusconi sembra avere tale scopo di bilanciamento della restrizione del credito. Appare interessante notare il messaggio di fondo: le banche non funzionano, fate voi da banca a voi stessi.     

(c) 2009 Carlo Pelanda
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