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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-10-29

29/10/2013

Il costo del rialzo dell’euro sarà inferiore al beneficio della ripresa finanziaria

Da qualche settimana gli attori del mercato finanziario globale trasferiscono la loro speranza di profitto dall’area del dollaro a quella dell’euro. Come noto, tale movimento è determinato dalla previsione combinata che il cambio del dollaro resterà depresso dalla continuazione dei tassi minimi e dalla monetizzazione del debito da parte della Fed e che l’euro non collasserà, nonché dalla constatazione che i titoli ed i beni denominati nell’euro stesso sono sottovalutati per effetto alone della crisi di sfiducia iniziata nel 2011. In sintesi, è in atto una rivalutazione dell’Eurozona al costo di un aumento del valore di cambio dell’euro sul dollaro. Il beneficio riguarda i minori costi di rifinanziamento degli eurodebiti in nazioni ancora incapaci di mostrarne la sostenibilità, vantaggio enorme ed insperato per l’Italia con un destino di stagnazione, nel migliore dei casi, per l’incertezza politica. Il costo riguarda la perdita di competitività valutaria dell’export, con peso maggiore per i fatturati e/o margini di profitto delle aziende italiane. Per inciso, il rialzo dell’euro è più grave per Spagna e Grecia, ma la loro incidenza sulla stabilità dell’Eurozona è minore di quella dell’Italia. L’euro, infatti, vivrà o morirà se l’Italia si rimetterà in ordine e in crescita. Qualora non ci riuscisse non esiste l’opzione che Roma esca dall’euro, ma sarà l’eurosistema che si dissolverà per poi ricostituirsi in qualche modo. In tal senso l’analisi costi/benefici per l’Eurozona va concentrata su quella per l’Italia. Da un primo calcolo la rubrica ricava che il costo di uno 0,5% in meno di Pil per il 2014 a causa di problemi nell’export potrebbe essere più che bilanciato dagli effetti sul credito grazie al miglioramento della fiducia (pur drogato) sul debito sovrano. Quindi, considerando che il governo farà poco per la crescita e la riduzione del debito, ma è credibile che tenga i conti pubblici in equilibrio, l’Italia perderebbe mezzo punto di Pil potenziale e ne guadagnerebbe più di uno grazie alla ripresa del credito bancario, quindi sul piano di più consumi ed investimenti, pur tra le imprecazioni dei nostri eroici esportatori. La ripresa del mercato interno italiano è una priorità e si deve cercare un effetto fiducia che sia scongeli il risparmio ora bloccato nei conti per paura del futuro sia stimoli il credito e qualche investimento. Tale effetto non è producibile internamente ed è quindi positivo che venga dall’esterno grazie alla politica inflazionistica dell’America. Ma per quanto tempo potrà durare il flusso di capitali a favore dell’euro? Difficile, ovviamente, stimarlo, ma forse c’è una speranza probabilistica che duri per almeno 6 mesi, tempo minimo per permettere in Italia una ripresa trainata da quella, in essenza, del sistema bancario e dalla riduzione dei costi di rifinanziamento del debito: la bolla europea sembra poter prolungare quella globale. Se ciò sarà confermato, e certamente gli operatori lo vogliono, allora il flusso verso l’euro durerà abbastanza. Ma dopo? Vi saranno turbolenze nel sistema globale, ma se in Italia riparte una fiducia diffusa poi il volano del mercato interno girerà comunque. Il problema, infatti, è farlo ripartire: la svalutazione del dollaro e la rivalutazione eccessiva ed artificiale dell’euro, che in condizioni normali sarebbe un brutto problema, nelle contingenze potrà diventare una stimolazione esterna alla ripresa che l’Italia non sa darsi internamente. Ma la Bce dovrà sia tenere l’euro sotto l’1,40 sul dollaro sia non pressare troppo le stressate banche italiane con regole oltremodo restrittive.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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