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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-3-18

18/3/2013

La Russia in difficoltà ha bisogno di America ed Europa ma è difficile avviare il trialogo

La rubrica, diversamente dalla maggioranza degli osservatori occidentali, fin dal 1999 ha valutato con favore la presa di potere da parte di Putin come portatore di un progetto di ricostruzione dell’Impero, con enfasi sul ripristino del controllo centrale della Federazione russa, a quei tempi in via di ulteriore frammentazione. In tale valutazione c’era la consapevolezza che Putin avrebbe usato mezzi autoritari inaccettabili, ma anche la convinzione che senza di questi la Russia residua si sarebbe dissolta, lasciando la Siberia, e la cruciale area centroasiatica, prede dell’espansione cinese. Sarebbe stata la fine, per motivi di scala, della speranza di poter ricostruire nel futuro il dominio occidentale sul pianeta dopo la fine dell’Impero americano, complicata dal fatto che gli americani, guidati dal simpatico, ma incapace, Clinton, non se ne erano accorti. Per inciso, G.W. Bush se ne accorse, ma volle fare Impero comunque, in base ad una strategia idealistica, impegnando la nazione in missioni che ne eccedevano le risorse economiche e morali. La leggerezza americana – di cui Obama è continuatore in modi peggiori – erano già ben noti nei think tank occidentalisti che il rubricante frequentava. Per questo fu espressa una posizione per cui era meglio che la Russia ci pensasse da sola, senza l’aiuto di americani ed europei, a tenere coesa e sotto presidio di un potere compatibile con l’occidente un’area critica del pianeta. Ora, da chi formulò questa posizione viene espressa una preoccupazione: il progetto di ricostruzione della Russia e della sua influenza sui dintorni appare in difficoltà, incrementando nuovamente il rischio prospettico di perdita da parte dell’occidente dell’Asia settentrionale e centrale. Due problemi: (a) ritardo nello sviluppo di un’industria leggera che riduca la dipendenza dell’economia russa dall’industria pesante (energia ed armi) e permetta la crescita della ricchezza attraverso un capitalismo più diffuso e modernizzante; (b) mancanza di forza condizionante per riprendere il controllo dell’Asia centrale e consolidare il presidio della Siberia. Il punto: ambedue le debolezze richiedono una soluzione basata sulla triplice collaborazione America-Europa-Russia. Mosca sembra convergere con la Cina e con l’Iran non solo perché clienti importanti per le sue armi, ma perché non valuta possibile un accordo con l’America e non si fida di Berlino e Parigi. Nel 2001 Putin offrì a G.W. Bush collaborazione contro l’offensiva jihadista, chiedendo in cambio il riconoscimento di potenza partner. Gli fu negato. Nel 2002/3 Mosca tentò di convergere con Berlino e Parigi nell’azione antiamericana, sperando fosse precursore di un’alleanza stabile. Non gli fu concessa. Nel 2004, quando l’incremento dei prezzi energetici trasformò la Russia in una superpotenza energetica, Putin ricattò la Germania (cosa che portò a definire i limiti ad est dell’espansione dell’Ue) ed aumentò la divergenza con l’America. Fu una reazione alla chiusura da parte degli altri occidentali. Ma senza l’aiuto di questi la Russia non ce la farà ad industrializzarsi e a svolgere la missione di presidio dell’area asiatica settentrionale e centrale. Quindi è interesse di tutte e tre le parti iniziare a parlare questo linguaggio. Obama non vorrà avviarlo. Merkel aspetterà l’America. Tocca a Mosca quindi, isolata più dalla stupidità occidentale che dai propri difetti autocratici, fare la prima telefonata. Ma l’orgoglio la frenerà. Potrebbe sembrare un’esagerazione, ma l’azione diplomatica di Roma non sarebbe irrilevante in questa materia.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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