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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-10-28

28/10/2014

Perché è necessario tenere il Giappone entro l’alleanza occidentale

Il rubricante, ingaggiato negli Anni ‘90 dal Centro militare di studi strategici (Ce.Mi.S.S.) per aiutarne la collaborazione con l’ufficio scenari del Pentagono, uscì perplesso da una riunione con gli americani: valutavano indeterminabile lo scenario post-Guerra fredda per troppa complessità, fino a definirlo post-post-Guerra fredda, pur individuando la Cina come futuro competitore sistemico dell’occidente, dal 2024 in poi. La perplessità: tra il 1994 ed il 2024 che cosa bisognava individuare e preparare per gestire cosa? Il rubricante mise da parte la scienza standard delle previsioni perché la varietà delle situazioni possibili, a causa del fatto che il post-Guerra fredda era in realtà la fine di un ordine mondiale e l’avvio di una fluttuazione caotica, eccedeva la capacità di rappresentarle entro una matrice di eventi e tendenze probabilizzabili. Riaprì i testi di De Finetti, fondatore del probabilismo soggettivo, e sottolineò la frase: prevedere è un arte. Considerò che le visioni di caos o ordine dipendono dallo schema di osservazione e ne cercò uno adatto ad inquadrare la volatilità. Lo trovò nel metodo scacchistico appreso dai maestri triestini: c’è sempre una casella chiave, volta per volta, nel corso di una partita. Da allora mise a punto un metodo per individuare nella fluidità geopolitica, momento per momento, le aree chiave. Dopo anni di prove ed aggiustamenti conquistarono affidabilità le individuazioni di un’area chiave cinque anni prima di un evento rilevante per effetti esterni. Per esempio, la Siria fu un caso qui pubblicato con buon anticipo prima dell’evidenza. Ora il Giappone appare probabile nazione chiave non solo nella scacchiera asiatica, ma in quella globale. L’individuazione comporta solo il segnale che quel territorio sia in procinto di spostarsi e spostare nell’orizzonte dei prossimi 5 anni. Dai primi Anni ’90 il Giappone è sottoposto a due pressioni esterne che lo dividono internamente: inclusione nell’area di influenza cinese e permanenza in quella statunitense. Periodicamente si muove verso l’una o l’altra, comunque sempre frenato dalla confindustria locale (kendanren) che non vuole perdere accessi di mercato e da un residuo della dottrina mercantilista (Fukuda, 1977) che vede il miglior vantaggio nel neutralismo. Ora Tokyo sta puntando ad una politica di potenza basata sul riarmo con mezzi indipendenti e non più derivati da accordi con alleati. Per esempio, la scelta di Mitsubishi, influenzata dal governo, di costruire un aereo civile completo e non solo componenti è un precursore di futuri programmi militari autonomi. Probabilmente Tokyo vuole trattare con più forza sia con America sia con Cina, puntando ad un neutralismo attivo. Se così, però, il Giappone dovrà “tirare” la strategia fino alla costruzione di capacità nucleari e spaziali per renderla efficace. Tecnicamente è pronto, sul piano del consenso no, ma tale situazione è in cambiamento. Il punto: se così, l’occidente avrà due problemi: (a) un alleato chiave che potrà decidere se fare parte o meno, in relazione alle contingenze, del contenimento della Cina; (b) una sfida troppo pesante alla Cina stessa che potrebbe portare a reazioni irrazionali che destabilizzerebbero il globo. Il contenimento della Cina ha lo scopo di condizionarla, ma senza guerre (in attesa che il regime imploda). Per questo il Giappone dovrebbe restare incluso nell’alleanza occidentale, più armato, ma entro una Nato estesa all’Asia che lo controlli (e rassicuri), e con più vantaggi per restarci. La rubrica, pur con probabilismo soggettivista, avverte 5 anni prima che sia tardi.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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