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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-10-7

7/10/2014

L’Eurozona è in attesa di un’azione (geo)politica che ne inverta il destino di dissoluzione

Nei pensatoi tecnici prevale l’idea che l’Eurozona si dissolverà. La rubrica, pur ritenendo corretto tale scenario, invece pensa che resterà integra. Fattori che probabilizzano la dissoluzione: (a) sistemico, un’unione monetaria implica quella fiscale, cioè una funzione confederale di politica economica che riequilibri gli impatti della stessa moneta su economie diverse, e se la seconda non completa la prima allora il sistema è esposto a shock asimmetrici dirompenti; (b) monetario, l’impossibilità della Bce di agire come garante diretto dei debiti delle euronazioni li rende inaffidabili; (c) regolamentare, le regole dell’Eurozona pretendono dalle nazioni il rispetto ogni anno dei limiti al deficit e non ammettono periodi pluriennali di finanziamento in deficit di azioni pro-crescita, bloccando così le azioni anticrisi dei governi in quanto dovrebbero ridurre troppo rapidamente la spesa pubblica per lasciare spazio a detassazioni o investimenti entro il vincolo del pareggio di bilancio; (d) politico-economico, le principali nazioni europee sono caratterizzate da modelli assistenziali il cui smontaggio, se non diluito, implica dissensi insuperabili. I punti (d) e (c) stanno impedendo riforme di efficienza in Francia ed Italia. Il fattore (a) impedisce riequilibri del sistema allo scopo di mantenerlo in omogeneità di condizioni. Il fattore (b) destabilizza l’Eurozona nel momento in cui le nazioni irriformate tendono ad aumentare il debito restando in crescita stagnante o perfino negativa. Lo scenario di dissoluzione individua due vie per l’evento: impoverimenti nazionali che porteranno ad una eurodivergenza politica, la Francia la nazione dove è più probabile che avvenga, oppure una crisi di insolvenza del debito, nazione più probabile l’Italia. Anche la Germania non è immune da rischi in quanto il suo modello soffoca la crescita interna, bilanciandola con l’export, rendendolo massimamente vulnerabile in caso di turbolenze globali. In questo momento storico tutti i fattori di debolezza dell’Eurozona, sistemici e nazionali, stanno mostrando un effetto crescente. Pertanto lo scenario tecnico di dissoluzione ha probabilità altrettanto crescente, vicino alla certezza. Ma questo assume che le istituzioni e nazioni europee non reagiranno. Qui il punto: la rubrica, inserendo nello scenario tecnico valutazioni di “geopolitica economica” ipotizza che quando il destino di dissoluzione avrà preso più evidenza, allora una reazione correttiva ci sarà. Da un lato, ciò non è scontato. C’è una qualche probabilità che la Germania voglia affondare l’euro, imputandone la crisi ai difetti degli eurodisordinati, per poi dominare meglio, cioè con minori vincoli, la regione. Inoltre, non è escludibile che l’America voglia includere un’Europa depurata da una Germania ricattabile da Russia e Cina nell’ambito del montante confronto globale con la Cina stessa, cosa ottenibile via dissoluzione dell’euro e passaggio delle altre nazioni europee all’area del dollaro. D’altro lato, la Germania ha vantaggi economici prevalenti nel mantenere l’euro e il privilegio di poter trattare alla pari con America e Cina, in relazione G3, nella sua veste di potenza eurodominante. L’America preferisce integrare tutta l’Eurozona nel fronte occidentale, considerando la spaccatura dell’Europa solo opzione d’emergenza. Per questi motivi la rubrica ritiene che quando la crisi dell’Eurozona sarà più evidente sia America sia Germania la terranno in piedi. Ma resta aperto il problema di quando l’evidenza, già chiara per gli analisti, sarà riconosciuta dai politici. Brivido blu.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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