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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-9-29

29/9/2013

Dietro l’acquisito di missili cinesi da parte di Ankara c’è una strategia ambiziosa

Perché Ankara ha comprato, per 4 miliardi di dollari, il sistema di difesa antimissile e antiaereo a lungo raggio FD 2000 prodotto dalla cinese CPMIEC? Non si tratta di una sorpresa totale perché già nel luglio scorso il governo turco stava considerando l’offerta cinese in una gara che vedeva impegnati lo statunitense PAC-3 (Patriot) Raytheon-Lockheed, il SAMP-T del consorzio italo francese Eurosam ed il russo S-400 della Rosobornoexport. Il fatto che la CPMIEC fosse sottoposta a sanzioni per la sua relazione con i nordcoreani lasciava speranze ai concorrenti. Inoltre lo FD 2000 non è interoperabile con i sistemi Nato e quindi sarebbe stato cieco o per lo meno orbo. Sarebbe stato anche una ciofeca? Questo non si può dire perché la tecnologia cinese si basa su quella rubata da una abile e continua attività di spionaggio industriale in occidente, sensazione avuta quando anni fa un missile antinave C4 cinese, fornito dall’Iran a Hezbollah, semidistrusse una nave israeliana dotata delle migliori contromisure west-next. Ma le considerazioni tecniche e (geo)politiche facevano prevedere che il governo turco sarebbe rientrato nel binario occidentale. Invece ha confermato la scelta cinese, gettando nello sconcerto gli alleati: cosa diavolo ha in mente di fare Erdogan? Alcuni analisti ritengono che sia una risposta irritata all’indecisione di Obama al riguardo dell’intervento in Siria. Ankara, infatti, vorrebbe rendere la Siria un protettorato, anche per dominare il Libano, tenere sotto controllo l’indipendentismo curdo e, soprattutto, inserirsi come potere dirimente nel conflitto tra sciiti e sunniti nell’area, anche per non importarlo in casa. Certamente un tale intento c’è, così come è probabile la volontà di Erdogan di dimostrare il proprio disappunto, e capacità di propria politica di potenza, sia all’America sia all’Europa (e alla Russia). Ma la rubrica non crede che la scelta dell’antimissile cinese sia così correlata a queste contingenze, pur non indipendente da esse. Fa parte, invece, di una strategia sistemica. Nel 2011 la Turchia fece segretamente giochi di guerra aerea con la Cina. Ankara è “partner dialogante” della “Organizzazione di Cooperazione di Shangai”. Perché? Altri analisti sostengono che il regime di Erdogan, in gravi difficoltà, voglia difendersi attraverso mezzi autoritari interni e quindi farsi difendere dalle nazioni basate sull’autoritarismo, prevedendo l’ostilità di quelle democratiche. La rubrica dubita che Erdogan sia così sprovveduto da fare apertamente una tale scelta di campo. Semplicemente, Ankara vuole dotarsi di una capacità militare propria, ad un livello che gli alleati occidentali non gli permetterebbero, con tecnologia cinese che Pechino volentieri “molla” perché utile ad indebolire l’America, con lo scopo geopolitico di trattare alla pari con gli occidentali e con chiara superiorità strategica nei confronti delle nazioni vicine, tra cui, illusoriamente, Israele. Infatti la rubrica pensa che la scelta dell’antimissile sia parte di un pacchetto più generale di assistenza cinese al piano turco di farsi propri aerei, missili a lungo raggio, satelliti, portaerei, ecc. Se così, significa che la Turchia potrà accelerare l’uscita dalla Nato, grazie alla tecnologia di Pechino, portandone l’orizzonte verso i 5/7 anni dagli almeno 20 che servono a sviluppare nuovi sistemi d’arma. Impatto sull’Italia? Se Ankara continuerà a divergere vi sarà un vantaggio: il deterrente militare italiano diventerà molto più rilevante per la Nato e ciò permetterà di monetizzarlo più e meglio. Grazie Erdogan, vada avanti così… fino a Lepanto.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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