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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-7-22

22/7/2014

La nuova rivoluzione tecnologica disintermedierà o aumenterà il lavoro in base al tipo di modello

Inizia un nuovo ciclo della rivoluzione tecnologica. Mostra una forte discontinuità con quello precedente: dalla biomanipolazione alla biocreazione, dalla cibernetica tutoriale o strumentale a quella pensante, dal lavoro umano a quello robotico, dalle reti ad accesso selettivo a quelle di connettività totale tra umani e tra cose, ecc.. La percezione della discontinuità riportata dai media, via think tank ancorati al pensiero debole, sta alimentando profezie di disintermediazione del lavoro umano. Tali guferie, valutabili fin dagli Anni ’70 da quando emersero gli (eco)scenari limitativi, presentano sempre il difetto metodologico di proiettare linearmente i possibili effetti di un mutamento senza considerare l’adeguamento del sistema sociale. Nella realtà, infatti, tale adeguamento sta avvenendo in forma di nuova evoluzione industriale. Ciò genera non un problema generico di disintermediazione, ma uno specifico relativo alla capacità di un modello economico di favorire o meno l’adattamento. La discontinuità avrà certamente un impatto, ma selettivo sul piano dei modelli nazionali e della concorrenza industriale. Adottando gli schemi di mappazione economica del mercato globale di Wallerstein, la discontinuità definirà nuovi centri, dove il lavoro aumenterà, semiperiferie e periferie, dove le opportunità di occupazione saranno minori. Nel futuro bisognerà studiare un modo per bilanciare le nuove differenze. Ma già ora diviene pressante una domanda specifica di nostro interesse nazionale: a quali condizioni l’Italia, dove risiede uno dei sistemi manifatturieri più evoluti del pianeta, riuscirà a mantenere l’attuale posizione vicina alla centralità? I dati mostrano che le aziende italiane sono da tempo capaci di innovare processi e prodotti, incorporando le nuove tecnologie con certa facilità anche perché buona parte della rivoluzione tecnologica ha come protagonisti università e ricercatori italiani in parecchi settori. Ma altre condizioni che facilitano l’adattamento non ci sono. Il fisco toglie margini di profitto e quindi deprime gli investimenti. Centinaia di miliardi vengono spesi per finanziare apparati pubblici inutili invece che per fornire la superistruzione e formazione continua che nel futuro, e già nel presente, sarebbe necessaria per i lavoratori nella nuova evoluzione industriale. La norme sul lavoro impediscono rielaborazioni rapide delle configurazioni aziendali. Il finanziamento alle imprese avviene prevalentemente per via bancaria, strumento molto limitato, mentre il nuovo sviluppo richiede finanziamenti non bancari. Per giunta, quel poco capitale di investimento che va alle imprese in forma di venture capital, private equity e fondi di credito/debito trova i rendimenti tassati del 26% come quelli che derivano da investimenti passivi, sconcertante fesseria de-industrializzante. E’ evidente che con tale modello l’Italia non ce la farà a restare centro nel mondo next e a dare lavoro. Soluzioni? Semplici, in teoria: (a) detassare totalmente i rendimenti di capitale investito direttamente in imprese; (b) ridurre le tasse complessive sulle aziende a non più dl del 20%; (c) riallocare la spesa pubblica molto meno sugli apparati e più sull’istruzione basica e continua nonché sulle infrastrutture; (d) facilitare i fondi di investimento non bancari; (e) creare il Nasdaq italiano; (f) facilitare la relazione fluida tra università ed imprese e generare un nuovo modello di università-impresa (privata). Fine del welfare? No, passaggio dal welfare assistenziale a quello di investimento. Buon lavoro.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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