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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2015-1-27

27/1/2015

La priorità di accorciare una reflazione che sarà più lunga del previsto

Quanto sarà, e quando sarà visibile, l’effetto di reflazione dell’Eurozona indotto dall’allentamento monetario deciso dalla Bce? La risposta è già contenuta nell’impianto dell’azione: non c’è un limite assoluto prefissato né di tempo né di quantità pur indicato un riferimento di massima per ambedue. Ciò vuol dire che la Bce non è certa di riportare l’inflazione verso un sano 2%, a partire dal – 0,2% attuale, nell’arco di 18 mesi. Infatti si riserva uno spazio indefinito per continuare a stampare moneta fino a che l’impulso di liquidità non riuscirà ad essere trasmesso all’economia. Freni, al netto della temporanea disinflazione nel settore energia: (a) i governi dell’Eurozona non vorranno/riusciranno a potenziare con stimoli fiscali quello monetario o perché sostenuti da maggioranze di sinistra (Francia ed Italia) non inclini a facilitare il mercato o perché, anche se liberalizzanti, pressati da domande assistenzialiste crescenti che si radicalizzano in nuovi movimenti politici (Spagna, Grecia) oppure, pur avendo potenziali stimolativi in bilancio, preferiscono impiegarle per la priorità dell’equilibrio contabile anche a scapito dello sviluppo (Germania); (b) nell’Eurozona, diversamente dall’America, la trasmissione della politica monetaria ad imprese e famiglie avviene attraverso banche commerciali invece che via più evoluti sistemi basati su fondi molto reattivi alla stimolazione monetaria, ancora in gran parte stressate da crediti deteriorati e sottoposte a requisiti sempre più stringenti di rafforzamento del capitale di garanzia con effetti di restrizione del credito; (c) la domanda di credito dipende dalla fiducia e questa è ancora scarsa e non promette di migliorare rapidamente in gran parte dell’Eurozona; (d) le Borse avranno grande impulso dall’allentamento monetario, ma questo traino finanziario dell’economia in Europa è molto minore di quello in America per la minore partecipazione delle imprese ai mercati azionari; (e) la svalutazione dell’euro produrrà un buon effetto crescita sull’export, in particolare tedesco ed italiano, e sull’importazione di turismo, ma questo contributo al Pil complessivo dell’Eurozona non sarà di scala tale da muovere significativamente e velocemente il resto dei mercati interni depressi da fisco e rigidità; (f) l’attrazione di investimenti da fonti non-euro, in teoria facilitata dalla svalutazione, sarà lenta per la sensazione che l’euro stesso potrebbe essere discendente per lungo tempo ed il suo rimbalzo in forse. Anche il più reattivo sistema statunitense ha impiegato più di un biennio prima di mostrare ripresa a seguito della iperstimolazione monetaria. Da un lato, la politica fiscale di Obama è stata socialistoide e, soprattutto, incerta producendo un ritardo nelle decisioni di investimento nel settore portante del piccolo business. Dall’altro, c’è una spugnosità incomprimibile in sistemi danneggiati da crisi che rallenta le reflazioni. La Bce ha dovuto aspettare l’evidenza della deflazione prima di intervenire per ottenere il consenso della Germania, ma agendo in (incolpevole) ritardo ha allargato il danno che rallenterà la riparazione. In sintesi, riportando a scenario le considerazioni fatte sopra, l’Eurozona crescerà tra l’1,5% ed il 2% nel 2015 e poco più nel 2016, di fatto stagnando, avendo bisogno ancora di terapia nel 2017 e forse nel 2018. Sarà lunga e ciò aumenta i rischi, di ogni tipo. Gli scenaristi dovrebbero specificare questi rischi, gravi, per smuovere i governi ora tentati dall’inerzia indotta dalla piccola crescita drogata. La rubrica lo farà e chiama altri.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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