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Carlo A. Pelanda
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Il Tempo

2009-1-30

30/1/2009

Comma 22

Ricordate il film Comma 22? Mostrava una situazione surreale dove se fai una cosa per risolvere il problema ricadi nel problema stesso. L’Italia è in una situazione del genere. Se il governo deliberasse maggiori stimoli economici in deficit per attutire la recessione incrementerebbe il debito ed il costo del rifinanziamento del debito stesso. Il mercato scommetterebbe su uno “scenario argentino” (insolvenza). Ma senza stimolazioni adeguate l’impatto della crisi sarà più pesante. Infatti il Fondo monetario ci vede in recessione anche nel 2010 mentre gli altri Paesi – stima ad oggi – cominceranno ad uscirne. Se sarà così, il rapporto tra Pil e debito peggiorerà, puntando ad oltre il 110% dal 105 odierno. Il saldo dei conti pubblici andrà in rosso in quanto la minor crescita implica meno gettito (già visibile). Con meno crescita la credibilità sul fatto che l’Italia possa sostenere e ripagare in prospettiva il debito diventerà minore perché il deficit stesso comunque aumenterà. Il mercato avrà più motivi per temere lo “scenario argentino” che oggi Tremonti vorrebbe evitare contenendo il deficit a qualsiasi costo. In sintesi: se sfondiamo il deficit avremo una crisi del debito entro pochi mesi, se teniamo i conti a posto o quasi avremo un crisi del debito tra un anno o poco più. Poiché il mercato sconta in anticipo gli eventi futuri, la crisi del debito è già in atto. Prova ne è il maggior rischio (e quindi prezzo) attribuito ai titoli di debito italiani in relazione a quelli tedeschi, pur ambedue nella stessa moneta. Questo è il circolo vizioso. Vediamo se è proprio così e, se sì, come uscirne.  

Non sarebbe così se la crisi recessiva fosse di breve durata. Le dichiarazioni di Tremonti lasciano intendere che non crede ad un impatto così grave della recessione in Italia. Il governo non pone limiti alla Cassa integrazione. Tale mossa sarebbe suicida se la crisi durasse un anno o più e i disoccupati aumentassero del 2% (previsioni correnti)  perché il costo scasserebbe il bilancio. Se ammette il ricorso ampio a questo ammortizzatore sociale, senza fare altro, evidentemente ritiene che la crisi sarà di media entità e durata. Anche il governo tedesco pensava così fino a dicembre. Poi, visti i nuovi dati, ha avviato manovre megastimolative d’emergenza in deficit proprio per contenere sul lato del mercato il numero di disoccupati da stipendiare con soldi pubblici. Ma l’Italia, si dice, è diversa. Il sistema bancario è solido, il risparmio  abbondante. Tralasciando il fatto che il congelamento del mercato finanziario internazionale colpisce tutte le banche sul piano del rifinanziamento, la recessione in Italia è causata, oltre che dal drenaggio fiscale e costi da inefficienza strutturale, dal crollo dell’export. Per questo tipo di crisi è irrilevante il poco debito privato. Se per un anno le imprese esportatrici non lavorano e se non si bilancia questo gap pompando  consumi ed investimenti interni, allora sarà crisi pesante e prolungata. Inseriamo pure l’effetto positivo della disinflazione. Ma questo non rilancerà l’export. L’America tornerà locomotiva globale? Lo farà, ma a mezza forza, incerti i tempi. In sintesi, non possiamo escludere una recessione grave e prolungata. Non potendolo, allora siamo a rischio di Comma 22. Incrociamo le dita o smazziamo? Io smazzerei. Come? Due azioni fortissime: (a) impacchettamento di 200 miliardi di patrimonio pubblico da mettere in vendita nei prossimi 30 anni, emissione immediata -  pur a tranche - di un’obbligazione basata su tutto questo valore, meno il premio, e impiego della cifra ricavata per cancellare parte equivalente del debito; (b) a seguito di questa megacartolarizzazione evolutiva, che comunque produrrebbe un risparmio, circa, del 10% annuo sulla spesa per interessi, oggi tra i 60 e 70 miliardi, andrei in deficit per tagliare sostanzialmente le tasse sulle imprese  e sui redditi da lavoro oltre a varare un programma biennale di investimenti pubblici anticrisi. Per riuscirci sarebbe necessaria una (retro)garanzia della Ue (e Bce) sia sull’operazione patrimonio/debito sia per la certificazione di un piano di rientro dal deficit a cinque anni. Io la mia la ho detta e la saprei disegnare tecnicamente. Il governo tiri fuori la sua. In ogni caso servono soluzioni forti e razionali da negoziare in Europa, pronti a sbattere i pugni, a ricattare e minacciare se ci dicono di no, duri. Voi lettori? E’ tempo di fare nazione per toglierci dalla trappola.

(c) 2009 Carlo Pelanda
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