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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-1-14

14/1/2014

Serve un Fondo sovrano per dare a debito e banche italiani la garanzia che l’Eurozona nega

Nel macroscenario relativo alla partecipazione dell’Italia all’Eurozona il problema di fondo è che questa ha denominato un debito pubblico enorme in una moneta che non può coniare. Come se avesse assunto debito in moneta straniera. In questi casi è convinzione diffusa che la soglia di sostenibilità del debito non possa superare il 50-60% del Pil, mentre se uno Stato può battere la moneta con cui denomina il debito, nonché monetizzarlo, tale soglia è molto più alta. Pertanto, con un debito oltre il 130% del Pil, l’Italia è condannata all’insolvenza, in prospettiva. Fino al 2009 non ci fu attenzione al problema perché Roma appariva in grado di ripagare un debito eurogarantito di fatto. Ma la decisione di Berlino (2009) di mettere in Costituzione un tetto al debito pubblico e la successiva (2010) imposizione di strategie antidebito alle altre euronazioni, in forme catastrofiche per la Grecia, segnalò al mercato che la Germania non avrebbe permesso una garanzia europea sugli eurodebiti, cioè che avrebbe vietato alla Bce il ruolo di prestatore di ultima istanza. Pertanto dal 2010-11 l’Italia ha il problema di trovare una garanzia per il proprio debito che la Bce non potrà fornirle. Con urgenza perché l’incertezza sul destino del debito riverbera su quello delle banche via i titoli che hanno nei bilanci e perché non ci sarà un prestatore di ultima istanza illimitato nemmeno per le banche stesse in quanto il progetto di unione bancaria resta incompleto su questo punto fondamentale. In generale, le nazioni dell’Eurozona hanno mantenuto la sovranità sul debito, ma la hanno ceduta sui mezzi per ripagarlo senza un ritorno di eurogaranzia. Questa mostruosità è stata tamponata nel 2012 da un disperato e coraggioso impegno di Draghi che la Bce avrebbe agito come garante di ultima istanza. Ma nell’autunno 2013 è emerso che ciò non sarà possibile per opposizione della Germania. Il mercato finanziario non ha ancora scontato questo fatto perché nel breve termine non vede problemi di solvibilità e trova attraenti i rendimenti più elevati dei titoli italiani. Ma ad un certo punto, tra metà 2014 ed inizio 2015, potrebbe iniziare a farlo, pretendendo un premio crescente di rischio che porterà il costo di rifinanziamento del debito italiano verso una sostenibilità decrescente. La soluzione definita nel trattato Fiscal Compact di ridurre dal 2015 di 1/20 all’anno il debito fino alla soglia del 60% del Pil via tasse patrimoniali sarebbe suicida. Quella di ridurre sovranamente il debito vendendo e finanziarizzando patrimonio trova ostacoli. Cosa fare? Un Fondo sovrano italiano (Fsi) che agisca come garante di ultima istanza per il debito ed il sistema bancario nazionali, riempiendo così il vuoto a livello europeo e, indirettamente, riportando il debito stesso in valuta, di fatto, nazionale. Come? Conferendo il patrimonio pubblico disponibile al Fondo, circa 800 miliardi, ed eventualmente la Cdp, portando la “potenza di fuoco” (patrimonio finanziarizzabile più liquidità) verso il trilione di euro. Su questa base poi si potrebbe cercare una leva 1 a 3 via accordi o geopolitici con l’America o tecnici con un pool di grandi attori finanziari globali, per rendere disponibili 3.000 miliardi di euro come garanzia abbondante sia per il debito pubblico (2 trilioni e qualcosa di euro) sia per il sistema bancario, anche ricapitalizzandolo. Il Fsi, poi, potrebbe comprare debito in asta primaria così rendendolo governabile nazionalmente, mantenendo un accesso a costo ragionevole al mercato internazionale dei rifinanziamenti. Alla rubrica sembra una buona strategia e qui la propone alla valutazione.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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