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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-8-19

19/8/2014

Perché è preoccupante una Fed sospettabile di populismo monetario e gestione incerta

Basterebbe il titolo del seminario annuale dei banchieri centrali che si terrà in questa settimana a Jackson Hole per indicare la posizione di politica monetaria futura di Janet Yellen, presidente della Fed: “dinamiche dell’occupazione”. Poiché è stata lei a scegliere questo tema, il messaggio, tra le righe, appare chiaro: meglio rischiare l’inflazione, nonché bolle finanziarie già parecchio gonfie, che un riassorbimento troppo lento o incompleto della disoccupazione. La rubrica è perplessa perché la situazione tecnica dell’economia statunitense, caratterizzata da una crescita verso il 4% del Pil e da una disoccupazione che sta scendendo sotto il 6%, richiederebbe l’avvio di una fase di transizione per abituare il mercato finanziario ad un costo del denaro più elevato nella prospettiva di fine 2015. C’è qualcosa che non va, che “puzza”. Possibili spiegazioni: (a) il rubricante legge male i dati e non vede la persistenza di una situazione di emergenza economica in America; (b) Yellen, economista di sinistra con un curriculum più politico che tecnico, è incline al “populismo monetario”; (c) o sta prendendo solo tempo, esagerando l’emergenza lavoro come scusa, perché incerta sul quando e come avviare il riequilibrio dopo anni di iper-espansione monetaria per timore di generare una catastrofe; (d) oppure vuole mantenere ottimistico il sistema fino alle elezioni di mid-term, a novembre, per sostenere il Partito democratico in affanno a causa dell’inefficacia di Obama, e solo dopo iniziare a stringere. In effetti la crescita americana è ancora lenta: se depurata da fattori di contingenza ha un ritmo annualizzato attorno al 2,5%. Da un lato la disoccupazione scende, ma resta basso il tasso di occupazione, cioè di popolazione che non sta cercando lavoro, scoraggiata. Tuttavia, è tipico delle riprese un ritardo tra quando l’economia riparte sul serio e quando il tasso di occupazione raggiunge i massimi, la disoccupazione i minimi ed i salari iniziano a salire. La correzione monetaria per evitare che la crescita poi pompi inflazione incontrollata deve cominciare circa 16 mesi prima. L’economia statunitense è già in pre-boom e quindi la Fed, che usa il metodo della “forward guidance”, dovrebbe iniziare ad avvertire il mercato che porrà limiti disinflazionistici a medio termine. Per altro non si può negare che il tasso di occupazione salga troppo lentamente. Ma per accelerarlo servirebbe rimuovere l’incertezza fiscale che ancora caratterizza il settore dei piccoli affari e che fa rinviare a commercianti, artigiani e piccoli imprenditori la decisione di investire ed assumere. In sintesi, il problema non è oggetto di politica monetaria e stupisce, nonché preoccupa, che Yellen vi si dedichi per compensare l’inconsistenza di Obama. La rubrica, quindi, ritiene di fare un’analisi corretta. Restano le altre ipotesi. La sensazione è che un po’ tutte spieghino la posizione anomala di Yellen, difficile ipotizzare quale di più. La speranza è che solo ritardi la stretta dopo novembre, la probabilità è che tirerà avanti comunicando incertezza, lasciando il mercato nella nebbia, premessa di un disordine finanziario globale, per volatilità, che potrebbe generare crisi peggiori di quella del 2008. Soluzioni? La rubrica insiste per un accordo Fed-Bce che riguardi sia la staffetta per dare liquidità al mercato globale, permettendo così alla Fed di “stringere” con minori timori di impatto, sia una convergenza per mettere, in prospettiva 2016-17, entro limiti l’oscillazione di cambio tra dollaro ed euro. Per questo la rubrica ritiene benvenuta la partecipazione di Draghi al seminario.

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