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Carlo A. Pelanda
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Il Tempo

2008-10-30

30/10/2008

Servono più aquile e meno gufi

La maggior parte degli scenari economici è pessimistica. Ma, in realtà, la crisi non ha un destino ineluttabile. La sua gravità e durata dipenderà dal come verrà gestita. Potrebbe essere breve e meno intensa di quanto previsto così come avvitarsi in un devastante ciclo peggiorativo. Pertanto l’eccesso di pessimismo è, al momento, certamente infondato. Ma quanto è fondato l’ottimismo? Parecchio, se lo si riesce a scorgere sotto il mucchio di gufi e gufanti che lo ricopre

Il punto da capire è che non siamo andati in crisi perché il sistema è ormai talmente sgangherato da renderla inevitabile, credenza che alimenta il pessimismo. Ci siamo andati, invece, perché sono stati fatti degli errori di gestione. Nel 2007 e parte del 2008  le Banche centrali europea ed americana hanno finanziato la crisi bancaria invece di chiuderla. Un anno fa avrebbero dovuto ispezionare a fondo i “veri” bilanci delle banche e forzare la ricapitalizzazione di quelle le cui perdite o prodotti finanziari illiquidi superavano per quantità i mezzi propri. Se l’avessero fatto allora, con i metodi adottati oggi, il risanamento sarebbe costato circa 400 miliardi di euro. L’aver prolungato una situazione marcia ne ha  portato il costo a quasi 4 trilioni di euri più le note complicazioni e contagi. Molte banche americane ed europee hanno nascosto il nascondibile per evitare interventi che avrebbero modificato i poteri azionari e sostituito le dirigenze. La loro illusione di passare indenni la tempesta è stata un suicidio. Per inciso, se ne renda conto chi continua a farlo. Oltre al muro di gomma degli istituti, le Banche centrali hanno trovato governi non disponibili per operazioni di medicina d’urgenza, infatti attuate solo dopo lo sconquasso di Lehman Brothers. Né avevano poteri formali per fare interventi così forti. Nessuna imputazione, quindi, ma è stata comunque una fiera degli errori. I governi ne hanno fatto uno gravissimo, anche se per lo più impotenza che svista, quando i prezzi del petrolio, nel 2005, sono saliti a picco. Avrebbero dovuto contenere lo shock inflazionistico riducendo altri costi del sistema e/o riprendere il controllo politico del prezzo del petrolio, via compromessi o dissuasione. Non ci sono riusciti e per questo le Banche centrali hanno dovuto alzare il costo del denaro oltre misura allo scopo di mandare in recessione il sistema, riducendo così la domanda di petrolio ed il suo prezzo, per frenare le attese di inflazione. Infatti la recessione ora in atto è una amplificazione della tendenza innescata allora. Per inciso, alla fine del 2006 molti mutui americani divennero insolventi per l’aumento del costo della rata dovuto al rialzo dei tassi. Imputabili i governi? No perché le situazioni da gestire erano difficili. Ma va segnalato che le hanno gestite male. In Italia Prodi perfino alzò le tasse durante uno shock dei prezzi ed un rialzo del costo del denaro, drenando soldi a salari già insufficienti. Surreale. Negli altri casi, semplicemente, non abbiamo avuto la fortuna di avere gestori che fossero aquile. Sul piano geopolitico i leader occidentali non sono riusciti – e lo potevano fare se uniti - a correggere gli enormi squilibri globali creati dalla Cina e dai Paesi produttori di petrolio. Su quello gestionale interno non sono state fatte le politiche giuste né economiche né di regolazione. La politica monetaria e di vigilanza finanziaria ha infilato una serie impressionante di topiche. Ma, non è paradossale nel caso, è una buona notizia. Non sono crollati il mondo, la finanza, il capitalismo, l’Occidente come i gufi dicono e i gufanti sperano. E’ stato solo un errore. L’errore non è mai un problema di per se. Lo è il non saperlo correggere in tempo. Su questo punto va valutato lo scenario futuro. Stanno imparando i governi  e le autorità monetarie a minimizzare durata ed intensità della crisi recessiva/finanziaria? I dati di queste settimane sono promettenti: aumento della cooperazione internazionale, più realismo nella politica monetaria, interventi fortissimi dei governi per il sostegno dell’economia reale e della fiducia finanziaria. Non sarà perfetta, per esempio l’Italia è ancora lenta per i vincoli dovuti al debito pubblico, ma si vede che la reazione del sistema delle democrazie alla crisi è forte ed adeguata. Sono stati fatti enormi errori, ma la loro correzione appare efficace e tempestiva. Per questo ritengo che la recessione non sarà né troppo lunga né troppo intensa. Se ci fossero più aquile ottimiste e meno gufi catastrofisti ne usciremmo ancor prima.

(c) 2008 Carlo Pelanda
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