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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-4-15

15/4/2014

Il gap di fiducia non è colmabile dai governi ma da una trasformazione delle Banche centrali

La priorità della politica, sia dei governi sia monetaria, è quella di produrre fiducia. America ed Europa sono in una fase storica dove i modelli di welfare hanno finito il loro ciclo storico e richiedono cambiamenti così complessi da eccedere le capacità dei governi e dei parlamenti. Non è prevedibile quale evento paretiano di sostituzione delle élite potrà tirare fuori i due sistemi dall’impasse e rilanciare il progetto del capitalismo democratico, cioè la ricchezza socialmente diffusa e conseguente ottimismo di massa a sua volta motore di una profezia espansiva autorealizzantesi. Ma si può prevedere un preoccupante periodo di gap tra domanda ed offerta di fiducia. Si chiama deflazione della fiducia o deficit di bilancio in moneta simbolica. Tale gap ha la proprietà di destabilizzare le democrazie orientandone il consenso verso configurazioni autoritarie/populiste di diversi tipi, ma tutti con la caratteristica di distorcere il ciclo di capitale. Ciò genera un’area di sovrapposizione tra missioni della politica monetaria e governativa che, nel difetto della seconda, trasferisce la maggior parte del compito di produzione della fiducia alla politica monetaria stessa. Non è una novità. In negativo si è già visto come errori sul piano della liquidità nel 1929 in America abbiano poi generato una catena di eventi depressivi a livello mondiale. Ma è una novità il carico di responsabilità politica affidato alle Banche centrali, cioè la massa enorme di moneta simbolica da gestire. Quella statunitense, per scala del mercato finanziario interno e per ruolo centrale del dollaro nel mondo, è abituata da decenni a integrare/sostituire la politica governativa nella missione fiduciante, cioè a governare la moneta simbolica. Infatti il mercato guarda con più attenzione le soluzioni di liquidità e targeting della Fed che non quelle fiscali. Per gestire la crisi 2008 la Fed ha definito obiettivi impropri di politica monetaria, quali la minimizzazione dei disoccupati nonché stampato più moneta standard per aumentare la fiducia. Ma la valutazione a posteriori mostra risultati ambigui della conversione di moneta standard in simbolica. La fiducia è aumentata, ma non in modi diffusi e non a sufficienza, con la complicazione di un problema non facilmente risolvibile di riequlibrio. Infatti la Bce ha qualche ragione nel non voler seguire questa strada per reflazionare e ri-fiduciare l’Eurozona, pur le sue espressioni screditate dall’influenza del “criterio tedesco” che ritiene stabilità (monetaria) e fiducia sinonimi mentre non lo sono. Quale politica monetaria, allora, potrà reggere il nuovo carico di responsabilità fiduciante? La Banca d’Inghilterra (BoE) ha mostrato una via: intervenire direttamente nella trasmissione della liquidità da una fonte al mercato. La Fed ne ha mostrato un’altra: precisare in dettaglio i futuri interventi per potenziare, via forward guidance, il governo della profezia e così meglio influenzare l’ottimismo. La Bce sta studiando un ruolo di intermediario attivo nel mercato finanziario. In sintesi, la tendenza è quella di trasformare le Banche centrali in attori che intervengono direttamente nel mercato allo scopo di farvi fluire meglio la liquidità: la Banca motrice. Il punto: potrà un miglioramento del trasferimento di liquidità essere quella quantità di moneta simbolica necessaria per riempire il gap di fiducia? Secondo la rubrica lo potrà e per questo invita ad insistere nel percorrere tale strada: se hai un problema la politica non lo risolverà, ma la banca sì. Anche per tale motivo, in Italia, appare controproducente supertassare le banche.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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