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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-7-30

30/7/2013

Verso un modello di Europa sufficiente e oltre se stessa per evitare una nuova questione tedesca

Da mesi è in vigore lo scenario che fino alle elezioni politiche in Germania, nel settembre prossimo, non cambierà niente in Europa in senso espansivo, cioè che Berlino bloccherà qualsiasi cosa che vagamente assomigli a mutualizzazioni degli eurodebiti e/o a posture inflazionistiche perché potrebbero spaventare l’elettorato. In effetti così sta succedendo. Ma il punto è un altro: lo scenario detto implica che dopo le elezioni – al momento è in vantaggio Merkel – la Germania potrebbe modificare la sua posizione rigida. In particolare, molti si aspettano che Merkel, non più costretta ad inseguire un elettorato in via di rinazionalizzazione e carico di stereotipi ostili agli europei meridionali, non ostacoli più, o perfino guidi, una nuova stagione di integrazione europea che porterà a completare l’architettura incompiuta dell’Eurozona e della Ue. Tale ipotesi può essere scenario con certa probabilità o è solo un mito? Inoltre, è augurabile? Queste domande hanno rilievo in Italia perché recentemente Enrico Letta, da posizione autorevole, ha profetizzato cambiamenti positivi in Europa nel 2014, facendo intendere implicitamente una posizione più europeista di Berlino. Ma nei dati si vede l’attualizzazione del timore di Helmut Kohl, espresso più volte, tra cui nel 1993 in un incontro informale con il rimpianto B. Andreatta dove anche il bravo Enrico era presente: dopo di me i politici tedeschi saranno nazionalisti, acceleriamo l’euro per evitare una nuova questione tedesca dannosa per tutti. Purtroppo l’euro, maldisegnato, ha avuto l’effetto di germanizzare l’Europa e non di europeizzare la Germania. Ciò ha dato all’Eurozona un assetto deflazionistico endemico e rigido che la rende poco capace di reagire alle crisi via azioni forti di reflazione. La probabilità che la Germania cambi tale posizione dopo le elezioni è nulla in base ai comportamenti in atto della Bundesbank in seno al direttorio della Bce ed alle espressioni prevalenti dell’elettorato tedesco e nei politici, appunto, che lo corteggiano. Quindi, se dopo le elezioni Berlino vorrà essere più europeista, nel linguaggio caro a Schauble che evoca gli “Stati Uniti d’Europa”, dobbiamo aspettarci una visione tedesca di più Europa come germanizzazione più intensa dell’Europa stessa, configurazione già valutabile nei contenuti del trattato Fiscal Compact, una follia gotica. Semplificando, per rendere l’idea, in tutto il mondo c’è la consapevolezza di non ripetere gli errori che trasformarono la crisi finanziaria del 1929 in una depressione globale, cioè alzare il costo del denaro e le tasse in fase di mancanza di liquidità. L’Eurozona a guida di fatto tedesca, invece, li ha ripetuti, fortunatamente attutiti sul piano della politica monetaria dalla coraggiosa razionalità di Draghi, infatti demonizzato dal più dei tedeschi. In sintesi, la Germania non cambierà. E se spingerà per più Europa ciò sarà un incubo impoverente. Cosa fare? Mantenere l’integrazione europea solo ad un minimo, ma sufficiente per poter firmare come sistema unitario l’area di libero scambio con l’America. Questa è l’unica soluzione di contenimento, per altro vantaggiosa per i tedeschi stessi, al riemergere della questione tedesca in Europa. Il rubricante, sconcertato dal provincialismo europeista italiano che nega la realtà e non vede nuovi orizzonti oltre la Ue, scriverà in agosto “Formula Europa” per argomentare in dettaglio tale soluzione. L’Europa ci è utile, ma solo se oltre se stessa e con la Germania (nonché la Francia) diluita.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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