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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-7-28

28/7/2014

La rendita da investimenti diretti su imprese va detassata perché è capitale buono

La rubrica segnala al governo, che sta studiando come potenziare l’attrazione degli investimenti esteri, alcuni correttivi urgenti nei contorni sistemici di questa importante azione. La tassazione sui rendimenti finanziari è uguale al 26% sia per gli investimenti diretti in imprese, tipo venture capital e private equity, sia per altri impieghi finanziari, con peso minore solo per i titoli di debito statale. Tale configurazione fiscale rende decompetitivi i fondi italiani di investimento che raccolgono denari per investirli in imprese non quotate o start-up. Da un lato, molti investitori esteri sono propensi ad investire su piccole aziende italiane perché queste mostrano capacità di crescita ed internazionalizzazione rapide come nessuno al mondo. Dall’altro, non se la sentono di investire direttamente nelle piccole aziende non quotate a causa dell’incertezza del diritto e della anomala complessità del sistema italiano e lo fanno indirettamente mettendo i soldi in fondi italiani territorialmente specializzati. Il recente aumento delle tasse per i profitti generati da questi fondi sta comportando un ricalcolo del rischio/rendimento da parte degli investitori a danno degli impieghi in Italia. Il governo dovrebbe valutare quanto guadagna da questa tassazione specifica in relazione alla probabile riduzione del capitale di investimento per piccole imprese intermediato come descritto sopra. Se lo facesse, troverebbe un rischio elevato di perdita sistemica nonché una contraddizione plateale con l’obiettivo di facilitare il finanziamento non bancario delle imprese. La dottrina fiscale perseguita dal ministro dell’Economia è quella di non ridurre le tasse, ma di spostarne il più possibile dal prelievo diretto su imprese e famiglie a quello indiretto, caricando di più la rendita finanziaria. In tal modo il governo comunica che ogni rendimento finanziario, eccetto quello da titoli di debito pubblico, è capitale cattivo. Ma c’è una differenza sostanziale tra capitale di investimento attivo e ad alto rischio su imprese e quello di altro tipo: il capitale investito direttamente in un’impresa è certamente buono, anzi salvifico, quello investito indirettamente via Borsa o in obbligazioni, pur importante, lo è meno. Infatti l’incentivazione dell’acquisto dei titoli di stato è una chiara distorsione etica e discriminante oltre che funzionale: ti incentivo a finanziare il popolo che vive di spesa pubblica a scapito delle opportunità di lavoro e dei redditi di chi opera nell’industria. Per tale motivo, oltre che per quello di competitività tecnica, si dovrebbe stralciare la posizione fiscale delle rendite da investimento diretto in imprese. La demonizzazione di tutto ciò che è finanza perdura a seguito degli effetti culturali della crisi 2008 e della strana contrapposizione tra economia reale e finanziaria. Ma il capitale di investimento diretto su imprese in sviluppo o start-up dovrebbe essere dichiarato buono e parte del ciclo dell’economia reale e non di quella cartacea, quindi uscire dalla categoria del conflitto tra capitale e lavoro ed entrare in quella di incentivazione dell’occupazione via detassazione. Quanta? Per diventare internazionalmente competitivi i rendimenti dei fondi di private equity e venture capital, nonché degli incubatori di start-up, dovrebbero avere una tassazione non superiore al 10%. E le start-up dovrebbero essere totalmente detassate per i primi 7 anni di vita. Tali misure, in una prima stima, almeno quintuplicherebbero in un biennio il “capitale buono” disponibile in Italia mentre la normativa attuale tende a dimezzarlo.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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