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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-6-3

3/6/2014

Perché sarebbe utile nominare un inglese a capo della Commissione europea

La rubrica suggerisce una scelta ora infattibile per darle probabilità: nominare un inglese come presidente della Commissione europea. Servirebbe a tenere il Regno Unito dentro la Ue, permettendo a Cameron di dare all’elettorato inglese – diviso a metà tra chi vuole uscire e restare – un segnale di vantaggio e garanzia per l’opzione pro-europea. Mai Washington permetterà a Londra di lasciare l’Europa occidentale sotto il dominio della Germania, fatto precursore di un’Eurasia che Putin sogna e spinge sia blandendo sia ricattando Berlino? Infatti, quando Cameron annunciò il referendum sulla partecipazione inglese alla Ue circa un anno fa, Obama gli fece un cazziatone. Ma Cameron deve inseguire il consenso ottenuto dagli antieuropeisti inglesi e non ha molto spazio per poter restare nella Ue ed allo stesso tempo far sopravvivere il partito conservatore massacrato nelle recenti elezioni dall’Ukip di Nigel Farage. Per questo ha dovuto dare un out out a Merkel: o la scelta del capo della Commissione sarà intergovernativa, cioè su un tavolo dove Londra può esprimere il potere di veto, e non condizionata dal Parlamento europeo oppure anticiperà di un anno il referendum, così minacciando di mettere anche il partito conservatore in posizione uscitista, probabilmente maggioritaria. Da un lato, è difficile che la Piazza finanziaria di Londra glielo lasci fare per timore di barriere nell’Eurozona. Dall’altro, l’elettorato inglese è ormai eccitato e deve avere risposte per calmarsi. Infatti la posizione di Cameron non va presa come un bluff, ma come una disperata chiamata per una trattativa. Qual è il punto? Appare molto psicologico: la Ue è percepita come un travestimento del 4° Reich, oltre che illiberale ed intrusiva. Ciò muove le emozioni popolari britanniche formatesi sulla base di secoli di guerre contro chiunque volesse dominare il continente minacciando la libertà del Regno, in particolare la Germania. Se così, allora la mossa spiazzante e che permetterebbe a Cameron di respirare sarebbe quella, appunto, di avere una presidenza inglese della Commissione. Fattibilità? L’uscita di Londra marcherebbe la Ue come un più evidente 4° Reich, solleverebbe nuovamente la questione tedesca in termini di bilanciamento della potenza e potrebbe portare ad ulteriori uscite sul lato nordico (Svezia, Danimarca). Berlino non vorrà questo scenario, ma sempre più mostra la propensione a collocare, per interesse mercantilistico, il blocco europeo in posizione neutrale tra quelli americano, russo e cinese mentre il riconoscimento simbolico della rilevanza di Londra sarebbe un segnale netto di opzione per quello occidentale. Merkel appare indecisa anche perché il Ppe, con forte presenza della Democrazia cristiana tedesca, vorrà affermare il proprio candidato emerso dalle elezioni, il lussemburghese Junker, e la potestà dell’Europarlamento in materia di Commissione. Ma è probabile che Merkel, anche perché non può permettersi una divergenza eccessiva con Washington, non veda male la soluzione inglese, con scelta intergovernativa, a condizione che sia proposta da altri per scaricarla dalla responsabilità. Secondo la rubrica questa è la fessura di fattibilità su cui concentrare le pressioni per allargarla, l’Italia non irrilevante, anzi, in questa partita. Alcuni ritengono che l’Italia diventerebbe più importante in una Ue senza Londra, ma sottovalutano che così sarebbe preda inerme del nuovo Reich, considerando sia l’impotenza sia l’ostilità della Francia. Trattenere Londra, pur non amica di Roma, significa difendere l’interesse nazionale italiano.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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