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Carlo A. Pelanda
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Il Tempo

2008-11-24

24/11/2008

Evitare lo statalismo per rilanciare il mercato

L’impatto della crisi per l’Italia dipenderà dalla qualità della gestione politica a livello nazionale ed europeo. Sul piano mondiale non ci sono soluzioni di “governance globale” utili nell’immediato se non quella, fondamentale, di tenere i mercati aperti. Più avanti ci sarà il problema di riorganizzare il mercato mondiale considerando che non potrà essere più retto dalla sola locomotiva americana. Anche in questa prospettiva, e per gestire la crisi in corso, tutte le nazioni, quelle europee in modo integrato, devono provvedere da sole a stimolare i loro mercati interni.  Mentre in tempi di ciclo vitale del mercato internazionale si possono sbagliare modello e politiche - l’Italia lo fa dal 1963 - senza provocare tragedie immediate, in questa crisi non c’è margine per errori. Per tale motivo la missione della stampa è quella di incalzare i governi italiano ed europei affinché li evitino. 

Cosa sappiamo sulla capacità di gestione delle crisi da parte dei governi? La politica tende a reagire solo quando la crisi raggiunge la massima evidenza. I comportamenti dei governi visti negli ultimi tre mesi assomigliano ai risultati trovati dalla psicologia sociale francese, già negli anni ’50, negli studi sulla reazione al pericolo: prima lo si nega, quando è evidente ed incombente interviene il panico o una reazione disordinata o inerziale. In America, dopo un anno di crisi finanziaria montante, si è dovuto lasciar fallire (o far) fallire Lehman Brothers per sbloccare la politica affinché salvasse il sistema bancario. Dopo aver visto il baratro la politica si è mossa, ma ancorata a stili ideologici o interessi particolari, lenta nell’adeguarsi alla realtà. In Europa le reazioni alla crisi recessiva stanno per arrivare solo ora, con due mesi di ritardo. Mi sembra non corretto ricordare in dettaglio le frasi apocalittiche o strambe dette dai governanti europei, e nostrani, negli ultimi due mesi perché è comprensibile il loro shock dovuto al cambio repentino di scenario. Ma è doveroso annotare che la loro reazione lenta è anche dovuta alla difficoltà di abbandonare gli stili dello statalismo, di fatto simile nelle destre e sinistre centriste di Francia, Germania ed Italia. Qui c’è il pericolo: reazione lenta e con metodi assistenziali/dirigisti inadeguati. La crisi richiede una terapia d’urgenza con misure di riflazione che abbiano effetti in due o tre mesi. Per esempio, gli investimenti pubblici infrastrutturali vanno bene se i cantieri possono essere aperti subito o se no quei soldi vanno riallocati per la detassazione ad effetto stimolativo certamente più veloce. Interrotta la caduta dell’economia, poi per rilanciarla certamente saranno utili lavori pubblici straordinari. Ma il pericolo maggiore, appunto, è che i governi europei tentino di usare politiche di sostegno assistenziale diretto invece di stimolare il mercato affinché torni velocemente a girare. Da un lato, sarà necessario comunque un mix  di sostegni diretti (per i poveri ed i settori in crisi totale)  ed indiretti. Dall’altro, la prevalenza nel pacchetto europeo e nazionale dovrà essere dei secondi.  Per dirla chiara: massimizzare la detassazione riallocando aliquote di spesa pubblica per reggerla. Ma i segnali non vanno in questa direzione. Infatti sono solidale con Mario Monti che sul Corsera ha avvertito i governi europei di non cedere alla tentazione statalista. Il motivo è tecnico. Un euro messo nel ciclo del mercato in forma di riduzione di costo crea un effetto di moltiplicazione, per dire, che ne crea venti. Un euro messo in assistenza ne produce uno o, se visto in termini sistemici, mezzo. Se il mercato non ci fosse dovrebbe crearlo lo Stato. Ma se, pur in crisi, il mercato ancora c’è, allora è ovvio che questo venga stimolato più velocemente da interventi indiretti, cioè meno tasse e costi (per fortuna la caduta dell’inflazione aiuterà moltissimo). Se i governi faranno più interventi assistenziali che fiscali e se i secondi saranno temporanei, pochi, invece di essere permanenti ed abbondanti, allora la crisi non sarà risolta o lo sarà in modo inaccettabile con una stagnazione endemica. La battaglia tecnica/culturale da farsi via giornali è quella di una pressione sulla politica europea ed italiana affinché abbia fiducia nel mercato e lo stimoli con strumenti di libertà invece di avvolgerlo con mantelli neosocialisti e statalisti Se volete riavere un po’ di soldi e meglio che sosteniate chi la combatte.    

(c) 2008 Carlo Pelanda
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