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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-4-1

1/4/2014

Il vecchio welfare ostacola il futuro capitalismo di massa trainato dalla conoscenza

La rubrica è estasiata dal fatto che il Centro studi Confindustria abbia enfatizzato la relazione tra istruzione e crescita economica. Da tempo il rubricante la pone come fondamento del nuovo welfare (Il fantasma della povertà, Mondadori 1995; lo Stato della crescita, Sperling 2000; Futurizzazione, Sperling 2003; Formula Italia, Angeli 2010; Il nuovo progresso, Angeli 2012). Il punto: le ricerche fatte lasciano ipotizzare che non basti solo un po’ più di istruzione, ma che serva una fortissima capacità cognitiva in ogni individuo per sortire l’effetto crescita. Più gente intellettualmente capace saprà consumare beni innovativi e produrli, rendendo più facili i cambiamenti e quindi più vitale, cioè meno inerziale, l’economia nel suo complesso. La partecipazione diffusa a sistemi tecnologicamente sempre più evoluti aumenterà la produttività e questa permetterà più crescita senza inflazione (Greenspan marcò molto questo punto in un seminario della Fed nel 2003). Un capitalismo tecnologico ad evoluzione più rapida permetterà la crescita pur in situazioni di stagnazione demografica. Ma c’è un problema: la quantità di denaro fiscale che serve per finanziare l’investimento su una adeguata capacità cognitiva di massa è tale da dover riallocare gran parte della spesa pubblica di uno stato, togliendola ad altri impieghi. Forse per questo motivo un progetto ambizioso di miglioramento cognitivo diffuso preparato dal Prof. Robert Reich - ministro del lavoro nella prima Amministrazione Clinton (1992-96) – fu messo nel cassetto: il realizzarlo avrebbe implicato tagliare apparati pubblici ed assistenzialismi, cari agli elettori del partito democratico, oppure aumentare le tasse. Ma le tasse non possono essere aumentate, anzi devono diminuire, per rendere efficace l’investimento cognitivo, cioè dare un ritorno in termini di ricchezza diffusa: l’economia della conoscenza ha bisogno di libero mercato a bassi costi fiscali e vincoli. Il modello ottimale del nuovo “welfare di investimento” appare il seguente: (a) garanzia indiretta di un mercato ad opportunità crescente perché flessibile; (b) garanzia diretta per ogni individuo di poter cogliere le opportunità crescenti grazie ad un adeguato investimento di formazione. Ma, appunto, queste garanzie attive sono in conflitto con quelle passive redistributive erogate dai vecchi welfare assistenziali. Sarebbe possibile caricare sul mercato i costi della superformazione di massa? Solo una parte di quella continua, ma non il grosso: il mercato non può investire denaro privato con ritorno sistemico e non specifico di lungo termine (20-25 anni). Deve essere proprio denaro fiscale: lo stato si trasforma in una banca degli investimenti sistemici che il mercato non può sostenere. Ma il requisito di meno tasse e quello di alti costi per la superformazione di massa obbligano a tagliare la spesa per apparati, impiegati, ecc. Da un lato, il welfare di investimento ridurrebbe in prospettiva il numero di persone incompetenti bisognose di protezione, cioè di garanzie sindacali redistributive e roba vecchia del genere. Dall’altro la roba vecchia, cioè sinistra e destra stataliste, si suiciderebbero se accettassero questo welfare innovativo e la trasformazione dei deboli in forti. Scenario: è tutto pronto sul piano tecnico per la rivoluzione cognitiva di massa, in particolare i sistemi cibertutoriali che permettono l’istruzione individualizzata senza dover aumentare troppo i docenti, ma la cosa resterà nel cassetto. Quindi? Soluzioni private selettive e non di massa: ciò preoccupa perché se il capitalismo non è per tutti non funzionerà.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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