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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-7-1

1/7/2014

Perché l’operazione patrimonio contro debito ne eviterebbe una catastrofica ristrutturazione

La rubrica trova infondati gli allarmi sulla sostenibilità a breve termine del debito pubblico italiano, ma ritiene probabile l’insolvenza nel medio periodo se non vi sarà un intervento straordinario per abbatterne almeno una parte. C’è ancora del tempo, ma se non saranno avviate soluzioni entro 2-3 anni poi sarà inevitabile un’operazione traumatica di ristrutturazione, semplificabile come applicazione all’Italia della “cura greca” peggiorata da un commissariamento molto più stringente: un massacro sociale. Tra l’altro senza solidarietà internazionale perché il patrimonio-risparmio privato degli italiani è un multiplo considerevole del debito (2,1 trilioni di euro circa, 135% del Pil) ed è scontato che il coro globale reciti: paghino e non rompano. Forse per questo il Prof. Tabellini ha scritto che sarebbe meglio gestire il problema tornando alla sovranità monetaria piuttosto che essere oggetto di una ristrutturazione restando nell’euro. Il rubricante concorda perché il danno di impoverimento, simulato dal suo team di scenaristi, sarebbe totale e prolungato per i 2/3 della popolazione. Ma, scartata la ristrutturazione, prima di uscire dall’euro c’è un’altra opzione: abbattere una parte del debito usando il patrimonio pubblico, fino al punto di sostenibilità, cioè fino ad un livello che non blocchi più la crescita come ora. Quanto? Almeno 500 miliardi. Come? Conferendo i circa 800 miliardi di patrimonio disponibile ad un Fondo speciale capace di valorizzarlo e/o dismetterlo nel tempo e di emettere obbligazioni con sottostante il rendimento del patrimonio stesso. Tali obbligazioni, poi, sarebbero date ad investitori (istituzionali) quando incassano i titoli di debito giunti a maturazione. Ciò permetterebbe di pagare con patrimonio (cartolarizzato) invece che con nuovo debito almeno 200 miliardi all’anno. In 2 o 3 anni il debito scenderebbe a 1,6 trilioni, vicino al 100% del Pil. Così si risparmierebbero 25 miliardi anno per spesa di interessi e, considerando un miglior rating, altri 5 nelle aste per rifinanziare il debito residuo. Questi soldi, più altri ricavati dai tagli, finanzierebbero una detassazione stimolativa attorno ai 50-60 miliardi che farebbe crescere l’economia oltre il 3% per un lustro, migliorando il rapporto debito/Pil. Tale soluzione, invocata dal rubricante fin dal 1998, è fattibile alle seguenti condizioni: (a) l’obbligazione su base patrimoniale, per essere appetibile, deve contenere uno sconto di almeno il 30-35% sul valore periziato dei beni (Nav); (b) deve essere quotata su una Borsa titoli; (c) e convertibile presso la Bce, cosa realistica dopo il suo recente orientamento favorevole a ricevere titoli cartolarizzati (Abs); (d) l’operazione deve essere approvata dalla Commissione europea per potenziarla con un bollino blu. Tali obbligazioni sarebbero ben viste dal mercato globale perché darebbero rendimenti, tra fissi e variabili più eventuale premio “bullet” a scadenza, tra l’8 ed il 9%. In sintesi, il rapporto rischio/rendimento sarebbe tra i più attraenti al mondo. La rubrica è certa che questa soluzione sia migliore, eventualmente modificabile secondo la variante graduale proposta dal Prof. Baldassarri, di quelle che cercano di attutire un’eventuale ristrutturazione ad insolvenza parziale o con sospensione temporanea degli interessi (opzione studiata dal maestro Savona con cui la rubrica si scusa per non seguirla) oppure che prevedono l’uscita dall’euro. Ha dubbi, invece, sulla volontà e capacità del governo di attuarla. Per questo chiede a Renzi una posizione chiara in materia.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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