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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-6-17

17/6/2014

Perché l’eccesso di allarme sulla solvibilità dell’Italia appare strumentale e non giustificato

Mistero. L’aumento del debito a 2,146 trilioni di euro per un incremento di circa 70 miliardi negli ultimi mesi sta generando allarmi sulla solvibilità prospettica dell’Italia. Da un lato, il debito crescente in situazione di economia stagnante, senza sovranità monetaria per poter garantire il debito stesso e senza sovranità di bilancio per pompare crescita via deficit, certamente è preoccupante. Dall’altro, sembra strano che 70 miliardi in più, pur tanti, siano un motivo peggiorativo tale da giustificare un allarme, come apparso recentemente sulla stampa italiana. La sensazione di stranezza è corroborata dal fatto che gli attori del mercato globale appaiono ancora a loro agio nel comprare debito italiano pur i suoi rendimenti decrescenti, segno che per il momento non c’è un’attenzione negativa. In generale, il mercato non ha voglia di andare a vedere il “bluff” di Draghi dell’estate 2012 (la Bce farà qualsiasi cosa per salvare l’euro, implicitamente garantendo il debito italiano) perché gli va bene un’Eurozona stabile, nel contesto di un sistema globale instabile che fa preferire mettere i soldi in zone a basso rischio, con il vantaggio aggiuntivo di poter “comprare deflazione”, che è un’allocazione sbagliata del capitale, ma molto comoda. Difficile credere che gli attori finanziari vogliano darsi una martellata sui piedi riaccendendo dubbi sulla sostenibilità del debito italiano: significherebbe sfidare Draghi, cosa non prudente. Pertanto è improbabile che gli allarmi apparsi sulla stampa rappresentino l’opinione di chi decide veramnte i movimenti del capitale. Il mercato farà certamente una ri-valutazione della stabilità dell’Eurozona. Ma osserverà i risultati dell’analisi di solidità delle banche europee avviata dalla Bce e quelli del programma T-LTRO per aumentare il credito. Poi, eventualmente, trasferirà questi esiti al riesame della solvibilità. Ma ciò avverrà a fine anno. Nel frattempo è possibile che il mercato perda un po’ di appetito per i titoli in euro un po’ perché i loro valori, fino a poco fa sottovalutati, ora sono riallineati ed un po’ perché valute di area stabile, quali la sterlina ed il dollaro, sono vicine ad un rialzo dei tassi, cosa che promette emissioni di titoli finanziari con rendimenti più elevati nonché un certo deprezzamento dell’euro. Ma tali movimenti non sembrano poter compromettere gravemente il rifinanziamento del debito italiano. Perché, allora, c’è allarme oggi sulla stampa italiana? Ipotesi: (a) l’incremento di 70 miliardi in poco tempo, probabilmente dovuto a situazioni specifiche e non ricorrenti, è stato comunicato male ed ha generato una vera preoccupazione di perdita di controllo sui conti in qualche commentatore; (b) il ministero dell’Economia, o ambienti connessi, marginalizzati nelle nomine governative e nelle scelte di politica economica, hanno voluto dare un segnale a Palazzo Chigi; (c) un governo europeo ha voluto far capire a quello italiano che se nel semestre di presidenza della Ue, e per le nomine europee, non resterà allineato, allora si riaprirà la questione del debito, come già successo nel 2011. La rubrica non ha modo di selezionare le ipotesi, ma comunque raccomanda di: (1) comunicare meglio gli andamenti del debito; (2) allineare di più Economia e Palazzo Chigi; (3) predisporre dossier di contro-ricatto per le relazioni intra-europee, in caso. Ovviamente la questione del debito resta grave, ma è razionale aspettare con fiducia che l’azione espansiva della Bce nel settore del credito dia impulso alla crescita, migliorando il rapporto debito/Pil via incremento del secondo.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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