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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-5-27

27/5/2014

Aumenta il rischio di destabilizzazione dell’Asia

Il progetto “Greater China”, cioè di un blocco regionale dominato da Pechino attraverso accordi di vantaggio economico speciale a favore dei paesi bersaglio sta fallendo proprio nell’area viciniore: Vietnam, Filippine, Giappone, Corea del Sud e, perfino, Taiwan; meno chiari i dati di Indonesia, Malesia, Thailandia, Kazakistan e altre aree dell’Asia centrale, ma con una direzione più di divergenza che di convergenza con Pechino; la Mongolia da sempre anticinese, Laos e Cambogia ancora non classificabili pur evidente la collaborazione con i cinesi nel bacino del Mekong, la Birmania aperta a chiunque le dia vantaggio, ma al momento non del tutto mappabile entro il dominio cinese, così come la Corea del Nord nucleare, pur dipendente dalla Cina per il cibo. Dove si è inceppata la strategia? Parecchi analisti (occidentali) o negano che alla fine il progetto fallirà oppure cercano nel blocco dell’azione di conquista morbida motivi economici-tecnici. I primi insistono sul fatto che nella cultura asiatica ciò che conta è il business e non l’ideologia e che nel lungo termine la possibilità di avere accesso all’enorme mercato interno cinese in cambio di acquiescenza geopolitica metterà sotto l’influenza di Pechino tutte queste nazioni. I secondi, nella stessa logica, cercano motivi di non funzionamento temporaneo nel meccanismo di vantaggio offerto da Pechino. Ma la rubrica osserva, anche via analisi dei media e delle espressioni politiche domestiche, che tutte le nazioni bersaglio citate hanno forti identità nazionali e codici culturali eroici diffusi nella popolazione. In sintesi, la rubrica ritiene che sia un fattore etnico-spirituale a limitare l’espansione dell’influenza cinese nella regione. Sta influendo il contenimento avviato dall’America? Certamente può incentivare le élite dando una prospettiva di mercati alternativi a quello cinese in caso questo si chiudesse. Ma non sembra il fattore principale. Il punto: le nazioni asiatiche sono pronte a combattere contro la Cina se la sua aggressività arrivasse al punto di rottura, indipendentemente dal sostegno americano, il Vietnam l’esempio più vistoso. La crescente aggressività di Pechino ha innescato una reazione non-pragmatica negli altri, cioè indipendente da considerazioni di vantaggio economico. Ma la cosa più importante da capire non è tanto questa reazione, ovvia se uno si libera dallo stereotipo che in Asia tutto si risolva via business, ma il perché del fatto che Pechino abbia aumentato l’aggressività, per esempio la questione degli isolotti, mettendo a rischio un progetto di potenza che fino a poco fa era gestito con lucidità e prudenza. La rubrica ha la sensazione che il Partito comunista cinese abbia dovuto lasciare più spazio alla componente militare. Perché? Ipotesi: (a) per predisporre conflitti utili a orientare le attenzioni popolari dall’economia in crisi al patriottismo; (b) reazione ingenua e nervosa ai primi segnali di contenimento da parte dell’America e suoi alleati asiatici; (c) aumento del peso dei militari sui politici all’interno del partito dovuto ai conflitti ancora irrisolti di vertice dopo la travagliata e recente sostituzione delle élite. La rubrica teme la terza che spiegherebbe le prime due. Se così, gli scenari sulla Cina vanno ricalibrati aumentandone la probabilità di implosione, di svolte militariste, anche favorite dalle crescenti rivolte interne e dagli attentati islamisti nel nordovest del paese, nonché il rischio di destabilizzazione di tutta la regione. La Germania massimamente dipendente dall’export in Cina dovrebbe ricalibrare più di altri.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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