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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2015-1-7

7/1/2015

Senza detassazione del capitale di rischio la stimolazione degli investimenti sarà inefficace

La rubrica segnala una contraddizione dannosa: da un lato, l’azione governativa mostra l’intenzione di stimolare gli investimenti, la nascita di nuove imprese nonché un finanziamento maggiore delle aziende per via non-bancaria, ma dall’altro ha aumentato la tassazione sui rendimenti da capitale di rischio dal 20% al 26%. I dati cumulati negli ultimi sei mesi indicano che per le casse statali il gettito da questa tassazione sarà minimo e forse decrescente e che per la raccolta di capitali, in particolare all’estero, da parte dei fondi di investimento dedicati all’Italia lo svantaggio competitivo sarà massimo. Ciò orienta lo scenario di settore verso un esito paradossale: lo stato perderà introiti; gli investitori avranno meno capitale da investire; delle quasi 1.500 (re)start-up correntemente in procinto di nascere poche troveranno capitali così come le circa 2.000 piccole aziende con buoni dati andamentali e per lo più in via di internazionalizzazione che si stanno riorganizzando per crescere non più con credito bancario, ma attraverso aumenti di capitale sottoscritti da fondi di investimento. A questo rischio si aggiunga quello già attualizzato nella Borsa italiana, dopo l’introduzione in Italia, ma non in altre piazze finanziarie concorrenti, della Tobin Tax sui profitti: meno investitori, meno scambi. In sintesi, il ciclo del capitale di rischio che alimenta lo sviluppo di un’impresa appare compromesso: meno soldi per gli investimenti iniziali e di prima espansione di una (re)start-up (venture capital e acceleratori-incubatori), per quelli di ulteriore sviluppo di un’azienda (private equity) e per la quotazione in Borsa che è l’evento principale di consolidamento di un’impresa da cui far partire una nuova crescita (fondi comuni aperti). La scena è complicata dall’entrata in vigore della direttiva europea AIFMD che aspira a creare un mercato regionale con regole uguali nel settore dei fondi di investimento alternativo. Per esempio, un fondo non italiano, o non europeo, ma con “passaporto”, potrà operare in Italia rimanendo tassato in una giurisdizione fiscalmente più favorevole? Non è chiaro e ciò aggrava, per incertezza, il problema di competitività fiscale dei fondi italiani. Gran parte degli investimenti esteri in operazioni di finanziamento delle imprese passa attraverso fondi italiani specializzati anche perché molti investitori globali non se la sentono di ingaggiarsi direttamente in un territorio, pur percepito come promettente, caratterizzato da troppe situazioni non-standard. Il punto: rendere competitivi i fondi di investimento italiani significa sostenere l’intermediazione tra capitale estero ed imprese italoresidenti, in particolare medio-piccole, aumentando i flussi in entrata, mentre il penalizzarli implica una riduzione delle risorse di investimento. Per questo la rubrica chiama attenzione sul tema. Raccomandazioni al governo: (a) portare la tassazione dei rendimenti da capitale di rischio investito direttamente in aziende italiane per loro sviluppo a non più del 12,5%, come i Bot; (b) detassare totalmente i rendimenti da investimenti iniziali e di prima espansione su (re)start-up, perimetrandoli, considerando che tali nuove imprese saranno per i prossimi 3-4 anni tra le poche fonti di occupazione giovanile; (c) Abolire la T-Tax sui rendimenti azionari; (d) bonus fiscale di 5 anni per le piccole aziende che si quotano nel segmento AIM di Borsa italiana a loro dedicato. La stimolazione degli investimenti che il governo sta studiando avrà esito nullo se non vi sarà una detassazione dei rendimenti da capitale di rischio.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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